Incontro con Dani, leader del gruppo spagnolo, per una chiaccherata sul nuovo album, ‘Rumbo Submarino’

Arriveranno in questi giorni per una veloce tournée in Italia: prima tappa a Milano, poi Torino, Bologna, Firenze. Sarà una buona occasione per i Macaco, un'occasione per conquistare l'Italia con lo stile multiforme e multietnico del loro ultimo disco, "Rumbo submarino": un patchwork anarchico e rumoroso in un crogiolo di stili, pubblicato a un paio d'anni dal loro debutto "El mono en el ojo del tigre", che, senza troppi complimenti, avvicina molto i Macaco alle formazioni europee più originali dell'ultimo decennio. Dani, leader e fondatore del gruppo di Barcellona, ci parla della genesi di questo nuovo lavoro e delle sedici canzoni scritte dopo il successo ottenuto con l'uscita del primo disco.

Come avete vissuto in questi due anni il successo inatteso riscosso da "El mono en el ojo del tigre". E' cambiato qualcosa all'interno della band?
No, assolutamente. Il feeling che corre tra di noi è sempre lo stesso: sostanzialmente rimaniamo otto amici che si divertono e se la spassano a suonare musica. Certo, le quarantamila copie vendute con il nostro primo disco hanno contribuito a darci maggiore carica. "El mono en el ojo del tigre" è stato ben accolto, oltre che in Spagna, anche in Italia, Francia, Belgio, Austria, Olanda, Svezia e Argentina. E per noi è stata una sorpresa. Ma siamo rimasti uniti, ci siamo dati da fare in giro per il mondo con tour un po' ovunque e alla fine ci siamo accorti che il successo ci ha aiutato a crescere, a creare una base per il gruppo e a infonderci maggiore sicurezza con il pubblico.

I Macaco, però, non sono il tuo primo gruppo?
No, io ho iniziato a suonare quando avevo sedici anni, unendomi a molte altre band di Barcellona, ma sempre più come musicista che come leader. I Macaco, invece, sono il mio gruppo, una mia creazione.

Non siete una band facilmente etichettabile: la vostra musica spazia tra i generi, pesca qua e là tra passato e presente, mischiando il tutto con le radici della musica latina. Come definiresti il vostro genere?
La nostra musica è semplicemente un mix tra ciò che a noi piace di più. Credo che le mie radici affondino nella musica latina, nella rumba. Così, quando mi metto a scrivere delle nuove canzoni penso a tutto ciò che con la rumba può avere un buon legame. Solitamente, è il reggae, l'hip hop, il dub, il rap o la musica brasiliana ad ispirarmi. Mi piaciono molto artisti come Caetano Veloso, Gilberto Gil o i Controll Machete, un gruppo hip hop messicano. Ma sono anche gli altri componenti della band, molti dei quali provenienti da paesi diversi dal mio, come Mato, il nostro batterista, che arriva dal Venezuela, a suggerirmi delle idee. Ognuno di loro porta qualcosa di nuovo dalla propria cultura d'origine. E in questo modo nascono le canzoni dei Macaco.

Scrivete prima le parole o la musica?
Dipende, non seguiamo un metodo preciso per comporre. Spesso cerchiamo solo di tirare fuori quello che sentiamo o che abbiamo in mente. Altre volte, invece, cominciamo a provare senza una metà e vediamo quello che esce.

"Rumbo Submarino" però, sin dal titolo, è ispirato a Narciso Muntriol. Com'è nata l'idea di dedicare il vostro disco a questo giovane politico e idealista spagnolo del XIX secolo?
Tutto è nato in fase di mixaggio. Io non conoscevo Muntriol. Poi, un giorno, andando a rovistare su Internet, ho scoperto il suo nome, le sue idee, contro la violenza e a favore di un nuovo ordine sociale, e soprattutto ho letto la sua opera, "L'arte del navigare sott'acqua". Mi è sembrato subito un personaggio interessante, molto avanti per l'epoca in cui è vissuto. Tutto qua. Così, ho pensato che sarebbe stato bello dedicargli l'album. Anche perché la sua passione per il mare, per la vita sott'acqua mi ha fatto pensare a una persona profonda, capace di andare oltre l'apparenza delle cose. Del resto, ognuno di noi dovrebbe sforzarsi di non giudicare solo la superficie dei fatti, un po' come un subacqueo che, prima di immergersi, indossa sempre una maschera per poter vedere ciò che sta sotto di lui.

Quanto contribuisce al vostro stile l'atmosfera multietnica del luogo in cui vivete, Barcellona?
Barcellona è una città viva, piena di colori. Sicuramente ha molta importanza per il nostro stile vedere e incontrare gente diversa da noi, con un'altra concezione della vita o abitudini differenti. Bisogna però cercarle queste persone, andando nei ghetti. E per ghetto intendo tutti quei quartieri in cui vivono le minoranze di altri paesi.

Cosa proponete dal vivo?
Cerchiamo in particolare il contatto col pubblico. A volte alziamo la tensione della musica cambiando i brani direttamente sul palco e prendendo gli spettatori di sorpresa. In altri casi, tentiamo di creare atmosfera puntando sul feeling dei suoni. Sempre, comunque, coinvolgere il pubblico è basilare per noi: spesso, ci arriviamo facendo suonare dei tamburi direttamente dal pubblico. Una volta, durante un festival con i Mau Mau, il pubblico sembrava come impazzito con quest'idea.

Cosa ne pensi del fenomeno legato alla musica latina esploso qualche anno fa?
Come per ogni genere occorre fare delle distinzioni: ci sono musicisti che suonano davvero e altri che invece recitano una parte per soddisfare i padroni delle case discografiche. Per il fenomeno della musica latina, questo ragionamento funziona a meraviglia. Non ho niente contro gente come Ricky Martin, ma è difficile pensare che la sua musica non sia costruita per piacere a un certo target di pubblico. Poi, ci sono gruppi che invece meritano molta più attenzione. In questo caso, la musica ha senza dubbio qualcosa di vero.

Per quanto riguarda invece Manu Chao?
Lo conosco di persona: è un bravo tipo e apprezzo molto le cose che ha fatto con i Mano Negra.

Condividi le sue idee politiche?
Credo che sia giusto suonare per quello in cui si crede. In tanti però tendono a idolatrare i musicisti che cantano degli ideali, a farne qualcosa di più grosso rispetto a quello che realmente sono o vogliono sembrare.

(Massimiliano Leva)

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