Un pianoforte a mezza coda occupa un’intera stanza nell’appartamento milanese di Vinicio Capossela. Lo stupore si fa strada quando il proprietario apre il coperchio e scopriamo che non c’è la tastiera. Ma non importa. Probabilmente c’è una tastiera immaginaria, come immaginarie vengono definite dal cantautore le “Canzoni a manovella” che compongono il suo nuovo album e i personaggi che ne sono protagonisti. Forse lo strumento è un vecchio compagno di avventure, di quelli da cui non ci si riesce proprio a separare. Forse è un ricordo di famiglia. O forse ancora proviene dal cimitero dei “Pianoforti di Lubecca”. Sulla parete è appeso un tappeto orientale, mentre accanto al pianoforte vuoto giacciono tamburi, tamburelli, disegni e un vecchio trombone. Non inteso come anziano signore un po’ brontolone, ma come attempato strumento musicale in ottone opaco. Vinicio seduto al piano risulta più familiare che in qualsiasi altro angolo di casa sua: sul divano del salotto o al tavolo della cucina potrebbe essere uno qualunque, ma dietro al pianoforte sembra un vecchio amico, uno che si conosce da anni. E allora si può chiacchierare con lui del più e del meno, e anche di qualcosa che sta a metà tra il più e il meno. Sottovoce, come da Marzullo...Vinicio, da cosa nascono le tue canzoni?
Le canzoni hanno diversi modi di nascere: generalmente nascono per riprendersi e per aggiustare quello che avrebbe dovuto essere la vita. Oppure, visto che in generale non dura mai abbastanza sia nel male che nel bene, è un modo di rendere epica e riproducibile una grossa emozione. Quindi nascono dalle emozioni e se la cosa riesce dovrebbero poterle restituire nella maniera più purificata dalle contingenze, perché la canzone ha la possibilità di arrivare alla forma più perfetta di emozione e di espressione di un sentimento senza che in quel momento squilli il telefono oppure uno si distragga, oppure succeda un imprevisto. Quindi si tratta della capitalizzazione perfetta di un’emozione destinata ad essere riproducibile. Poi ci possono anche essere canzoni inventate, e in questo caso nascono da una forma di nostalgia, cioè dal cercare di avvicinarsi a qualcosa che o si è già avuto e non si può più avere, oppure non si ha addirittura mai avuto, e questa è la forma di nostalgia più epica.
E i personaggi che ne sono protagonisti sono più reali o più immaginari?
Non importa che siano reali o immaginari, tanto finiscono per essere immaginari in ogni caso, o perlomeno sono destinati ad essere immaginati da altri. In passato sono stato un attento biografo delle vicende di destini che ho seguito da vicino. C’è qualcosa di attinente nei “Marinai in bottiglia”. Io sono stato un marinaio in bottiglia insieme ai miei soci quando stavamo sempre nello stesso posto come appunto quei marinai che stanno sempre nel vascello però rimangono fermi nella bottiglia. Nella canzone quello che conta è immaginarsi il marinaio nella bottiglia. Quindi i miei personaggi sono sempre immaginari.
L’incontro con la musica balcanica sembra ti abbia piacevolmente colpito. Come hai conosciuto la Koçani Orkestar?
Ho conosciuto questo gruppo perché mi è sempre piaciuto quel tipo di musica. Il mio primo viaggio, quando ero piccolo, anche per motivi economici era stato in Jugoslavia. L’unica lingua straniera che conoscevo da bambino era il tedesco (faccio un po’ parte di quell’umanità pangermanica che scambia soldi in marchi e si esprime dicendo “paleka”). E questa è una specie di linea che va da un certo tipo di Italia alla Grecia, verso Est. Ci sono molte cose, per esempio le automobili dell’infanzia, che si ritrovano a volte. C’è sempre stato, secondo me, un grosso legame tra l’Italia e la ex Jugoslavia in termini anche solo di scambi di macchine usate: è come una specie di grande magazzino di qualcosa di qualche anno fa e quindi immediatamente riconducibile all’infanzia. Il posto mi è piaciuto molto e quindi la Koçani Orkestar l’ho presa senza nemmeno conoscerla. Ho detto: di dove sono? Di Koçani? Vanno bene, registriamo il disco dal vivo. Abbiamo provato il pomeriggio stesso e le cose sono andate in qualche modo. Sono soggetti strani: di giorno mi volevano fare musulmano e la sera, invece, già mi avevano insultato e derubato. In realtà quello che più mi interessa è l’idea dell’Oriente inteso più come Orient Express. Il fascino dell’Orient Express o dei tappeti volanti, oppure degli incantatori di serpenti o della linea ferroviaria sulla rotta greco-turca; le taverne di Salonicco dove si canta il rebetico che è musica stanca per ribelli senza rivoluzione, un lamento che si canta in coro ma si balla da soli. Questa è l’unica vera frontiera che c’è in Europa, la più avventurosa.
Quella con la Koçani Orkestar non è stata l’unica esperienza internazionale che hai avuto. Ce ne sono state altre, come quelle con Evan Lurie, Mark Ribot e Jimmy Scott. Li hai cercati tu?
Ci sono destini che ho seguito più da vicino. Nel “Ballo di San Vito” Evan Lurie mi sembrava la persona giusta perché è un musicista americano ma con un gusto molto vicino a cose che amo. Per esempio ha scritto bellissimi tanghi, pièces per bandoneon... E’ uno di grande cultura. Ho pensato a Evan Lurie perché mi piaceva che uno da fuori cogliesse certi esotismi italiani. Mi piace molto sottoporre a qualcuno che non conosce nemmeno la mia lingua l’idea di una mia canzone e vedere che cosa salta fuori. Nel nuovo disco ad esempio ho lavorato con un musicista francese che si chiama Pascal Comelade, il quale usa strumenti giocattolo, cose strane. Abbiamo lavorato per corrispondenza (allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche si può mandare un supporto e farselo restituire con una registrazione aggiuntiva). In generale mi piace che registrare dei dischi sia un’occasione per lavorare con persone che non si conoscono bene. E’ un po’ il problema di tutti: same place, same bananas, come diceva uno che aveva scritto un disco così: “Different place, different bananas”.
In ogni album allarghi il campo d’azione, le contaminazioni all’interno della tua musica aumentano di volta in volta, ma resta una base antica, hai sempre un orecchio di riguardo per il passato, sei molto attento alla tradizione ma metabolizzi velocemente tutto ciò che ti passa davanti. Sembri essere in una posizione a metà fra la nostalgia e la ricerca.
Infatti mi trovo molto bene a metà strada. Sono in tempo per non tornare indietro ma nemmeno sono arrivato da qualche parte. Mi piace.
C’è qualche luogo che ti manca, un posto dove vorresti andare?
In generale mi manca molto il quartiere, che è una cosa un po’ scomparsa. Un quartiere, una via dove si sa che ci sono tutti quelli con cui sei cresciuto e quando li vuoi incontrare non fai altro che andarci a piedi. Questo mi manca.
“Canzoni a manovella” è un disco decisamente poco commerciale, anche se non credo che sia un disco che venderà poco. Hai uno zoccolo duro di fans che probabilmente è destinato ad allargarsi. Che rapporto hai con il tuo pubblico e con l’industria discografica?
Beh, sono due cose diverse.
Appunto….
Odio questi termini, “zoccolo duro”, “scuderia”... Non so perché spesso parlando di musica saltano fuori tutte queste affinità con l’ippica. Io non le trovo. Comunque sia, lo zoccolo duro... Bah, lo zoccolo duro. Non so, io non credo di avere nessuno zoccolo anche perché credo che deluderei molto. Sì, mi rendo conto che a volte una canzone può essere un’occasione per ricordare qualcosa, e allora per forza bisogna fare canzoni che si sono già fatte prima, ma se uno vuole veramente cercare una verità in quello che fa deve continuare a scrivere e per farlo ha bisogno di fare cose che non ha fatto prima e se sta sempre a tornare indietro non andrà più avanti. Quindi bisogna un po’ decidersi se avere attenzione per il pubblico significa cercare di rimanere in un posto dove... E’ normale che una cosa più è riconoscibile e più in un certo senso può essere compresa e può arrivare a un pubblico. Questa è una teoria generale e non mi riguarda. Io non sto mai allo stesso posto per cui chi mi vuole venire dietro mi troverà di volta in volta piuttosto diverso. Magari si troverà ad ascoltare cose che non conosce, che non ha mai ascoltato prima. Credo che questo possa essere bello da fare e anche da seguire. Può anche darsi che non lo sia. Ad ogni modo credo che per un artista il fatto di non cantare la stessa canzone se parli delle canzoni è una cosa molto importante anche se è tutto sommato ciò che lo porterebbe ad avere uno stile, che sarebbe il vero obiettivo per qualsiasi artista: quello di avere un proprio stile. Ma io sono un po’ contrario allo stile; preferisco le emozioni. Lo stile è una cosa che riconduce e raddrizza l’emozione facendole prendere spesso la stessa piega. Se fosse per me, stile significherebbe che a ogni pezzo di canzone faccio quello lì, ecco, ho inventato uno stile. Mi si potrebbe fare anche una parodia. Al momento forse non mi si può fare neanche una parodia però sono più impegnato a cercare qualcosa qui dentro (indica il cuore ndr) che non il gesto che mi rende riconoscibile.
C’è qualche tuo collega cantautore con il quale sei particolarmente amico o qualcuno che apprezzi più di altri?
No, c’è qualcuno che vorrei prendere a pugni più di altri ma non ho particolari conoscenze dirette. Questo per tutte le volte che mi ha rovinato il cappuccino. Oppure, ed ecco una cosa terribile, nei grandi magazzini, quando uno va per prendere la birra è costretto ad ascoltare quello che passa la radio, e quindi ad ascoltare qualcosa di cui in quel momento non avrebbe voglia. E allora ho qualche conto in sospeso con qualcuno che ha rovinato il mio acquisto della birra.
Ci sono molti riferimenti al mare, nel nuovo album.
Non faccio surf, so nuotare male e in generale non amo le spiagge. Nella nautica c’è una sua epopea - quella dei transatlantici, dei marinai, del viaggio e dell’ottone - che mi affascina molto. Però questo è un disco più sotto della superficie marina. E poi mi piacciono gli acquari, soprattutto nei ristoranti cinesi.
Parliamo un po’ delle canzoni del nuovo album. Per esempio del cimitero dei “Pianoforti di Lubecca”.
Io sono un’animista, nel senso che penso che gli oggetti abbiano una loro anima. Quindi, secondo me, quando uno ha perduto i suoi oggetti è ancora più solo e lo è tutta la vita. Quindi gli oggetti come le persone possono rimanere orfani. Hanno bisogno di una loro casa. I pianoforti, per esempio, hanno bisogno di una casa, hanno bisogno anche di essere suonati. Infatti, loro, come protesta se non vengono suonati, si scordano; se vengono scordati dagli altri si scordano anche loro. Quindi non c’è niente di più toccante per me di un magazzino pieno di pianoforti dismessi che per estrema protesta se tu li tocchi qua fanno una nota che dovrebbero fare là o il contrario. Questa storia è una storia molto galante: un corteggiamento tra un vecchio pianoforte verticale e una signora un po’ attempata. Dice: sì, è vero, ci hanno venduto all’incanto ma ora il suo incanto ce l’ha anche lei. Insomma, è una canzone d’amore.
“Suona Rosamunda” è invece ambientata in un clima di guerra.
Mi ha molto impressionato, e l’ho trovato raccapricciante, invece, che nei campi di sterminio ci fosse della musica e fosse musica suonata dagli stessi detenuti. E fosse musica tedesca, marcette, polke, mazurke, musica piuttosto allegra; e che uno dei pezzi più eseguiti fosse questo “Rosamunda”.
Qualcuno ti considera il Tom Waits italiano. E’ una definizione che accetti o che non sopporti?
Tom Waits è un genio e un grande artista. E’ anche un uomo che stimo, per quel poco che conosco. E’ vero che quando ero molto giovane lo ascoltavo e probabilmente se non fosse stato per lui non sarei stato quello che sono. Però è anche vero che se fosse stato per lui non sarei stato nessuno ugualmente.
Com’è il concerto che stai portando in giro in questo periodo?
Il mio è un concerto molto elegante, con abiti adatti, una specie di palco che sembra un acquario, una soffitta, se non un magazzino. Ecco, l’ultimo magazzino delle folies. Ci sono avanzi del mondo dello spettacolo. Ci sono pezzi di nostalgia, pezzi di fantasia, pezzi di euforia... Sono tutti pezzi di primo taglio. Per realizzarlo abbiamo una bellissima banda e strumenti appropriati. E’ un concerto che viene fatto nei teatri perchè richiede il sipario. Se uno vuole può anche venirci vestito in maniera elegante, in tight e soprattutto con l’ombrello, anche se non piove. Non si sa mai. Puoi sempre sperare che una ventata lo trasporti verso le stelle.
| (Diego Ancordi) |