Precursore dell’elettronica francese, Ludovic Navarre, meglio conosciuto come St Germain, dopo essersi tenuto lontano cinque anni dalla scena house è tornato a conoscere il successo con il suo ultimo album, “Tourist”, una virata nelle sonorità del jazz – e non a caso il disco è pubblicato dalla storica etichetta Blue Note - che mescola campionamenti a registrazioni dal vivo, eseguite da un quintetto di fedeli musicisti che lo accompagnano anche nelle sue esibizioni live. Un disco maturo, “Tourist”, in cui confluiscono diverse passioni, quella per le ritmiche e per i suoni della musica black come quella per la Parigi città crogiolo di culture. Un’evoluzione, più che una rivoluzione, come lo stesso, riservatissimo, St Germain ha spiegato nella sua chiacchierata con Rockol.Da “Boulevard” a “Tourist” sono passati cinque anni, un periodo relativamente lungo in cui sei stato lontano dalle scene. Cos’hai fatto in tutto questo tempo?
A dire il vero nulla di speciale. Dopo “Boulevard” sono tornato a interessarmi al mondo della musica acustica “tradizionale”. Quello che ho fatto è stato principalmente incontrare molti musicisti, discutere con loro, provare a lavorare insieme a qualche idea. Sono stato anche contattato da parecchie etichette e ho dovuto valutare le loro offerte, se erano compatibili o meno con i progetti che avevo in mente di realizzare.
Alla fine hai scelto la Blue Note, una storica etichetta jazz distribuita da una major, la EMI. Com’è avvenuto il vostro incontro?
E’ semplice. Gli ho fatto ascoltare le cose che avevo scritto e gli sono piaciute. Non ho cercato in particolare la Blue Note ma inutile dire che sono orgoglioso di avere un mio disco nel loro catalogo. Inoltre, il fatto di avere alle spalle una major mi ha dato la possibilità di fare esattamente il tipo di musica che volevo. Perché per lavorare con dei musicisti, registrare dal vivo, andare in tour e tutto il resto ci vogliono dei grossi investimenti. Nella techno è diverso, perché serve solo attrezzarsi con uno studio. Una volta fatto l’investimento sullo studio, i costi sono ridotti. Ma la musica che da un po’ di tempo ho voglia di fare costa un po’ più cara, perché necessita di musicisti in carne e ossa, che vivono facendosi pagare per suonare i loro strumenti.
La musica di “Tourist” mescola il jazz con i suoni dell’elettronica ma anche con ritmi blues, soul e funk. Come nasce questa tua passione per la musica nera?
Ascolto jazz da sempre, anche se non sono un purista. Cioè, non sono un esperto ma il jazz mi piace, proprio come mi piacciono il blues, il soul e il funk. La mia è una passione per i suoni e per i ritmi e per le atmosfere che questi sono in grado di creare. Per esempio, sono molto affascinato anche dal gospel e più volte ho pensato di fare un progetto che mescoli gospel e elettronica. Ma ci vogliono le persone giuste: dovrei andare negli USA e trovare qualche cantate “duro e puro”, fedele alle radici profonde di questo genere. Però penso che sia difficile che una persona così collabori a un progetto di musica elettronica che, in effetti, non ha molto di religioso! Ma collaborare con un o una cantate gospel è un progetto che vorrei realizzare in futuro.
Tra le influenze black rintracciabili nel tuo album c’è anche quella del reggae, grazie alla partecipazione al tuo progetto del chitarrista giamaicano Ernest Ranglin. Come mai lo hai chiamato a collaborare a “Tourist”?
Mi era capitato tra le mani un disco in cui lui era accompagnato da una formazione jazz e rileggeva alcuni brani reggae. Il suo suono mi aveva davvero colpito e ho pensato che mi sarebbe piaciuto averlo su un brano del mio disco, perché la sua chitarra suona jazz ma al tempo stesso si sente una netta influenza giamaicana.
La tua musica è stata definita da alcuni malinconica, proprio per le sue venature black. A tuo avviso è una lettura corretta?
Non è qualcosa che faccio consapevolmente. Cioè, non è che nella mia musica voglio esprimere stati d’animo melanconici. Io vado dove mi portano i suoni, vado dove ci sono i suoni che mi piacciono. E non c’è nessuna malinconia a spingermi in quella direzione. La scelta dei suoni e il modo in cui costruisco i pezzi possono portare alcuni a interpretare il tutto in una chiave “emotiva” ma per me è solo una questione di musica. Anche se la musica mi viene da dentro, dal cuore, per cui, forse… non so.
Come spieghi il fatto che il tuo modo di fare elettronica finisca per creare una musica che è capace di avvolgere chi ascolta, che a tratti risulta persino “calda”?
Non mi stupisce. Musica elettronica non è sinonimo di musica fatta e pensata da una macchina. Lo strumento che produce i suoni è sì un computer ma c’è sempre qualcuno che dice alla macchina cosa deve fare. Per me, il computer è davvero uno strumento musicale e come tale posso fargli suonare cose diverse, con diversa intensità. Tutto sta in quello che si mette dentro l’elettronica, in quello che si vuole dire con l’elettronica.
Come sono nati i pezzi di “Tourist” e come ti sei trovato a lavorare in studio con dei musicisti?
Mi sono accorto di pensare alla composizione della musica in un modo totalmente differente da un vero musicista che suona un vero strumento. E’ capitato spesso che in studio ci trovassimo d’accordo sul risultato che volevamo raggiungere ma del tutto in disaccordo su come arrivarci. I brani del disco, comunque, sono nati tutti da un’idea ritmica che io ho sviluppato con l’elettronica, aggiungendo basi e campionamenti. Per il momento, infatti, non utilizzo un vero batterista, continuo a creare io elettronicamente i suoni della batteria perché i suoni che mi interessano sono difficilmente riproducibili da un batterista in carne e ossa. Anche se non escludo che in futuro se ne possa riparlare. Quanto al resto, sulla base elettronica creata da me, i musicisti hanno poi improvvisato e, collaborando, siamo arrivati a dare ai brani la loro veste definitiva.
Com’è oggi il tuo rapporto con la scena elettronica francese?
Sono contento di averne preso le distanze. La house è un genere che ormai sta rischiando seriamente di essere autoreferenziale, di farsi il verso. In più, ci sono molti soldi che girano su quel mercato e finiscono per imporre delle regole alla musica, che se non è in un certo modo non vende. Io mi ero stufato di fare pezzi sempre ritmati, accelerati. Avevo voglia di rallentare, di dare spazio alle mie idee che andavano in una direzione diversa dal semplice martellare con i bassi. Ma nel mondo della techno c’è una sorta di dittatura dei ritmi. Per questo ho scelto di staccarmi da quell’ambiente e di lavorare in solitaria, libero di sperimentare”.
| (Laura Centemeri) |