C’e vita dopo gli Oasis? Se i fratelli Gallagher sembrano brancolare nel buio, incerti sulla direzione da prendere, il dubbio non attraversa la mente di Alan McGee, stratega del gruppo e gran timoniere del brit pop ai tempi eroici della Creation Records, la indie inglese di maggiore successo per tutti gli anni’90. Di passaggio a Milano per parlare della sua nuova creatura, l’etichetta Poptones, e del fresco contratto di licenza con la V2 italiana, McGee, 40 anni compiuti a settembre, sorvola a vista passato, presente e futuro del pop inglese dalla comoda postazione di un lussuoso hotel del centro. E non rinuncia al ruolo di personaggio spigoloso, linguacciuto e velenoso cucitogli addosso dai media. Non risulterà simpatico a tutti, ma i fatti gli hanno dato spesso ragione.Cosa ti proponi, con questa nuova avventura?
Di continuare a essere una spina nel fianco del business musicale, un cane sciolto che si diverte a pubblicare solo i dischi che gli piacciono: e pazienza se dovessero appassionare solo me. Per come la vedo io, l’industria discografica inglese è composta in maggior parte da un branco di idioti. E il mio ruolo è di dare fastidio a quanta più gente possibile.
Girando sul website della tua nuova etichetta, Poptones, abbiamo trovato una dichiarazione lapidaria: “la musica indipendente è morta”.
E’ una affermazione che va interpretata nel suo contesto. Quello che volevo mettere in discussione con quella frase era l’idea stessa di “indie music”, che è un concetto privo di senso: la musica è musica, e basta. Certo, se penso alla scena pop di oggi quello che vedo è un panorama triste e desolante. E’ triste vedere che gente come le Spice Girls o le All Saints vengono prese sul serio come si trattasse di veri gruppi pop. La Creation è morta quando è stata incorporata dalla Sony. E’ la natura delle grandi corporation: venivo visto come la gallina dalle uova d’oro, la mucca da mungere fino all’ultima goccia. E questo alla fine ha ucciso l’etichetta.
C’è qualcosa di quell’esperienza di cui intendi fare tesoro, oggi?
Ho diretto per 18 anni una casa discografica che negli anni ‘90 si è trovata ad avere in casa il più grande gruppo del mondo e a vendere più di chiunque altro nel Regno Unito. Non c’erano solo gli Oasis alla Creation, ma un sacco di gruppi che hanno avuto successo in Inghilterra: Primal Scream, Boo Radleys, My Bloody Valentine, Sugar…A un certo punto mi sono stufato di alimentare la macchina delle major, che in Inghilterra è come un orribile mostro a cento teste. Oggi, francamente, non provo alcun rispetto per la musica che va in cima alle pop chart. Le classifiche sono diventate nient’altro che lo specchio delle politiche di marketing delle case discografiche, se la EMI ha la market share più grossa è perché ha investito di più in promozione e così via. Tutte idiozie: non voglio farne parte, quel che mi interessa è fare a modo mio e produrre buona musica. Se piacerà a poca gente andrà bene lo stesso, ma sono convinto che non andrà così: se sai creare un contesto intorno alla musica, arrivano anche i contenuti e il successo popolare. Ci siamo già riusciti con la Creation. Prima di noi, in Inghilterra la musica indipendente non esisteva neppure: a parte la Rough Trade, che però è sempre rimasta confinata all’underground. Noi abbiamo creato un nostro mondo musicale e siamo riusciti nell’impresa di trasformare una band indipendente nel gruppo più celebre di metà anni ’90.
Qual era il segreto? C’era una formula musicale, come fu ad esempio la Motown degli anni ’60?
Sì, in fondo si trattava di fondere il punk rock con la psichedelia. Gli Oasis si sono fatti da sé, ma noi gli abbiamo creato l’ambiente giusto. Ed è stato lo stesso clima che ha permesso a gruppi come My Bloody Valentine o Jesus and the Mary Chain di esistere e di svilupparsi.
Come valuti con il senno di poi la scena brit pop di allora?
Il brit pop non era altro che un concetto nato in parallelo alla “cool Britannia” di Blair e del New Labour. E la “cool Britannia” è un’invenzione del Sunday Times e dei quotidiani inglesi né più né meno come il brit pop è un’invenzione del NME. Non è mai esistito un vero movimento, a parte il fatto che nello stesso momento si affacciarono sulla scena un gran numero di guitar band. Per me la Creation non è mai stata parte del brit pop. Abbiamo sempre fatto di testa nostra, e la stessa cosa vogliamo fare con la Poptones: non vogliamo avere niente da spartire con alcuna scena musicale, vera o presunta.
Il governo inglese ha fatto qualcosa per la musica pop?
Parli della task force per l’industria musicale voluta da Blair? L’unica cosa che hanno fatto i laboristi è stato di chiamare me e Richard Branson per scattare una foto insieme e fare bella figura.
La storiografia rock ti attribuisce la paternità della scoperta degli Oasis. E’ andata veramente così?
Sì, li vidi suonare in un club di Glasgow. Pochi minuti dopo erano già sotto contratto.
Che giudizio dai delle loro ultime produzioni? Vi sentite ancora?
Gli ultimi due album non mi hanno entusiasmato e non mi capita spesso di volerli ascoltare. Ma continuo ad avere un’alta considerazione degli Oasis, sia come persone che come artisti.
Torniamo alla scena attuale: sulla stampa inglese non hai avuto parole tenere per i Coldplay…
Fanno sempre le cose giuste al momento giusto, con metodo scientifico: tutto in funzione della carriera. Ma la musica non è questo, ha a che fare con la magia e non con la scienza. C’era magia nella musica dei Beatles, di Jesus and the Mary Chain, di Syd Barrett: dopo che se n’è andato lui, la musica dei Pink Floyd è diventata scienza e non ha più avuto nulla di magico. Per me, i Radiohead non sono diversi: il loro è un fottuto prodotto scientifico, una formula e nient’altro.
Le tue prime pubblicazioni per la Poptones (Outrageous Cherry, Montgolfier Brothers, El Vez, Selofane 74…) sembrano abbracciare i generi musicali più diversi: c’è un filo comune?
Non ci sono orientamenti sessuali, razziali o di qualunque altro genere: c’è solo una grande attenzione allo stile, all’immagine dell’etichetta. Tutto quello che posso dirti è che Poptones vuole essere un’etichetta fuori dal coro nello stesso modo in cui io mi sento un individuo fuori dal coro. Abbiamo già messo sotto contratto una quindicina di gruppi, e a tutti vogliamo dare il tempo necessario per crescere e maturare. Si può fare, se si contengono i costi di promozione e i prezzi dei dischi (che in Italia costano 29.900 lire al pubblico, ndr).
E’ vero che stai per mettere sotto contratto Courtney Love e gli Hole?
Io e Courtney siamo amici, abbiamo la stessa pessima opinione dei discografici! Ma non abbiamo in programma di lavorare insieme per il momento. In futuro, chissà…
Presentando la Poptones qualche mese fa, hai detto di volerne fare un’etichetta destinata a operare essenzialmente on-line.
Tutto è nato dal mio desiderio di ribellarmi contro la mentalità della Sony, che mi bloccava ogni genere di iniziativa. Ecco perché sul sito si trovano delle stazioni radio in cui mi diverto a trasmettere i dischi che mi piacciono, né più né meno come faccio nel mio club londinese, il radio4 (è anche il titolo di un sampler dell’etichetta che la V2 pubblicherà il 1° dicembre sul mercato italiano al prezzo speciale di 4.900 lire, ndr). E quando la banda larga sarà abbastanza diffusa, metteremo sul sito anche una Web TV.
Sei uno dei pochi discografici che non sembrano avere alcun timore dell’MP3…
C’è una rivoluzione tecnologica in corso, e nessuno sa ancora che direzione prenderà: per quanto ne so, Liquid Audio potrebbe finire per prevalere sul formato MP3. E un fenomeno come Napster segnala che ci stiamo muovendo verso un mondo in cui più gente vuole consumare più musica e a prezzi più bassi. L’atteggiamento dell’industria discografica mi ricorda in un certo senso quello delle squadre di calcio italiane: pensano a difendersi invece che ad attaccare…
| (Alfredo Marziano) |