Ha fatto parte della Commissione Artistica che ha selezionato il cast di cantanti per Sanremo 50°: Mauro Pagani è a Sanremo ‘in vacanza’, in un certo senso, o a vedere – come dice lui – quello che di buono o di non buono ha combinato (non da solo, naturalmente, ma con gli altri componenti della Commissione). Ex-PFM, produttore, tra gi altri, di Fabrizio De André, una vita trascorsa nella musica, Mauro Pagani dice la sua a Rockol sul Festival di cui ha, nel bene o nel male, la responsabilità.Mauro, la prima cosa che volevo chiederti riguarda il fatto che quest’anno, soprattutto all’inizio del Festival, si è parlato molto poco dei giovani e delle loro canzoni: secondo te perché?
Perché Sanremo non è più un Festival musicale da anni, ma un momento di spettacolo. Per cui si porta dietro un seguito di media che cercano disperatamente qualcosa di cui parlare. Allora ecco che i big almeno hanno una storia, per cui si può andare a ravanare nel loro passato e cercare delle cose pittoresche da dire. Hai visto come sono i giornalisti quando vengono qui, sono annoiati, cercano notizie perché parlare delle canzoni non è facile, prima di averle sentite almeno due o tre volte. E allora sono tutti disperati perché magari non arriva Platinette...Comunque al di là del fatto che si parla molto dei Big, credo che tra i giovani ci siano molti personaggi interessanti.
Nei tanti sondaggi fatti in questi giorni, gli intervistati hanno espresso la speranza di trovare delle belle canzoni a Sanremo: ti sembra il posto giusto in cui cercare la buona musica?
Mi sembra che il Festival abbia vissuto quest’anno un momento di transizione, nel senso che si sta ammodernando suo malgrado. Il concetto di bella canzone, poi, vuol dire tutto e niente, è un po’ come il concetto di libertà. Se senti parlare di libertà un nazista e un trotzkista ti sembra che parlino della stessa cosa, ma la realtà non è esattamente così. E poi bisogna sempre comunque ricordarsi che Sanremo è il Festival della canzone italiana, e quindi deve essere una fotografia di ciò che si muove all’interno della situazione musicale italiana di questo momento. Se fai una roba di tendenza, metà del pubblico grida perché non ci si riconosce. Ad esempio mia madre, che pur avendo 80 anni ha dei gusti eccentrici - tipo Renato Zero - , poi ha voglia di andare al Festival. Secondo me quello che deve succedere piano piano è che bisogna dichiarare morta la canzone da Festival, ed è il Festival che deve farlo ufficialmente. Sono anni che a Sanremo vengono riesumati certi autori ed un tipo di canzone che stanno fuori giusto il tempo del Festival e poi rientrano nel loro sarcofago, per essere riesumati nuovamente l’anno successivo. E’ una canzone morta, quella da Festival, che viene tenuta in vita da una parte di discografici, che vogliono compiacere una parte di autori, ma è lo specchio di una musica che non esiste più e non vende più da anni: loro ci provano, perché sperano che su quindici canzoni, magari ce n’è una che vende per tutti. Ecco, se riusciamo a seppellire quella canzone un passo l’abbiamo già fatto, perché per il resto, quando quelle canzoni andranno via si sceglierà tra ciò che c’è. Qui inizia un altro discorso, visto che alla fine, spesso, quello che c’è è lo specchio di un paese musicalmente arretrato, rimasto agli anni ’80, e che invece dovrà brevemente aggiornarsi alle nuove tecnologie, alla nuova distribuzione, a Internet...
Passando a parlare di big, chi è invece che ti è sembrato valido, in questo Festival?
Avion Travel, Bersani... quello dei Subsonica è un pezzo interessante, diverso, non è un genere in cui mi riconosco ma è un bel pezzo. Carmen Consoli ha un bel pezzo, e poi Spagna, nel suo genere, ha un bella canzone melodica. Mi piace anche il testo di Vasco per Irene Greandi. Ma in assoluto il pezzo che mi piace di più è quello degli Avion Travel.
C’è qualcuno che hai dovuto lasciare a casa con dispiacere?
Be’, sì. Abbiamo cercato di includere Francesco Renga, l’ex-cantante dei Timoria, perché pensiamo sia un grande talento, ma dal punto di vista del regolamento non è stato possibile ammetterlo.
Ma possiamo sapere la verità sull’esclusione dei Lunapop?
I Lunapop si sono presentati con un pezzo che alla giuria non è sembrato niente di eccezionale, un pezzo lento, un po’ triste che non ha convinto nessuno. Dopo aver ammesso gli artisti più interessanti, abbiamo fatto delle votazioni perché erano rimasti quattro posti e otto artisti, e lì i Lunapop non sono passati. Loro sono splendidamente pop, ma questo pezzo non gli sarebbe servito a molto, anzi sarebbe potuto essere un pezzo sbagliato per loro. so che qualcuno dello staff dei Lunapop è stato felice quando gli abbiamo detto che non li avevamo presi....Secondo me noi gli abbiamo fatto un favore, primo perché non era il pezzo adatto, poi perché se n’è parlato così tanto che gli ha fatto più comodo che venire davvero. Il discorso è anche questo: quando selezioni gli artisti al Festival di Sanremo, devi selezionarli anche sulla base di quanto le canzoni siano a fuoco su di loro. Devi cioè privilegiare l’artista che ha la canzone giusta, rispetto a quello che porta una canzone non adatta. E qui continuiamo ad avere a che fare, invece, con artisti che continuano a presentarsi con canzoni scritte appositamente per Sanremo, e che invece finiscono per essere ormai decisamente fuori dal tempo. Ci sono casi passati, come Massimo Ranieri, Fausto Leali...
Un’obiezione tecnica: ma se un gruppo come i Lunapop, il più famoso del momento, è costretto a partecipare tra i giovani pur essendo primo in classifica, non è forse il caso di rimettere mano al regolamento, per aiutare magari lo spettacolo?
Sì, direi di sì. Ma i criteri di valutazione non sono poi così facili. La clausola relativa all’”artista/gruppo di chiara e consolidata fama” non ha senso per me. Nino Benvenuti è di chiara e consolidata fama, ma non c’entra niente con il Festival, per cuiPiuttosto toglierei la distinzione tra big e giovani, metterei una clausola per cui bisogna aver pubblicato un disco, metterei una giuria seria e farei una gara unica selezionando gli artisti. Il problema è che le due categorie rispondono anche ad una differenza di regolamento, nel senso che noi invitiamo i big, mentre i giovani si propongono e vengono selezionati. Per cui per i giovani abbiamo degli esclusi, mentre per i campioni soltanto dei non invitati. Potremmo farla diventare una cosa del tipo: “abbiamo trenta artisti, di cui 15 sono invitati e gli altri selezionati tra le candidature arrivate”. Forse questo sarebbe il modo migliore per fare il prossimo Festival.