Ma non era grasso e cattivo? Il nuovo Sergente Garcia è magro e ama la musica meticcia...

”Camino de la vida” sta avendo un grande successo in Italia, ma mi dicono che anche all’estero sta andando molto bene...
E’ vero, fortunatamente. In Francia, ad esempio, abbiamo superato le 200mila copie, in Spagna sta funzionando così come in Svizzera e in Belgio. Adesso esce negli Stati Uniti, e anche in America Latina, e sono molto speranzoso. Com’è iniziata la storia di Sergent Garcia?
La storia del gruppo è iniziata nel 1994, quando ho iniziato a fare sound-system alla maniera giamaicana, con due piatti e un microfono, proponendo musica ragamuffin. A poco a poco ho pensato che mi sarebbe piaciuto mescolare questa musica agli altri suoni caraibici, in special modo cubani. E così ho iniziato a sperimentare questo tipo di fusione, facendomi aiutare da una serie di musicisti che nel frattempo avevo conosciuto. Il progetto Sergent Garcia nasce proprio da qui.

Sei un francesce che parla perfettamente spagnolo: cosa c’è dietro?
Mio padre è spagnolo, mentre mia madre è francese.

E tu dove sei nato?
Sulle Alpi francesi, non molto distante da qui. Poi ho vissuto in Spagna per i primi cinque anni della mia vita, dopodiché sono tornato in Francia e ho abitato fuori Parigi. Attualmente vivo a Belleville...

Ah, il famoso quartiere citato nei libri di Pennac...
Esatto. E’ un quartiere unico, molto particolare, nel quale vivono tutte le etnie possibili, dai cinesi agli ebrei,dagli africani ai giamaicani. La cosa pazzesca è che ognuno suona la sua musica, in quel quartiere, così puoi ascoltare tutti i suoni del mondo semplicemente facendoti un giro attraverso un po’ di isolati. C’è molta solidarietà a Belleville, e quella è una cosa molto preziosa: ad esempio, il giorno prima che venissi in Italia a fare promozione, c’era una manifestazione in una strada molto vicina a casa mia. La polizia aveva intimato lo sgombero di un palazzo perché pericolante, e il comune si era offerto di trovare sistemazione ai senza tetto dirottandoli fuori Parigi, ma le famiglie che vivono in quel palazzo hanno tutte parenti e amici a Belleville, per cui non volevano andare via e separarsi da loro. Così si sono accampate fuori dal palazzo e hanno messo su una specie di tendopoli: be’, quelli del quartiere stanno manifestando attivamente per far sì che si possa trovare una soluzione che permetta a quella gente di rimanere in zona, e inoltre li riforniscono di cibo, gli tengono i bambini quando devono andare a lavorare... insomma, cose che una volta erano quasi normali, ma che adesso non vedi più da nessuna parte.

Tu hai delle radici musicali molto particolari, visto che hai iniziato a suonare alla fine degli anni ’80 con una band punk in stile Manonegra: come è cambiato il tuo approccio musicale?
Sì, si chiamavano Ludwig Van 88 e sono stati per lungo tempo uno dei gruppi più famosi della movida alternativa francese, insieme ad altri gruppi impegnati socialmente contro razzismo e a favore di una migliore convivenza tra le persone. Credo che il punto in comune che lega quel gruppo con Sergent Garcia sta nel senso di festa che vogliamo comunicare con la nostra musica, anche quando parliamo di problemi sociali. Il nostro compito principale è quello di portare energia alle persone e di scatenarne la reazione, facendoli divertire e ballare senza pensare soltanto alle cose che vanno male.

Immagino che sia diverso il concetto di festa in Spagna, rispetto alla Francia...
No, non molto. La festa è festa, ovunque. La voglia di divertirsi è uguale ovunque, basta lasciarsi andare. Anzi, credo che i giovani francesi siano più abituati alla musica meticcia rispetto a quelli spagnoli, e quindi fino ad oggi sono riusciti ad apprezzare moltissimo la nostra proposta. C’è anche da dire che abbiamo ottenuto buoni risultati praticamente ovunque, e del resto siamo in 12 sul palco, e non permettiamo a nessuno di addormentarsi!

Bruno Garcia è il tuo vero nome, anche se ti fai chiamare Sergente Garcia: ma quel personaggio di Zorro era molto grasso, mentre tu sei magrissimo...
Sì, è vero! Sono la versione geneticamente modificata del vero Sergente Garcia!

Perché il titolo dell’album è “Un poquito quema’o”, vale a dire “Un po’ fuso”?
Perché è un riferimento al fatto che siamo tutti un po’ pazzi, noi della band. non a caso il gruppo che mi accompagna si chiama “Los locos del barrio”, vale a dire “I pazzi del quartiere”. Credo anche che il mondo sia un po’ fuso, quindi il titolo mi sembra opportuno...” Di cosa parlano le canzoni del tuo album, “Un poquito quema’o”?
Parlano di amore, di festa, e dei problemi che possiamo avere nella nostra vita di tutti i giorni. non mi interessa raccontare questi problemi come farebbe un notiziario, raccontando i fatti e dando una morale. Preferisco di dare degli spunti per pensare, e in questo senso credo che il mio argomento preferito sia raccontare le relazioni tra persone...

Ha ancora un senso parlare di politica nelle canzoni, oppure no?
Certo che ha un senso, la musica è molto importante per comunicare delle cose che possono far pensare. Pensa a quanto è stata importante la musica negli anni ’60, per il movimento hippy, per i punk...adesso io, Manu Chao e altri stiamo veicolando il nostro principale messaggio nella musica meticcia che facciamo, perché per il fatto stesso di suonare questo tipo di cose costringe la gente a pensare a quante culture affluiscono nei dischi che amano, e questo porta il pubblico ad essere più aperto di vedute.

Quanto pensi che il fenomeno della ‘ola latina’ nel 1999 sia stato soltanto una coincidenza o quanto l’affiorare di un vero fenomeno internazionale? E pensi che questa cosa ti abbia avvantaggiato?
Sicuramente sono molti i musicisti latini che sono approdati con la loro musica in Europa in questi ultimi anni. Parlo di musicisti cubani, ma non solo: tutta la nuova generazione della musica latinoamericana è riuscita a far familiarizzare il pubblico europeo con questi suoni e questi ritmi. Credo anche che ci sia un grande movimento a livello culturale e sociale nella comunità latina, che si ritrova, soprattutto negli Stati Uniti, ad essere la classe sociale più bassa, laddove gli afroamericani hanno comunque raggiunto lo status di classe media, più o meno. Questa musica racconta i mille problemi della comunità, ma vuole anche essere un modo per ricordare ala musica mainstream che esiste una comunità latina e che è sempre più numerosa. Credo seriamente che lo spagnolo potrebbe diventare la lingua più parlata in America. Quindi non credo che si tratti di una coincidenza, quanto di una conseguenza di un mutamento dello scenario a livello mondiale. Per tornare ad un ambito più strettamente musicale, poi, posso dirti che la musica latina è fortemente legata ai ritmi africani, e questa unione è quasi imbattibile, come dimostra la salsa, una musica irresistibile.

Fai una musica molto internazionale, ma hai viaggiato molto?
In realtà no! Ad esempio non sono mai stato in America Latina, anche se ho letto molti libri che riguardano quei paesi e, vivendo a Parigi, sono a stretto contatto con tutta la comunità latina, che è molto numerosa e fatta in buona parte da musicisti. In questo senso Parigi offre delle possibilità incredibili, perché è lì che il mondo si incontra. Credo che andrò prima o poi a visitare quei paesi, ma comunque la gente che frequento viene tutta da lì.

E per finire, cosa puoi dirci di tue prossime presenze live in Italia?
Verrò sicuramente a suonare, credo in primavera. Per il momento credo che ci sarà uno showcase di presentazione a Sanremo, dove ci esibiremo dal vivo per presentare il nostro album... pensa che avevo scritto “Camino de la vida” sei anni fa, e non interessava a nessuno. Non sai quanto sono felice di ascoltarla oggi su tutte le radio; vuol dire che non mi ero sbagliato...

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