Il nuovo millennio è appena iniziato e ho un appuntamento telefonico con E, il leader di Eels, una band di Los Angeles che - più di qualsiasi altro gruppo emerso negli ultimi anni - si accosta spaventosamente al Beck di “One foot in the grave”. Clonazione, allora? Per niente, visto e considerato che Eels, nei due album precedenti (“Beautiful freak” ed “Electro shock blues”) hanno comunque dimostrato di saper scrivere canzoni con un senso compiuto, canzoni tristi quanto quelle scritte da Beck “con un piede nella fossa”, canzoni come “Your lucky day in hell” o “Beautiful freak” che ancora oggi, a riascoltarle, sembrano dei piccoli classici del pop alternativo contemporaneo. Oggi, dopo un periodo di profonda crisi esistenziale da parte di E (il leader della band, che negli ultimi anni si è visto morire sotto gli occhi la madre e ha dovuto sopportare il dolore del suicidio della sorella), Eels si ripresentano con un nuovo album, “Daisies of the galaxy”, con cui E vuole dare un taglio alla paranoia, vuol voltare pagina e cantare la rinnovata voglia di vivere. E in persona ci ha parlato di questo e molte altre cose durante l’intervista rilasciataci. Allora, cosa hai fatto il 31 Dicembre, l’ultimo giorno dello scorso millennio?
Sono andato al matrimonio di John King, uno dei Dust Brothers. Si è sposato proprio il 31 Dicembre. Con Mike, l’altro Dust Brothers…..Eh, eh (ride, da solo, perché la battuta è alquanto squallida, n.d.r.). No, sto scherzando. Ha sposato la sorella di Mike Simpson
E’ una decisione folle a cui è arrivato dopo aver prodotto il vostro disco?
No, a dire il vero “Daisies of the galaxy” me lo sono prodotto da me.
Quali credi che siano le differenze, a parte il fatto di esserti prodotto da solo, tra questo nuovo album ed “Electro shock blues”?
Beh, durante e alla fine delle registrazioni di “Electro shock blues” ero piuttosto depresso. Mi sentivo proprio come una persona che se ne sta a sguazzare nel fango, senza riuscire a trovare una via d’uscita. Poi però mi sono stufato di questa situazione. Ero stanco di soffrire. Così mi sono guardato intorno, ho raccolto i pezzi, ho messo insieme le poche cose che mi erano rimaste e mi sono detto: okay, andiamo avanti.
Credo che semplicità sia una delle parole chiave, uno degli elementi che fanno la differenza in questo disco…
Sì, in questo disco abbiamo cercato di mantenere la struttura delle canzoni il più semplice possibile. Non c’è più quella ricerca dei suoni che c’era stata in passato. Questa volta mi sono messo in uno studio di registrazione, ho scritto i pezzi al piano e con la chitarra. Poi li ho riascoltati e registrati cercando soprattutto di mantenere la loro struttura il più diretta e semplice possibile.
A questo disco hanno lavorato con te Peter Buck e Grant Lee Philips di Grant Lee Buffalo. Come hai conosciuto Peter Buck?
Ci siamo incontrati per la prima volta l’anno scorso, a casa di Neil Young. Io ero tutto preso a far funzionare il barbecue di Neil. A un certo punto si avvicina Peter e inizia a dirmi quanto aveva apprezzato quello che avevamo fatto con “Electro shock blues”. Poi mi dice che gli avrebbe fatto molto piacere suonare insieme in futuro, dando il proprio apporto a Eels. Così quest’anno, quando i REM erano a LA per seguire le riprese di “Man on the moon” (il film di Hoffman con Jim Carrey come protagonista, n.d.r.), l’ho chiamato, chiedendogli se gli avrebbe fatto piacere venire a sentire i nuovi pezzi. Gli è piaciuta subito l’idea e così ci siamo ritrovati a scrivere e suonare insieme le canzoni di “Daisies…..”. E’ stato molto bello, anche perché Peter lavora in modo veloce, come piace a me. Lo scopo principale, anche per lui, è cercare di catturare il momento. E alla fine delle registrazioni mi ha detto che era molto contento di quello che avevamo fatto, anche perché con i REM è sempre un processo doloroso per lui. Si lavora troppo lentamente…..
Hai dichiarato che un brano di questo nuovo album, “Tiger in my tank”, è contro agli spot pubblicitari. Come mai?
Perché trovo assurdo questo trend che si è ormai consolidato tra i musicisti americani di vendere la propria musica, di lasciare che la si accosti a un prodotto da vendere. trovo assurdo che un pezzo di Lenny Kravitz faccia da colonna sonora alla pubblicità della Gatorade. Le case discografiche dicono che non c’è nulla di male. Anzi, ti dicono che è tutta promozione. Posso capire la prospettiva da cui alcuni artisti guardano il problema. Negli States è difficile avere esposizione su MTV o sui network. E allora lo spot può diventare un buon veicolo promozionale. A me però tutte queste dinamiche non interessano. Non mi interessa fare promozione in questo modo. Mi sta bene di essere qui a fare questa intervista perché in questo modo posso spiegare la mia musica. Ma che senso ha che una mia canzone, in cui magari parlo della morte di mia madre o del suicidio di mia sorella, venga accostata alla pubblicità di un profumo. Poco tempo fa è proprio quello che mi è successo. Avevano chiesto se potevano utilizzare un brano che avevo scritto sulla morte di mia sorella per pubblicizzare un profumo. E’ stato difficile dire di no, anche perché ho dovuto rifiutare un bel po’ di soldi. Mi sono anche detto: stai già vendendo te stesso. Vendi dischi e quindi vendi te stesso. Ma è diverso. E’ diverso il contesto.
So però che alcuni brani di Eels sono stati usati per film come “The End of violence” e “American beauty”. Come hai vissuto lo sfruttamento della tua musica all’interno di questi progetti?
Bene. Credo che la musica di Eels si addica a fare da colonna sonora a dei film. Ha in sé un che di cinematografico. Credo, anche se può sembrare pretenzioso, che la natura della nostra musica crei di per sé delle immagini, delinei colori e flash di immagini. Così non può altro che essere un ulteriore supporto a un film. Se poi il film a cui vengono sovrapposte le immagini che creiamo noi sono lavori come quello di Wim Wenders (regista di “The end of violence”, n.d.r.), è ancora meglio.