I suoi Fleurs sono stati il disco dell'anno: una breve conversazione con l'artista siciliano...

I suoi “fiori” sono stati premiati, diventando l’album italiano dell’anno secondo il consueto referendum annuale del periodico specializzato “Musica & Dischi”. Se “Fleurs” rappresenta uno scarto momentaneo dalla rotta musicale che Franco Battiato ha seguito nei suoi ultimi lavori – diciamo a partire da “Café de la paix” – è anche vero che la sua discografia è composta oggi più che mai da registrazioni di musiche assai diverse tra loro, capaci di accostare opere (“Genesi”, “Gilgamesh”), messe (“Messa arcaica”), sperimentalismi (“Fetus”, “Pollution”, “Clic”, “Sulle corde di Aries”), canzoni pop (“La voce del padrone”, “L’arca di Noè” e i più recenti “Strani giorni” e “Gommalacca”), episodi maggiormente legati a tematiche mistiche o esoteriche (“Fisiognomica”, “Mondi lontanissimi”, “Café de la paix”) e accostamenti alla tradizione liederistica europea (come nella seconda parte dell’album “Come un cammello in una grondaia”). Battiato come artista a tutto campo, quindi, capace di sorprendere ancora, come è stato nel caso di questo suo più recente lavoro, dedicato alla rilettura di alcuni classici della canzone, in gran parte attinti al repertorio degli anni sessanta.

Come è nata l’idea che sta alla base di un album come “Fleurs”?
L’idea di esibirmi con questo repertorio risale a cinque anni fa, quando ho iniziato a cantare queste canzoni nel corso di alcune esibizioni tenute presso i principali teatri d’opera spagnoli. E in Italia invece ho debuttato per la prima volta con queste canzoni la scorsa estate a Taormina.

Come ha preso forma questo tipo di repertorio? C’è un filo comune che lega le varie canzoni?
Bisogna partire dalla richiesta dei concerti spagnoli nei teatri d’opera, che sono luoghi musicali ben precisi. Ho avuto l’idea di dividere il mio set in due tempi, per esibirmi in uno con un organico da camera – pianoforte, quartetto d’archi e tastiera – per riproporre in quell’ambiente un genere liederistico di musica leggera. Il passo conseguente, relativo alla scelta dei brani, è derivato dai miei gusti: sono cose che mi sono sempre piaciute, che, negli anni ’60, quando ero giovane ascoltavo proprio ‘da pubblico’ e non ancora da musicista. Ricordo ad esempio che ho ascoltato “Aria di neve” quando avevo 16 anni, stavo in Sicilia, e già allora la conoscevano in pochi…figurati oggi! Eppure a me piace molto ancora adesso, nonostante siano passati 37 anni, forse più!

Ascoltando questo album mi viene in mente l’album che Caetano Veloso ha dedicato alle canzoni della sua infanzia, “Fina estampa”…
E’ un disco che non conosco.

…ci sono comunque delle canzoni di “Fleurs” a cui sei legato per ricordi più antichi di quelli adolescenziali, come nel caso di “Era de maggio”?
Quella è una canzone che ho sempre considerato come molto preziosa, e ti devo anche dire che solo quando la sentivo cantata dai veri tradizionali mi piaceva. Ne ho sentito altre versioni prive di competenza e le ho trovate penose. Quando Serena Dandini mi invitò al Pippo Kennedy Show, programma in cui agli ospiti era richiesto di eseguire una canzone propria e una di un altro compositore, io scelsi proprio “Era de maggio”. Nei giorni successivi a quel passaggio televisivo mi telefonarono in molti, soprattutto intellettuali, per dirmi che avevano apprezzato la mia versione, così sobria, di una canzone che solitamente veniva eseguita con una certa enfasi, e quindi quando è stato il momento di registrare “Fleurs” ho pensato di inserire in repertorio anche questa.

A proposito del poco rispetto con cui si fanno cover di cui parlavi prima, pensi di poter essere criticato per la tua pronuncia inglese nella canzone “Ruby Tuesday”?
E’ una scelta ben precisa. La mia pronuncia, da un punto di vista tecnico, è perfetta. Non è perfetta perché non faccio l’inglese e non voglio fare l’americano. E’ così anche con il francese, che è una lingua che conosco molto bene, ma che sto lontano dal pronunciare con l’atteggiamento francese a “la vie en rose”…Faccio delle scelte ben precise con le lingue, ho degli ideali visto che sono un uomo maturo. Quando sento parlare un ebreo o un pakistano in inglese li preferisco a quelli di lingua madre, tanto per darti un’idea.

Siamo abituati, soprattutto negli ultimi anni, a considerarti un musicista molto ispirato dall’oriente. Questo è invece un album molto francese, come atmosfera…
D’altra parte non potrebbe non esserlo, visto il legame che c’è tra molti dei nostri più importanti autori e la canzone francese. Comunque questo disco non è tanto un tributo alla canzone francese quanto ad alcuni autori, che poi siano di nazionalità francese o bulgara mi interessa poco.

C’è una certa malinconia di fondo che sembra accomunare i brani: è una scelta fatta in partenza oppure una sensazione che hai avvertito una volta messo insieme il repertorio?
Non è stata una cosa voluta. Non ero alla ricerca di uno stile che unificasse l’album, però già la scelta di eseguire le canzoni con un quartetto d’archi e pianoforte ha portato ad alcune scelte per così dire forzate, visto che non tutti i brani erano adattabili a quel tipo di sonorità.

Per questo album si è parlato di Battiato ‘crooner’, anche se in realtà le tue interpretazioni sembrano più legate al mondo dei lieder classici che a quello tipico del cantante confidenziale…
Che sia esaltata la caratteristica della voce anche come sussurro è vero. La liederistica, tranne quell’esperimento che avevo fatto sull’album “Come un cammello in una grondaia”, nessuno l’ha mai fatta con il canto leggero, per cui forse è più giusta l’espressione di ‘crooner’.

Chi andrà a vedere le firme degli autori presenti su “Fleurs” troverà due canzoni di Fabrizio De André e due di Sergio Endrigo: c’è qualcosa che vuoi dire su quest’ultimo, che è decisamente meno popolare di De André?
Sai, non rispondo mai a quesiti del tipo: “qual è la canzone più bella dell’ultimo ventennio?” perché mi sembrano dettati dalla stupidità e da un gusto tutto perverso per i bilanci, cose per cui spesso capita che una patata si classifichi prima di Mozart! Per cui non mi interessa vedere quante canzoni ho scelto di un autore piuttosto che di un altro… io avevo un numero limitato di canzoni da poter scegliere, ed essendo un sostenitore della teoria secondo cui esiste una certa ‘fatica d’ascolto’ – per cui i dischi e i concerti devono avere una certa durata che ne permetta la fruibilità, altro che tre ore e mezza di concerti… io avrei orrore di me stesso dopo un certo punto – ho fatto una scelta ben precisa: dieci canzoni di altri autori che potessero adattarsi alla voce di questo interprete. Non ho pensato di cantare “My way”…

Ho capito, ho capito…non era questo che intendevo… mi incuriosiva la scelta di Endrigo perché è forse un autore sottostimato, che però ha firmato alcune composizioni veramente belle, come le due che hai scelto per il tuo disco…
E’ così, però non è che si può dar retta a quello che pensano i critici…ti ricordo che ai suoi tempi un genio come Hitchcock viveva grossi contrasti con dei critici che gli rimproveravano di non saper fare cinema, per cui cosa puoi fare di fronte a queste cose. Oppure quelli che parlano male di Kubrick e del suo ultimo film: hanno l’unico risultato di farmi partire prevenuto al contrario!

Per cui l’artista è ingiudicabile…
No, neanche questo. Però ho già visto in passato cose del genere. Ad esempio avevo dei grossi dubbi su un film come “Shining” per il tema trattato, poi però l’ho trovato un film di una bellezza abbagliante. Eppure quel film era stato criticato ferocemente, e la stessa cosa era successa con “Barry Lindon” e altri. Parlo solo per dati, per esperienza: quando mi metto davanti a un film, che il regista si chiami Kubrick o …’Marcelletto’ mi interessa poco…

Le due canzoni di Fabrizio De André – “La canzone dell’amore perduto” e “Amore che vieni, amore che vai” - sono nel disco perché ci sarebbero state comunque oppure la sua scomparsa è in qualche modo alla base della scelta?
Questa è una considerazione giusta, anche se in realtà le avrei probabilmente inserite lo stesso entrambe. Quando ascoltavo “La canzone dell’amore perduto” De André era un autore che mi piaceva moltissimo e ricordo che lo ascoltavo spesso nella mia stanza, da giovane. Era una vera passione, al punto che ad esempio, pur essendo lui un contemporaneo di Battisti, non ho messo nessuna sua canzone. Trovo De André un autore congeniale alle mie corde.

Qual è la storia del testo scritto da Gesualdo Bufalino per una canzone come “Che cosa resta…?” di Charles Trenet?
Questa è una cosa veramente curiosa, perché Bufalino mi aveva mandato, un paio d’anni prima di morire, un fax con questo curioso adattamento, perché all’epoca non era nelle mie intenzioni interpretare questo genere di repertorio, e lo trovavo anche lontano dai miei progetti. Però per amicizia e per stima registrai una versione ‘privata’, per pianoforte e voce, di quella canzone, avvalendomi naturalmente del suo testo. Lui rimase molto contento, e anche quella è una canzone che ho deciso di recuperare per questo album.

E le due canzoni nuove, “Medievale” e “Invito al viaggio”?
Sono state scritte espressamente per questo disco, per questo progetto. Sono finalizzate a questo e non sono canzoni che anticipano in qualche modo la direzione del prossimo album. Non sono neanche canzoni avanzate da “Gommalacca”, anche se dalle session di quel disco mi sono rimaste un paio di canzoni, cosa per me assolutamente unica!

Dopo questo salto nel passato, come sarà invece il prossimo album di Franco Battiato?
Potrebbe essere un urto tremendo!

Peggio di “Gommalacca”?
Potrebbe essere…

E attualmente a cosa stai lavorando?
Ho una commissione per il 2000 che sta prendendo forma… è una musica molto dura, inaccettabile a certe orecchie. Credo che cantare musica napoletana e fare musica progressiva allo stesso tempo sia un’esperienza interessante.

Ti fa piacere che ci siano dei tuoi fans interessati alle ristampe dei tuoi primi album?
Se ti riferisci a dischi come “Sulle corde di Aries” o “Clic” devo confessare che è una cosa che mi lascia indifferente. Invece sono rimasto molto sorpreso dal fatto che in alcuni recenti concerti, i ragazzi in prima fila, con un’età media di 14 anni, sapessero a memoria le parole di “Stranezza d’amuri”, una canzone di molti anni fa. Quello mi ha scioccato…che dei ragazzi così giovani si siano messi a cantare in siciliano, perfettamente… non ci credevo! E’ proprio una cosa che dimostra un grande amore per la mia musica, perché significa mettersi lì con il testo e impararlo a memoria. Non è come “L’era del cinghiale bianco”, che si ricorda più facilmente…qui c’è proprio da lavorarci sopra!

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