Lucio Battisti e la Numero Uno nelle parole di un fotografo che ha fatto la storia della musica...

Cesare Monti è stato il fotografo della Numero Uno ai tempi d’oro dell’etichetta, vale a dire nel corso degli anni ’70. Si devono a lui molti degli scatti che ritraevano quello che allora era il cast della celebre etichetta musicale, da Lucio Battisti ai Dik Dik, dalla PFM alla Formula 3. Ma Cesare Monti – vero nome Cesare Montalbetti, fratello di Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik – non è stato soltanto il fotografo ufficiale di Lucio Battisti: ha lavorato per la Cramps, è stato il direttore artistico di “Re nudo”, ha girato film e spot pubblicitari e ha lavorato negli Stati Uniti per l’etichetta discografica di proprietà dei Rolling Stones, la Rolling Stones Records. Il suo libro di fotografie intitolato “Lucio Battisti e la Numero Uno nelle fotografie di Cesare Monti” è uscito qualche settimana fa ed è stato accolto con grande interesse dagli addetti ai lavori e dai fans del grande musicista scomparso.

Quando e come è nata l’idea di realizzare questo libro?
L’idea mi è venuta un anno fa, a novembre del 1998. Premetto che sono 18 anni che non lavoro più in questo settore…

Come mai?
… il mio abbandono era coinciso con la morte di un altro grande artista, Demetrio Stratos (cantante degli Area, un personaggio cruciale nella storia del nuovo rock italiano, ndr). Lavoravo a New York, per la Rolling Stones Records, che dipendeva dalla Atlantic. Demetrio era arrivato a New York per fare un operazione di trapianto del midollo osseo. A quei tempi i trapianti in Italia e in Europa quasi non si facevano, per cui chi aveva bisogno doveva arrivare fino al Memorial Hospital di New York. Quando finivo di lavorare andavo a farmi un giro con la moglie di Demetrio, oppure la accompagnavo in ospedale… Ricordami una cosa…di cosa esattamente soffriva Demetrio Stratos?
Demetrio soffriva di una patologia comune e al tempo stesso rara, ossia di anemia mediterranea. A un certo punto questa malattia gli è scoppiata in un modo devastante… lui in realtà è morto per un ascesso a un dente, perché il trattamento per il trapianto gli aveva tolto ogni tipo di difesa immunitaria. Eravamo molto amici perché io lavoravo per la Cramps, l’etichetta discografica degli Area. Prima che morisse mi era successa una cosa disgustosa con un periodico italiano: io ero diventato una sorta di punto di riferimento per quanti volevano avere notizie di Demetrio, al punto che a volte diventavo quasi il suo portavoce. Così ho accettato di incontrare il giornalista di una testata italiana in un bar, ma trascorse due ore e non vedendolo arrivare, ho deciso di andarmene. Quando sono tornato a casa ho ricevuto una telefonata dal Memorial Hospital dove mi informavano di aver appena cacciato in malo modo un fotografo italiano che aveva cercato di rubare delle foto di Demetrio in fin di vita, spacciandosi per autorizzato da me. Quando ho rintracciato il giornalista e gli ho chiesto conto e ragione del loro comportamento, mi ha risposto candidamente che non avrebbero potuto fare il servizio (e quindi la mia intervista) senza delle foto ‘che funzionassero’. A quel punto ho capito che quello non era più il mio mondo, e l’esperienza con la Rolling Stones Records mi ha dimostrato che non erano solo gli italiani a essere ‘fasulli’, anzi: quel mondo lì in America vive soltanto di facciata.
E cosa ti ha fatto tornare alla musica?
Paradossalmente proprio la morte di Lucio, che mi ha portato indietro con la memoria, e mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano un discorso interrotto. Il giorno in cui mi hanno detto che Lucio Battisti era morto ho sentito un dolore fortissimo, che mi ha sorpreso, quasi. E’ stato un momento shoccante, non immaginavo che potesse muovere così tanto dentro di me. Ho iniziato a vedere in giro molte foto che avevo scattato ai tempi, pubblicate naturalmente senza la mia autorizzazione, e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto farlo io un libro: rigoroso, assolutamente in linea con quello che lui era e rappresentava, e cioè la Numero Uno.

Quali sono le immagini di Battisti che preferisci, tra quelle che hai scattato?
Mi piacciono molto quelle relative alla session per la copertina di “La batteria, il contrabbasso, ecc.”, in cui lui corre nel fango. Però credo che la mia preferita sia la copertina del singolo “Il mio canto libero”, in cui di Lucio si vede soltanto un occhio, quello sinistro. Però è lui, lo riconosci, è inconfondibile. Ti permette di ricostruire la sua poesia, la sua profondità. Credo che sia l’immagine che più di altre racconta l’anima di Lucio.

Che tipo di situazioni privilegiavi per la nascita delle foto?
In generale io e Lucio ce ne fregavamo di molte cose, come ad esempio l’abbigliamento. Spesso mi è capitato di fotografare gente che arriva con scarpe appena comperate, o cose simili. Ecco, io credo che quel tipo di atteggiamento sia sbagliato, perché in ogni caso le persone si dividono in quelle che hanno qualcosa da dire e quelle che non hanno niente da dire. In questo secondo caso devi avere il coraggio di lasciarti spogliare e far fare tutto al fotografo. Il mio compito è togliere, non mettere.

Di queste fotografie si è favoleggiato per anni…
Lo so, anche se queste foto sono scatti che i giornali non volevano, perché non erano in linea con i giornali. A quei tempi lavoravo molto per le copertine, ma molto poco come fotografo, ed è per questo che alla fine me ne sono andato negli Stati Uniti. Comunque, tornando al discorso originario, questi scatti sono veramente stati considerati degli ‘scarti’ per anni. Soltanto adesso si capisce lo spirito che c’è dietro, il fatto che il vero Battisti fosse più questo che quello ‘posato’ e tranquillizzante fotografato dai settimanali dell’epoca. E’ che si pensa sempre che la gente sia scema, per cui ci si livella immediatamente verso il basso. E così i sogni vanno a farsi friggere. Qualche giorno fa ho sentito parlare Veltroni, che diceva di «non voler coltivare utopie»: io, da grande fan di Tommaso Moro, penso che un paese che non crede ai propri poeti e all’utopia non abbia futuro. Soprattutto perché sull’utopia del cambiamento loro hanno costruito una posizione politica. Il mio libro è un tributo proprio all’utopia.

Quando lavoravi con Lucio Battisti che tipo di discrezionalità avevi?
All’inizio era un lavoro a tre, fatto da me, Lucio e Mogol. Poi è diventato un lavoro a due, deciso da me e Lucio, e alla fine soltanto da me. Con Mogol, nonostante io lo apprezzi molto come persona, spesso non andavamo d’accordo sulle idee da applicare all’immagine di Lucio. Lui mi sembrava un po’ retorico, con queste idee di Lucio fotografato con la margherita in bocca, io vedevo un Battisti più corale, rappresentato bene da copertine come quella con le braccia e con i piedi di “Il mio canto libero”. E soprattutto la cosa che mi interessava di più era togliere Lucio dall’immagine: l’importante era far vedere la musica, non lui. Mio fratello Pietruccio ha detto che tra me e Battisti c’è un parallelismo nel rapporto con l’esteriorità, nel senso che entrambi ce ne siamo sempre fregati. Il rapporto con l’immagine non era quindi legato necessariamente alla sua presenza. Era piuttosto il lavoro originale che ci premiava, l’idea di lavorare per un’etichetta – la Numero Uno – che cercava di proporre qualcosa di nuovo.

Che pazienza aveva Battisti davanti all’obiettivo?
Era tranquillo. Faceva quello che c’era da fare. Eravamo entrambi molto veloci.

Perché pensi che a un certo punto Battisti abbia smesso di farsi ritrarre dalla macchina fotografica per le sue copertine?
Non lo so, credo che probabilmente più diventava importante il ruolo dell’immagine, anche a livello sociale, più lui, in perenne controtendenza, decidesse di prendere altre strade. Anche la separazione con Mogol, al di là dei pretesti, è arrivata come frutto di uno spostamento di direzione che Lucio iniziava a sentire necessario già da qualche tempo. Battisti non stava mai fermo, artisticamente, e questo alla fine è alla base di molte sue scelte. In questo senso era veramente un artista multimediale, altro che il ragioniere che alcuni lo immaginavano!

Quale era il segreto della Numero Uno?
Non so, credo che il segreto fosse proprio l’utopia, l’avere una visione coraggiosa della vita sapendo che perdere non vuole dire finire. Io che sono stato un grande perdente nella vita, penso di aver capito cose che se avessi sempre vinto non avrei mai capito. Il lavoro fatto dalla Numero Uno è stato poi proseguito ed estremizzato dalla Cramps, nella quale ho continuato il mio lavoro di fotografo e creativo d’immagine.

Era importante per te la musica di Battisti oppure quello con Lucio era anzitutto un rapporto personale?
Credo che si trattasse anzitutto di un rapporto personale, per cui anche se ero in grado di ascoltare la musica di Lucio in tempo reale alla fine potevo anche farne a meno e concentrarmi soltanto su quello che volevamo sottolineare. C’è da dire anche che, spesso, se avessi seguito le indicazioni degli artisti, avrei corso il rischio di fare spesso le stesse copertine.

Secondo te era davvero lui a disegnare le sue ultime copertine?
Direi proprio di sì. Sono sicuramente sue e riflettono una delle sue passioni, che per un periodo è stata la pittura. Credo che Lucio non abbia mai preso seriamente in considerazione l’idea di farsi fare copertine da qualcuno, dopo il lavoro per la Numero Uno.

L’essere tornato ad occuparti di musica con questo libro significa adesso affrontare una nuova serie di impegni?
Ho fatto una copertina proprio in questi giorni per un ragazzo giovanissimo che si chiama Marco Baroni. Dopo Lucio avevo fatto qualcosa per Tozzi e poi le prime copertine di Pino Daniele, dall’album “Pino Daniele” a “Bella ’mbriana”. Adesso mi hanno chiesto di fare una cosa che mi solletica molto, una mostra a Napoli in cui fotografo tutti i cantanti della città, dai più famosi a quelli popolari soltanto a Napoli. Questa potrebbe essere un’operazione interessante, alla quale fare poi seguire un Cd-rom. E un’altra cosa che mi piacerebbe fare è provare a fare un videoclip, oppure qualcosa di differente che unisca musica e cinema. Staremo a vedere…

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