Di Steve Vai si è sempre parlato, e a ragione, come di un miracolo della chitarra. Se qualcuno ricorda il film “Mississippi Adventure” di Walter Hill, ispirato alla musica di Robert Johnson, lo ricorderà nel ruolo del ‘chitarrista del diavolo’ essere un tutt’uno con i fulmini che cadono dal cielo mentre suona il suo assolo. Quel ruolo era una celebrazione, un modo per dire che gran parte di quello che suonava Steve Vai – anche se trasposto ai tempi della nascita del blues- rimaneva inspiegabile ai comuni mortali, un po’ come lo era la musica di Paganini e del suo violino per quanti lo ascoltavano a suo tempo. Frank Zappa aveva visto giusto, quando decise di mettersi in casa questo vivace adolescente che in età puberale sapeva già trascrivere agilmente partiture così complesse da far venire il mal di testa. E se nel corso degli anni Vai ha raccolto in termini di pubblico meno di quanto artisticamente meriterebbe, può soltanto imputarne la colpa ad un suo narcisismo molto rock’n’roll che gli ha sempre impedito – o forse, volutamente, è lui ad esserselo impedito – di comunicare con una frangia di pubblico più larga di quella degli incrollabili feticisti della sei corde. La sua presenza al fianco di David Lee Roth è stata seguita da quella, discutibile, nei Whitesnake ormai totalmente alla deriva artistica, i suoi più coraggiosi esperimenti musicali come solista sono stati stemperati da prove di gruppo all’insegna dell’esibizionismo più sfrenato – come nel caso della parentesi G3. In tempi duri per i guitar hero, Vai aveva pubblicato un album – “The ultra zone” – che, se da un lato lo faceva scoprire come brillante e curioso viaggiatore musicale, dall’altro lo relegava ancora una volta a essere il principale testimonial di un rock’n’roll effervescente e purtroppo destinato ad avvitarsi su se stesso in mancanza di stimoli artistici alti. Insomma, viene da pensare che se Vai potesse ancora contare su un mastermind come Frank Zappa, oggi non navigherebbe nelle insidiose acque dei ‘guitar records collectors’, ma si muoverebbe in sfere più alte. Forse questo lo immagina anche lui, che, comunque, non sembra farsene più di tanto un cruccio. Signori e signore ecco a voi Steve Vai…Per quanto tempo hai lavorato a “The ultrazone”?
Ho iniziato a registrare le prime cose circa tre anni fa, ma in quel periodo stavo facendo molte altre cose. Ad esempio sono stato impegnato in tour per circa 13 mesi, considerando i miei impegni da solista e sommandoli a quelli con i G3 (supertrio di virtuosi composto da Vai, Joe Satriani ed Eric Johnson, ndr). Ho prodotto due album per la Sony, “Merry Axeman 1” e “Merry Axman 2”, ho pubblicato “Flex-able leftovers” e ho compilato un box di 10 Cd che deve uscire prossimamente. Ha avuto qualche rinvio e anche qualche modifica, visto che parte del materiale destinato al box è stato adesso inserito in “The ultra zone”. Ho anche deciso che “Flex-able” e “Flex-able leftovers” non faranno parte del box, perché presumibilmente i miei fans li hanno già, e mi sono messo alla ricerca di cose che potessero rimpiazzarne la presenza in modo valido. Quindi tutte queste cose hanno fatto slittare la pubblicazione del box e anche quella del disco.
L’idea di un box di 10 Cd è molto zappiana…
Sì, ma ci sono anche altri artisti che hanno fatto dei box imponenti… Neil Young è al lavoro su un box di 16 Cd! I Queen hanno un box, i Led Zeppelin hanno un box.
Sì, ma loro hanno fatto un box con tutti i loro album di studio, mentre nel tuo ci sarà molto materiale inedito…
È vero. C’è musica molto diversa sul mio box. Ci sono le cose che ho scritto per il cinema, roba d’archivio relativa alle mie collaborazioni con altri artisti, canzoni fatte con amici come Alice Cooper, alcune bonus tracks giapponesi, un disco tutto di pianoforte con dieci mie composizioni, le cose fatte con gli Alcatraz, un gruppo con cui suonavo agli inizi degli anni ’80, e di quel periodo abbiamo scelto alcune cose fatte dal vivo. E’ molta roba, ma in qualche modo devo pubblicarla prima che tutti questi nastri mi costringano a uscire di casa!
Invece qual è l’idea – se c’è un idea – dietro a “The ultra zone”? È un disco particolare o soltanto un nuovo capitolo della discografia di Steve Vei?
Certo, Steve Vei…si dice Vai…
Ah, certo, scusa…! Vai, Vai, volevo dire Vai…
Ok, così va bene. No, non c’è niente di concettuale dietro “The ultra zone”, se non il fatto di contenere canzoni che mi piacevano molto. L’approccio è molto simile a quello dei miei altri dischi: a volte mi metto seduto e decido di fare una canzone quasi completamente da solo, lavorando con i computer, la programmazione e i campionamenti. A volte invece prendo una band e faccio tutto con loro.
Visto che ci hai lavorato per tre anni, ti sembra di averlo modificato molto rispetto all’idea originaria?
Direi di sì. L’idea originaria era quella di fare un disco di sola chitarra, ma a poco a poco mi sono reso conto che non mi avrebbe soddisfatto. Avevo questo materiale già pronto per il box set, e ho pensato che mi sarebbe piaciuto ascoltarlo in un altro contesto, da solo.
C’è ancora spazio per un guitar hero nel 2000?
Credo che la chitarra sia uno strumento molto importante per il rock. Credo che la parola ‘hero’ possa andare bene per quanti hanno apportato all’evoluzione del suono della chitarra un contributo rilevante, finendo per essere considerati al tempo stesso dei virtuosi. Gente come me, Eddie Van Halen, Eric Clapton, Eric Johnson, Joe Satriani, Jeff Beck…Ci sono molti chitarristi delle band in circolazione oggi, invece, che non si preoccupano minimamente di diventare dei virtuosi, ma fanno altre cose con la chitarra: ad esempio Tom Morello, che non è un uomo da assolo, ma è comunque un chitarrista spaventoso. Credo che nel futuro la chitarra avrà ancora un ruolo di primo piano, ma non so dirti se essere un virtuoso sarà ancora importante. So che a me piace. Mi piace suonare la chitarra. Mi piace stare seduto e guardare le mie dita scorrere su e giù per la tastiera. Mi dà una grande gioia e un grande senso di libertà l’idea di poter prendere in mano uno strumento e lasciare volar via le note dalle corde. Mi piace e non smetterò certo perché non è più considerata una cosa di moda. Sai come succede nella musica, i generi vanno e vengono…e il trend successivo di solito si prende gioco di quello precedente. Guarda la musica psichedelica degli anni ’60, era considerata mitologia, poi è arrivata la musica degli anni ’70 e ha bollato quella generazione come degli hippies senza speranza. Poi sono arrivati gli anni ’80 e hanno fatto a pezzi quelli che facevano a pezzi gli hippies, finché il movimento giunge è arrivato per dire che la musica degli anni ’80 era una merda! È sempre così, per cui preferisco non curarmi di quanto succede all’esterno della musica e rimanere fedele alle cose che mi piacciono di più
Sul tuo album ci sono diversi riferimenti a musiche non propriamente rock…
È vero, e anche se non sono propriamente un appassionato di world music, posso dirti che ci sono diverse cose di quella musica che mi piacciono molto. Le atmosfere della musica celtica, ad esempio, sono capaci di rilassarmi immediatamente e di farmi sentire tranquillo come se stessi ascoltando una ninnananna. Credo che anche questo sia il motivo per cui sono così popolari nel mondo. E poi mi interessa la dimensione spirituale di una cultura antica come quella indiana, ed è per questo che nel mio più recente album puoi trovare anche sonorità che rimandano al sitar o alle tablas.
Parlando per un momento di Frank Zappa, cosa ti manca della sua personalità e del lavoro fatto insieme a lui per diversi anni?
La scena musicale statunitense degli ultimi anni si è intristita molto rispetto ai tempi in cui Frank faceva musica. Manca quella sua leggerezza, la sua ironia, il suo sense of humour. Se ascolti molti degli album hip hop che escono oggi potresti spaventarti per le cose che dicono, per come il mondo che raccontano sia senza speranza. Non c’è niente di positivo. Credo che quando porti la tua merda personale nel mondo, non stai facendo del bene a nessuno, e diventi autoindulgente nei tuoi confronti. Se metti brutalità, cattiveria e odio nella tua musica alla fine diventi così, inizi a vivere così. Negli States è sempre più così, in una spirale vorticosa che costringe ogni volta ad aumentare le dosi di violenza, di sesso, di droga. È una tragedia. Con la mia musica cerco di portare nel mondo le convinzioni che mi spingono a suonare e che rimarranno identiche fino alla fine della mia vita. Anche se non sono famosissimo, credo di avere delle grandi responsabilità nei confronti di chi ascolta, e vorrei trasferirgli delle cose positive. Potrei scrivere cose veramente dark, se volessi, ma so che alla fine diventerei così, e non è quello che voglio né per me né per il mondo.
Cosa pensi di un fenomeno come Marilyn Manson?
Nella mia vita ho lavorato veramente duro. Ho cercato di sviluppare il mio talento naturale con del duro lavoro e quello che ho fatto è il risultato di questi due aspetti. Credo che Marilyn Manson abbia un grande talento naturale, ma non dal punto di vista musicale. Lui è riuscito a concepire un’idea straordinaria riguardo alla grandezza della sua immagine, l’ha creata, ed è stato bravissimo. Se guardi le sue foto, e immagini quanto lavoro c’è dietro, ti spaventi: pensa alla scelta dei vestiti, al trucco…tutte cose sfiancanti, che lui fa molto bene. Dal punto di vista musicale, invece, è una cosa che non ha proprio senso, reazionaria molto più che rivoluzionaria, e se non inserirà delle parti melodiche in quello che fa non sopravviverà. È quello che ha reso famoso Alice Cooper, e che ancora oggi mi fa scegliere “Billion dollar babies” come uno dei miei cinque dischi preferiti di tutti i tempi. Grandi melodie e messaggi positivi, dietro una grande paura e un grande senso del teatro. Ho ascoltato diverse volte il disco di Marilyn Manson, ed è un album prodotto in un modo incredibile, ma non c’è melodia. E comunque ne ho abbastanza di questo mondo fatto di artisti che predicano violenza e poi ringraziano Dio nelle note di copertina! E poi la madre e il padre… Non gli auguro certo l’insuccesso, ma credo che il loro “Mechanical animals” non sia andato per niente bene.
Che musica ascolti al momento?
C’è molta musica che ascolto e che mi piace, ma molto poca in grado di cambiarmi la vita. L’ultima volta è successo quando ho ascoltato “Grace” di Jeff Buckley, e – come vedi - sono un adulto, per cui non mi capita spesso che un disco mi faccia quell’effetto. Talento e coraggio, un coraggio che mi ha trasferito nel momento in cui l’ascoltavo. È un disco incredibile, e quando lo ascoltavo non sapevo che era morto: sognavo di lavorare con lui.
Ti dà fastidio che la tua musica venga considerata musica ‘per musicisti’?
In generale non posso lamentarmi, dal momento che faccio dischi e concerti. Però credo di poter parlare a nome di tutti i musicisti quando dico che ognuno di noi, quando incide un album, spera di poter comunicare con la maggior parte delle persone possibile.
Sull’album hai dedicato un brano a Stevie Ray Vaughan: cosa pensi di aver imparato da lui?br> Lo stile. È blues e basta, Stenie suonava prendendo una direzione e seguendola fino alla fine, con un’intensità senza pari. E poi l’idea di prendere una Fender, infilare il jack nell’amplificatore e suonare. Così facile. Ho inciso quel pezzo perché credo che l’album ne avesse bisogno. Un blues uptempo su cui fare qualche numero con la chitarra. Sempre perché il divertimento è importante…