Il punto sulla situazione, a cinque anni di distanza da 'Leftism'...

Erano anni che, soprattutto gli appassionati di musica elettronica, aspettavano l’uscita del secondo album dei Leftfield. Per la precisione cinque. Sono infatti passati cinque anni dall’uscita di “Leftism”, il primo disco di questo duo, la prima creatura di Neil Barnes e Paul Daley, lavoro di grande impatto che, un po’ per la sua lungimiranza (furono i primi a capire che la musica elettronica, per essere più “riconoscibile”, poteva usare le voci. Da qui le collaborazioni con Afrika Bambaataa e Johnny “Rotten” Lydon in “Open up”, il singolo del primo disco), un po’ per questa commistione di generi (dub, ambient, afro funk, techno) che in pochi, ai tempi, avevano architettato, è ormai diventato un classico della musica elettronica anni 90. Il fatto che poi Neil e Paul abbiano fatto passare ben cinque anni tra un disco e l’altro, ha in qualche modo contribuito ad accentuare l’attenzione per Leftfield. Se poi si aggiunge un’operazione di marketing subliminale e ben architettata (il video di “Afrika shox”, confezionato da Chris Cunningham, ovvero uno dei videomaker più “osannati” del momento, è uscito dopo essere stato censurato ed ha contribuito a far slittare l’uscita dell’album. Il singolo è stato usato per uno spot della Guinness tra i più trasmessi sulle televisioni inglesi), si può capire quanto “Rhythm & stealth”, al di là del suo più o meno riconosciuto valore musicale, è diventato, insieme a “Surrender” dei Chemical Brothers, una delle uscite più importanti del 1999. Noi, un pò per andare oltre all’hype creato intorno a questo disco, un po’ per capire direttamente dalla fonte come si è sviluppato un progetto “covato” da diversi anni, abbiamo colto l’occasione del tour italiano del duo per fare una chiacchierata con Neil Barnes.
“Quello che prima di tutto vorrei chiarire è che non ci abbiamo messo cinque anni a incidere questo album. E’ una notizia falsa che i giornali hanno montato per creare aspettative intorno a Rhythm & Stealth. Di fatto io e Paul abbiamo lavorato duro a questo disco solo nell’ultimo anno e mezzo. Prima siamo stati in tour per un bel pezzo e ci siamo dati da fare nel remixare dischi che ci piacevano. Se avessimo passato cinque anni in uno studio di registrazione, a pensare a come avrebbero dovuto essere i pezzi del nuovo album, saremmo impazziti. Forse io e Paul oggi non avremmo più nulla a che fare con i Leftfield. Fortunatamente per noi non è stato così”.

Ad ogni modo credo che un periodo di cinque anni, in un mercato discografico come quello odierno, che rende a bruciare i propri prodotti, sia un’eternità.....
“Sì. Lo è. Ma è quello che ci occorreva per sperimentare nuove soluzioni. Lo abbiamo fatto nel periodo passato in tour. Lo abbiamo fatto in quest’ultimo anno e mezzo, in studio”.

In questo periodo di registrazione non siete mai stati in crisi. Non avete mai avuto paura di diventare troppo cerebrali, di pensare troppo ai suoni, ai ritmi da usare, rischiando quindi di non essere spontanei?
“Sì, soprattutto verso la fine. Non posso negare che negli ultimi mesi di registrazione non vedevamo l’ora di finirlo questo album. Ma questo è lo scotto da pagare se vuoi essere sperimentale, se vuoi cercare di dire qualcosa di nuovo. Se fossimo il solito gruppo che non ha obbiettivi da raggiungere sarebbe sicuramente stato più facile confezionare un secondo disco. Noi invece volevamo fare le cose per bene. Volevamo che “Rhythm & stealth” fosse una progressione, non una ripetizione di “Leftism”.

Quindi quando avete deciso di mettere la parola fine alle registrazioni di questo disco eravate convinti fino in fondo del lavoro fatto?
“Non si è mai convinti fino in fondo di quello che si fa quando si registra un disco. Ora che “Rhtyhm & stealth” è finito e lo riascolto, sarei falso se dicessi che è perfetto, che è esattamente quello che volevamo fare. Ma io e Paul ci siamo anche resi conto che era tempo di muoversi, di andare avanti, pensare a un tour, lavorare su nuove cose. L’unica cosa di cui sono convinto è che abbiamo comunque preteso il meglio da noi stessi. E questo penso che ci possa bastare”.

Oggi, guardando in modo staccato “Rhythm & stealth”, come lo definiresti?
“Credo che, soprattutto nella ricerca dei ritmi, si sia fatto un buon lavoro. E’ moderno, futuristico, e allo stesso tempo evoca qualcosa di primitivo, di tribale. Questo è un aspetto che abbiamo sempre cercato di focalizzare, nella ritmica. Non è facile, perché soprattutto in questi anni, molti si sono concentrati sui ritmi. Molti nuovi suoni, se ci pensi, sono determinati da ritmiche diverse. L’esempio possono essere il drum’n’bass, così come i big beat. C’era quindi il rischio di copiare, o perlomeno di suonare simili a qualcos’altro. E’ anche per questo che ci abbiamo messo così tanto a finire questo disco. Volevamo raggiungere questo primitivismo moderno. Eravamo coscienti di voler raggiungere questa meta e ci siamo presi tutto il tempo che volevamo per raggiungerla”.

Cosa è cambiato rispetto a cinque anni fa? Penso che per un progetto come il vostro, che crea musica usando le macchine, l’esperienza e la conoscenza dei samples, piuttosto che non dei computer, possa fare la differenza...
“Sicuramente. In questi anni la tecnologia si è evoluta alla velocità della luce. Molto del nostro tempo lo abbiamo dedicato a rimanere al passo con il progresso delle macchine. Se non lo avessimo fatto le macchine avrebbero preso il sopravvento. Noi invece vogliamo avere il controllo sulle macchine. Vogliamo che quello che esce dalle macchine sia il più “caldo” possibile. Abbiamo sempre ben presente che le macchine sono un’arma a nostra disposizione, un’arma che ci permette di lavorare sui suoni come non potremmo sicuramente fare con strumenti tradizionali. Ma se non riuscissimo più a manipolare le macchine a nostro piacimento, sarebbe la fine di Leftfield. In questo disco siamo cresciuti proprio in questa gestione della macchine e questo ci ha permesso di fare un disco sicuramente più maturo di “leftism”.

Come vi dividete i compiti in questa gestione delle macchine?
“Oh, non c’è una vera e propria divisione....Siamo entrambi specialisti nel manipolare i suoni così come i ritmi. Entrambi sappiamo suonare le tastiere con due dita..... (ride). Entrambi abbiamo ben chiaro che, nel fare quello che facciamo, ci vuole sempre una buona dose di divertimento. Per questo il nostro approccio alle macchine è sì da specialisti, ma allo stesso tempo, nel manipolare le macchine, ci permettiamo anche di fare cose che non si dovrebbero fare. Ci permettiamo di sbagliare. Ed è soprattutto quando questo succede che vengono fuori le cose più interessanti....Proprio quando la macchina deve sottostare all’imperfezione umana si scoprono le cose migliori di una macchina.....”.

Avete lavorato tanto a questo disco. Vi sarà avanzato parecchio materiale.....Avete buttato via tanti brani?
“Non abbiamo buttato via brani. Più che altro abbiamo messo da parte suoni e ritmi che ci sembravano fuori luogo in questo disco o che reputavamo troppo sperimentali, troppo “avanti” per essere proposti adesso”.

A questo disco ha collaborato anche uno dei musicisti più apprezzati della scena italiana, Rino di Almamegretta. Come siete entrati in contatto con Rino?
“Qualche anno fa facemmo un DJ set a Napoli. Lui ci venne a parlare. Disse che gli piaceva molto quello che facevamo. Da allora siamo rimasti sempre in contatto. Siamo diventati amici. E’ stato naturale lavorare con lui in questo disco”.

La sua voce, comunque, in “Rino’s prayer” (il pezzo a cui ha contribuito Rino), è filtratissima, manipolata ai limiti della riconoscibilità.....
“E’ una cosa che mettiamo subito in chiaro con tutti i musicisti che lavorano con noi. Per farlo devono essere consci del fatto che poi noi useremo il materiale registrato insieme ai nostri collaboratori seguendo il nostro metodo tipico di lavoro, che è quello della manipolazione del materiale preesistente, sempre, chiaramente, nel massimo rispetto degli artisti che ci hanno aiutato”.

Pensi che oggi, con questo nuovo disco, possiate essere accostati a qualcuno?
“Ci sono un sacco di gruppi che ci hanno influenzato. I Kraftwerk, Afrika Bambaataa sono riferimenti innegabili anche in questo disco. Ma è anni che ascoltiamo musica elettronica e quello che abbiamo sempre fatto è stato dissezionare, in qualche modo, ciò che ascoltavamo, e cercare di estrapolare, di fare propri alcuni suoni. Quindi è difficile trovare delle chiare influenze nella nostra musica. E’ più faciloe trovare frammenti, reminiscenze molto lontane piuttosto che riferimenti veri e propri”.

Dove collocheresti i Leftfield, oggi?
“Facciamo musica elettronica. Speriamo sempre che la nostra musica sia difficile da etichettare e di conseguenza da collocare, oggi, così come in futuro”.

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