Jordan Rudeness e i nuovi Dream Theater: pronti per il 2000!

“Scenes from a memory” ha rappresentato per i Dream Theater di Mike Portnoy e John Petrucci qualcosa di più di un semplice ‘nuovo’ album: anzitutto perché si trattava di un concept, razza maledetta/benedetta di dischi cui il rock ha legato spesso alcune delle sue pagine più memorabili o nefande, secondo poi perché l’album ha visto l’entrata ufficiale nella formazione di Jordan Rudeness, già da tempo collaboratore dei progetti collaterali. L’album ha comunque riscosso un buon successo, e Rockol ha pensato bene di incontrare il nuovo arrivato per farsi illustrare come i Dream Theater stiano vivendo quasta nuova fase dela propria carriera, caratterizzata da un ritrovato entusiasmo per la musica…

Quando avete iniziato a pensare a questo concept album?
Per quanto mi riguarda sono entrato a far parte del gruppo soltanto dieci mesi fa, ma so che John (Petrucci, il chitarrista) e Mike (Portnoy, il batterista) avevano già iniziato a lavorare all’idea. Ho iniziato a dire la mia in sede di arrangiamenti, mentre gli altri si dedicavano allo studio dell’argomento del concept – la reincarnazione – divorando libri, documentari, trattati.

E’ un argomento che ti interessa?
E’ una cosa a cui non avevo mai pensato. E’ un’altra delle importanti esperienze che ho vissuto entrando nella band, e di conseguenza sono stato ben attento a quello che loro facevano, portando il mio contributo ogni volta che loro me lo chiedevano. In studio le mie tastiere hanno avuto un ruolo molto importante. La cosa interessante di questo album è che nasconde un grande lavoro dietro ogni sua parte: soprattutto i testi, per scrivere i quali è stato proprio necessario studiare, tuffarsi a capofitto nel materiale.

Guardando indietro ai precedenti lavori dei Dream Theater, cosa ti sembra di aver portato di nuovo alla musica del gruppo?
La band era molto diversa, prima di “Falling into infinity”, e anche in quel periodo c’erano molti problemi manageriali e personali. Quel disco funzionò da spartiacque, in un certo senso, perché era anche pieno di canzoni cantabili, e questo comportò anche qualche critica di eccessiva commercialità. A quel punto il gruppo si è però separato per sempre dalle aspettative della critica e del pubblico, iniziando a fare soltanto quello che voleva. Ho iniziato a collaborare con loro, e persino il modo di scrivere è iniziato a cambiare. Credo di aver portato un grosso contributo alla loro musica, soprattutto dal punto di vista della composizione.

Considerate questo concept la fine di una prima fase della storia del gruppo, oppure l’inizio del secondo capitolo?
Be’, diciamo subito che probabilmente il nostro prossimo album non sarà un concept! Però credo che il mio inserimento nel gruppo ha portato una ventata tutta nuova di energia tra i vari componenti. Sai come vanno le cose…le combinazioni tra le persone cambiano di continuo. In un certo senso è una prova generale per i Dream Theater 2000. Non è una nuova fase, parlerei piuttosto di un’altra fase, con nuovi rapporti personali.

Quanto questo album è figlio di uno sforzo fatto da tutto il gruppo?
Molto, se chiariamo subito i termini di ciò che significa questa affermazione. Di sicuro, il concept è nato dalle idee di Mike e John, sarebbe inutile negarlo: è loro la principale responsabilità al riguardo. Avere un’idea, tuttavia, non è condizione sufficiente per realizzare un buon disco. Per fare questo è stato necessario il lavoro di tutti quanti, ed è stato un lavoro molto duro. Merito dell’entusiasmo che si era creato, e credo di avere avuto una parte importante in questo. Penso che nella filosofia del Dream Theater sia contemplata anche la possibilità di scegliere in futuro delle nuove collaborazioni, se saranno realizzate con personaggi stimolanti e capaci di arricchire la nostra musica con nuove energie. Comunque l’album è venuto molto bene, è stato accolto molto positivamente dal nostro pubblico e – quello che più conta – è fatto esattamente della musica che ci piace fare.

Musicalmente è un album molto vario: ci sono i vecchi Dream Theater, il progressive, il ragtime, la psichedelia, i Pink Floyd… da cosa dipende?
Dal fatto che questa è la musica che ci piace…volevamo fare un album non necessariamente ‘metal’, ma al contrario, rilassante e anche dolce nei suoi contenuti. Credo che i Dream Theater non debbano dimostrare niente a nessuno. Per cui la nostra libertà è massima!

I Metallica hanno pubblicato un album registrato con l’orchestra sinfonica, mentre nei crediti di “Scenes from a memory” voi vi definite ‘orchestra’: vi piacerebbe suonare questo album con una vera orchestra?
Certo! Nello scrivere molte delle mie parti ho pensato a creare un suono che fosse il più possibile vicino a quello di una vera orchestra. Uno dei miei strumenti era in grado di fornire il suono di una sezione fiati o archi, a seconda di ciò che desiderassi, e sono tutte cose che ho utilizzato nella scrittura. Per cui penso che il lavoro più faticoso è stato già fatto: le partiture sarebbero già pronte, rimarrebbe da fare solo un po’ di lavoro con la parte ‘rock’ del concept.

In che modo invece hai approcciato il materiale registrato dal gruppo prima della tua entrata nell’organico?
Premetto che ho un grande rispetto per la musica fatta dalla band e per il suo essere venerata dal nostro pubblico. Così di solito cerco di suonarla aggiungendo qualche elemento di novità che però non distorca o modifichi il feeling originario dei brani. Fortunatamente le tastiere offrono una marea di possibilità, per cui con la giusta sensibilità, e confidando anche nel lavoro degli altri, si può arrivare a un risultato soddisfacente.

Leggendo i testi del Cd sembra di essere piombati proprio in un romanzo ‘noir’ d’altri tempi: il concerto rispecchia questa impressione?
Negli show che abbiamo tenuto durante il 1999 presentavamo poche composizioni tratte da quell’album, e quindi dovevamo armonizzarle con il resto dello show. Credo però che per il 2000 organizzeremo una produzione apposita, molto teatrale, che permetterà di seguire il concept come in una vera rappresentazione.

Ci sono degli elementi musicali che rimandano alla tradizione orientale, su questo album…
E’ vero. Abbiamo deciso di inserirli perché vogliamo rimanere aperti il più possibile, dal punto di vista delle potenzialità sonore. E poi anche perché ho a disposizione un archivio di suoni tale che mi piacerebbe utilizzarli tutti! Chissà che in un futuro non faremo cose più ‘etniche’… no, a parte gli scherzi, mi piacerebbe inserire ogni tipo di musica all’interno di quello che facciamo noi, e anzi, ne approfitto per dare un consiglio ai musicisti più giovani, in special modo a quelli che copiano i Dream Theater: ehi, voi, smettetela di ascoltare i nostri album e provate ad ascoltare un po’ di musica indiana!

D’altra parte molti musicisti hanno vedute così aperte: basta pensare a Robert Plant, che nei suoi album preferiti inserisce sempre almeno un disco di una grande cantante egiziana del passato, Om Kalthoum…
Certo, e d’altra parte soltanto ascoltando di tutto puoi evolvere il tuo stile. Io ascolto di tutto, dal jazz a Isaac Hayes.

E’ vero che avete suonato con Emerson, Lake & Palmer?
Sì, ma è successo molto prima che io stessi nel gruppo. Invece ho conosciuto Keith Emerson in occasione di un tributo alla musica degli EL&P: gli era piaciuto molto il mio pezzo, e da allora siamo diventati amici e ci sentiamo spesso. C’è un grande rispetto tra noi.

Ti dà fastidio che la musica dei Dream Theater venga etichettata come “progressive”, un genere che rimanda automaticamente al passato?
Mi dà fastidio che di quella parola venga fatta soltanto una lettura nostalgica, mentre è proprio nella sua natura lessicale l’idea di una continua apertura, di un continuo movimento in avanti, di una ‘progressione’…In parte è anche colpa di quei gruppi che passano la vita ad imitare i vecchi dischi dei Genesis o degli Yes. Credo che sia invece una musica che abbia dentro di sé molte potenzialità da sviluppare, per cui la vedo come una realtà proiettata nel futuro. Devo però prendere atto che per molta gente il progressive significa trovare dei dischi con sopra il mellotron.

Che musica ascolti attualmente, oltre ai dischi dei Dream Theater?
Adesso ascolto soprattutto i nostri album, visto che devo imparare molte delle canzoni che abbiamo in repertorio! Però, al di là di quello, ho acquistato di recente l’ultimo album degli Yes, “The ladder”, e l’ho trovato eccellente. Molto meglio di quanto mi aspettassi, e devo dire che dal punto di vista dell’ispirazione il gruppo sembra ormai essersi attestato in un suo mondo, dal quale continua ad arrivare musica sempre uguale e al tempo stesso sempre diversa. E anche dal vivo, li ho visti di recente, sono molto bravi!

Ognuno di voi ha dei progetti collaterali a quelli della band: è difficile far combaciare le due cose?
No, direi che ormai gli equilibri sono ben saldi. E poi credo che sia proprio della musica progressive avere la possibilità di lavorare con altri musicisti. Ogni esperienza può essere importante, e serve a raccogliere elementi nuovi da portare poi all’interno del gruppo. Ho collaborato con musicist i come Paul Winter, Glen Velez, e credo siano state cose molto preziose per il mio bagaglio professionale.

Dal vivo godete di un seguito quasi religioso: che idea vi siete fatti del vostro pubblico?
Molto interessante. Sono dei grandi fans della musica, spesso preparati come dei veri musicisti, ed eroici nel loro seguirci di concerto in concerto. Puoi leggere molti dei loro commenti sul nostro sito internet, che è perennemente aggiornato sulle nostre attività. C’è un grosso scambio di energia tra noi e loro durante i concerti, ma di sicuro noi ne usciamo ogni volta più forti. Sono fondamentali per noi e spero di avere sempre il loro supporto.

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