Dopo la rivelazione del loro album, il gruppo di Robert Harrison esce allo scoperto...

Li hanno paragonati ai Beatles più psichedelici, agli indimenticabili Byrds di “Eight miles high”, al Bob Dylan più elettrico. A loro però questi paragoni altisonanti sembrano non interessare. Come fanno a far finta di niente? Come fa questa band di Austin, Texas, a sottrarsi con tanta semplicità da pericolose accuse di plagio, dal fatto di essere sfacciatamente “derivativi”? Basta fare due parole con Robert Harrison, chitarrista e leader di Cotton Mather, per rendersi conto di come, se si è in buona fede, si può fare di tutto. Anche assomigliare in modo perfetto ai Beatles o ai Byrds, senza perdere la credibilità. Leggere la chiacchierata che abbiamo fatto con Robert per credere.

L’altro giorno, mentre preparavo questa intervista, mi sono fatto un giro su Internet alla ricerca di informazioni sulla tua band. Se metti la parola Cotton Mather nel motore di ricerca i primi siti che ti appaiono hanno tutti a che fare con un certo Cotton Mather, scrittore e religioso di Boston che visse alla fine del 1600…..Il vostro nome è una sorta di tributo a questo scrittore o cos’altro?
No, assolutamente. E’ che Cotton Mather è uno scrittore che si studia a scuola. E’ tra i primi esempi di prosa americana che si studia quando si è giovani. A me ha sempre fatto schifo. Trovavo il suo stile ridondante, noioso. Allo stesso tempo trovavo il suono di questo nome piuttosto interessante. Così, un po’ per prendersi gioco di questo scrittore, un po’ perché ci piaceva comunque il suono che aveva questo nome, abbiamo deciso di chiamarci così.

So che avete registrato “Kontiki” a casa, su un quattro piste. E’ vero?
Sì, assolutamente. La maggior parte dei brani li abbiamo registrati a casa mia. Questo non vuol dire che siamo scontenti di come è uscito il disco. Brad Jones ha fatto un gran lavoro durante il mixaggio. Così, anche se questo disco è di fatto un’opera low fi, non suona assolutamente low fi.

Come è stato incidere questo vostro disco in una situazione “protetta” come può essere quella di una sala d’incisione sotto casa?
E’ una sensazione bellissima. Lo è perché ti senti completamente a tuo agio. Sei lì, tra le tue cose. senti di poterti lasciare andare completamente. Non hai preoccupazioni economiche. Suoni quando e quanto vuoi, senza pensare a quanto costerà lo studio. E poi anche emozionalmente è una situazione ideale. Hai il cuore e la mente aperti. Sei te stesso più che in ogni altro angolo del mondo.

Il disco porta il titolo di un vecchio libro. Il vostro nome è ispirato da uno scrittore. Insomma, sembra che trai a piene mani dal tuo lavoro di insegnante….
…..Dal mio vecchio lavoro di insegnante. Da qualche mese ormai non insegno più. E’ stata una decisione difficile ma non riuscivo più a conciliare la scuola e la musica. Era troppo impegnativo e un po’ limitante portare avanti entrambe le cose. Così mi sono deciso: ho capito che la mia priorità massima era il rock.

Cosa ne pensano i tuoi ragazzi?
Oh, insegnavo a dei bambini. Credo che nemmeno sapessero della mia seconda attività.

E per te invece cos’ha voluto dire lasciare la scuola?
Oh, è stato doloroso, anche perché, ad essere sincero, i bambini sono sempre stati una grossa fonte d'ispirazione. Sai, a quell’età sono così aperti. Non ci sono le barriere che erigiamo noi adulti e quindi hai una comunicazione stupenda. E poi i bambini a cui insegnavo sono stati, di fatto, il mio primo pubblico. Spesso infatti in classe suonavo per loro. Questa influenza, questo rapporto tra me e i bambini era presente in “Cotton is king” (il loro primo album, n.d.r.) e lo è, ancora di più, in “Kontiki”. “Kontiki” infatti è un disco che parla di delusioni amorose, di sconfitte personali, del nostro rapporto difficile con il music business.

Quando si ascolta “Kontiki” viene naturale pensare a band famosissime nell’universo rock. Brani come “Camp Hill Rail Operator” portano alla mente le esperienze pop psichedeliche dei Byrds, mentre molti altri passaggi fanno chiaramente pensare ai Beatles più psichedelici. Cosa ne pensi?
Sono tutti paragoni reali. Non posso negare che i Byrds e i Beatles siano tra i miei gruppi preferiti. Essere paragonati a queste band quindi, da una parte non può farmi altro che piacere. Dall’altra non sono nemmeno preoccupato di essere tacciato di plagio o emulazione o cose di questo tipo. Sono tranquillo su questo aspetto perché credo che nel momento in cui il tuo disco piace, in cui tu esprimi, attraverso la musica, un tuo modo di essere, un tuo modo di sentire le emozioni e le esperienze della vita, non sei più uguale ad altri, anche se ricordi il loro suono. Se il disco non fosse piaciuto a nessuno forse avrei iniziato ad avere qualche dubbio sul nostro approccio alla musica.

Quindi nessun timore sul rischio di suonare simili a qualcun altro?
No, anche perché so benissimo che è difficile suonare originali, oggi come oggi. Il rock è un clichè, è un genere musicale esplorato in mille direzioni diverse. La forma canzone è quella che è. E’ un contenitore dentro cui, sei scrivi pop song o canzoni rock, devi comunque fare i conti. Ma se quello che esprimi durante una canzone ti appartiene in termini di emozioni e sentimenti, beh, non suonerai uguale a nessun altro. Al limite, con il passare degli anni, potrai correre il rischio di suonare uguale a te stesso, ma mai uguale a qualcun altro.

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