Dopo "Metamorfosi" e "Alterazioni", in cui una musica "spartana" si
accompagnava a testi che esprimevano un disagio vissuto in prima persona,
con toni carichi di durezza e sofferenza, il gruppo degli Estra è approdato
con "Nordest cowboys" a un album che segna una progressiva apertura della
band trevigiana a una visione più allargata dei temi cari a Giulio "Estremo"
Casale, voce e autore dei testi: la solitudine e la difficoltà a fare i
conti con una realtà che è carica di brutture. Da condizione individuale, il
disagio diventa condiviso, malessere diffuso, segno caratteristico di un
tempo e di un luogo, il Nordest di oggi, che riassume molte storture del
mondo attuale: dall'appiattimento dei rapporti su quelli di natura economica al
passaggio in secondo piano di tutto ciò che è culturale. Dopo i buoni
riscontri di pubblico e critica che hanno fatto seguito al loro ultimo
lavoro, gli Estra escono con l'Ep "Signor Jones" che raccoglie alcune
"outtakes" di "Nordest cowboys" più altri interessanti ripescaggi. Di questo
e di altro abbiamo avuto il piacere di parlare con Giulio "Estremo"
Casale.Come mai la scelta di uscire con questo Ep in cui accanto a "Signor Jones" ricompare anche "L'uomo coi tagli", uno dei vostri primi brani, incluso poi in "Metamorfosi"?
L'idea era quella di fare un singolo da "Nordest cowboys" e così, visto che ne avevamo l'opportunità, abbiamo cercato di espandere al massimo l'iniziativa. Abbiamo ritirato fuori canzoni che erano rimaste escluse dall' album, tra cui la versione alternativa di "Signor Jones (il vino e la notte)" che si delineava così come il pezzo conduttore dell'Ep. L' inserimento di "L'uomo coi tagli" - che compare nella versione registrata dal vivo negli studi di Radio Popolare per "Patchanka" - è un regalo che abbiamo voluto fare ai nostri fans e, insieme, un omaggio a chi propone musica alternativa, nel senso bello e non snobistico del termine. Cioè musica che è normalmente difficile ascoltare in radio.
Uno dei brani inediti inseriti nell'Ep "Signor Jones" è "Madeleine". Sia in "Metamorfosi" che in "Alterazioni" c'era una canzone intitolata con un nome di donna, rispettivamente "Giulia" e "Hanabel". Com'è il tuo rapporto con l' universo femminile?
Nel parlare di donne mi lascio influenzare dalle esperienze che vivo realmente. Queste esperienze mi hanno insegnato che nelle donne ci sono molta più sensibilità e profondità che non in noi maschi, che spesso rinunciamo ad essere autentici per atteggiarci a uomini duri. C'è un filo che lega Giulia, Hanabel e Madeleine e cioè la scelta di non lasciarsi vivere, di non lasciarsi abbruttire dalla realtà che le circonda. In questo senso, Madeleine è una figura un po' estrema perché vive in un contesto di grande sofferenza, in un posto che credo sia un ospedale o una casa di cura. Ma tutte e tre sono donne che non stanno bene nella loro realtà: proprio questa consapevolezza le salva e prelude a un vero superamento del disagio, mentre invece gli uomini, spesso, si arrendono alle cose che gli capitano.
Hai definito "Signor Jones" come "l'urlo senza voce della mia generazione che non ha possibilità di orizzonte comune". Com'è cambiato in questi anni il tuo modo di rapportarti al tema della solitudine?
Con la solitudine ho una certa consuetudine, mettiamola così. Col tempo però, da stato d'animo che credevo molto personale si è progressivamente trasformata in un sentimento che ho scoperto di condividere con molti altri. L'ho scoperto grazie al mio lavoro con gli Estra, perché ho visto come il pubblico reagisce alle nostre canzoni, perché ho letto quello che ci scrive. I fans ci ringraziano di cantare di cose che normalmente uno preferisce tenere per sé ma che, in realtà, c'è un forte bisogno di condividere. Perché, altrimenti, tutte le volte che intono la prima strofa di "Signor Jones" nei concerti il pubblico canta all'unisono con me?
Tornando all'Ep, avete annunciato che sarà seguito da un documentario. Puoi anticipare qualcosa al proposito?
Stiamo ancora discutendo l'ipotesi con varie case di produzione: siamo fermi alla fase di ideazione del progetto, che nasce dalla convinzione che la musica degli Estra abbia una componente visiva che non ha ancora avuto modo di essere espressa. Il videoclip di solito è una sorta di spot, anche se noi cerchiamo di non essere troppo banali. Ma il linguaggio dei tre minuti è quello. Vorremmo invece dare un respiro cinematografico alle immagini che accompagnano i nostri suoni. E' anche questa un'estetica che ci appartiene.
Anche l'Ep "Signor Jones" esce per la Cgd con la quale, a quanto pare, siete riusciti a stabilire un buon equilibro tra le vostre esigenze artistiche e le loro di casa discografica.
Siamo sempre responsabili di tutto quello che esce a nostro nome. Artisticamente, per noi è fondamentale poter fare quello in cui crediamo ma l'industria ci serve per poter arrivare a più gente possibile. Certo, ci sono dei prezzi da pagare a fronte della nostra richiesta di indipendenza, nel senso che non abbiamo lo spazio riservato ad altri gruppi sui mezzi di comunicazione.
Come si sta evolvendo la musica degli Estra?
Dopo una prima fase, indispensabile, in cui ci siamo guardati dentro, per capire cosa avevamo da dire e chi eravamo, abbiamo sentito progressivamente il bisogno di raccontare storie che parlassero a più persone. Rimane in noi un certo estremismo ma vogliamo trovare il modo di conciliare questa nostra attitudine con il desiderio di comunicare . Un po' come faceva De André, con le sue canzoni che suonavano classiche ma che erano dure nei contenuti, traboccanti anarchismo e che pure piacevano alla borghesia. "Signor Jones", in fondo, è una specie di omaggio a Fabrizio, al suonatore Jones della sua versione dell'"Antologia di Spoon River", quello che aveva "ricordi tanti e nemmeno un rimpianto". "Signor Jones" stabilisce un legame con una tradizione cantautorale che in parte ci appartiene. Parallelamente a questo cambio di attitudine, anche la musica si è evoluta, tanto che "Nordest cowboys" è, nella nostra discografia, il disco più prodotto e più arrangiato. E non escludo che il futuro degli Estra riservi una ricerca di nuovi suoni, abbandonando la tradizione di chitarra e batteria.
Una ricerca che in parte avete già iniziato, lavorando per "Nordest cowboys" con Jim Wilson.
La collaborazione con Jim Wilson è nata perché, dopo aver sentito i lavori che aveva fatto in America, ci siamo convinti che lui era in grado di darci un suono chitarristico all'altezza dei nostri ascolti. In Italia c'è la tendenza a far suonare tutto benino, senza picchi o grandi sorprese. Noi cercavamo invece un suono dotato di grande compattezza e insieme capace di dare una grande sferzata. E lui ci ha aiutato in questo senso.
Oramai sono dieci anni che gli Estra fanno musica. Com'è cambiata, dall' interno, la scena musicale italiana?
Sono contento di poter dire di essere stato testimone di una crescita e di una maturazione di questa scena che, dieci anni fa, era solo auspicabile. Dieci anni fa c'erano solo i Litfiba che avevano iniziato a fare dischi con una major: il rock italiano, in pratica, era ancora in incubazione. Oggi invece ci sono molte realtà interessanti e anche un buon seguito di pubblico. Il rapporto con l'industria e con i mezzi di comunicazione, però, rimane problematico. La musica della nuova scena italiana non passa spesso alla radio e la gente non la conosce. Per cui non è libera di sceglierla.
Quale potrebbe essere in questo senso il ruolo di internet?
Se non si ha l'informazione preventiva, è difficile arrivare a scoprire le cose. Internet è utile per chi è riuscito a mantenere viva e a coltivare la propria curiosità personale. Ma non per tutti gli altri.
I tuoi testi rivelano la passione per un modo di comporre canzoni con una grande attenzione alle parole. Hai mai pensato di scrivere non per la musica?
Sono due campi diversi e da poco ho preso la decisione di scrivere per passione della poesia e non della musica. Le difficoltà non mancano, perché quando scrivi canzoni ci sono i suoni che integrano le parole e creano le atmosfere. Ma quando devi usare solo le parole, le emozioni che vuoi trasmettere devi comunicarle solo attraverso la scrittura. E' una sfida stimolante.
Hai tradotto le canzoni di Jeff Buckley. C'è qualcosa di nuovo che hai scoperto su di lui grazie a questo lavoro?
Il lavoro di traduzione mi ha portata a radicalizzare le sensazioni che già avevo. Lavorando sui testi di Jeff è venuto fuori quello che per me è un dono che lui aveva - ma da alcuni è considerato un difetto - e cioè di non avere uno stile preciso di scrittura. In realtà, scrivere i testi gli è sempre costato fatica ma aveva una voce per cui tutto quello che cantava era sublime. La sua voce, da sola, era capace di comunicare molto più delle parole. Almeno per me.