Incontriamo i Goo Goo Dolls in una stanza d’albergo. Osserva l’intervista e prende nota un signore che ha l’aria dello scienziato californiano, sbrindellato "perché può permetterselo". E’ un giornalista di "Rolling Stone" che segue John Rzeznik e compagni nella loro scalata al successo - il che la dice lunga sulla considerazione in cui sono tenuti i "Goos". Chissà se le risposte di Rzeznik sono un po’ influenzate dalla presenza di tanto "inviato dal fronte"... Siete una band in giro da dieci anni e avete inciso cinque album nell’area dell’alternative rock. Poi è arrivata "Iris", e ora per il mondo siete "Il gruppo di Iris". Non è che è diventata un incubo per voi?
John Rzeznik: «E’ bello avere un successo. Una hit porta la gente a interessarsi ai tuoi dischi vecchi. E’ chiaro poi che la gente vuole sentire quello che sente in radio e tv, e da quando l’abbiamo incisa "Iris" è come il quarto membro del gruppo: metà delle domande sono per lei...».
Pensavate che avesse delle chance?
Robby Takac: «Sai, in quella colonna sonora c’erano Alanis Morissette e U2 e altri. Noi più che altro speravamo che la gente notasse il nostro nome, che ci ritagliasse un po’ di spazio accanto a loro».
Sul disco l’avete messa in fondo, quindi ho pensato che voleste un po’ metterla in secondo piano.
Rzeznik: «Non con tanta decisione, però sì, volevamo che la gente ascoltasse anche le altre canzoni».
Takac: «Per questo disco abbiamo voluto produrre un album che potesse essere ascoltato senza che la gente lo trovasse datato, un po’ come succede per quelli dei Rolling Stones. Quelli più vecchi».
Rzeznik: «Sì, prima cercavamo un impatto immediato. Il rock classico ci sembrava vecchio e stantìo - e spesso lo è».
Ma voi avete fatto un sacco di "cover", avete inciso brani dei Creedence e dei Rolling Stones! Pensavo vi piacesse il rock classico.
Rzeznik: «Ci piaceva l’idea di stravolgerlo, di far sentire la distanza tra noi e le versioni originali. Ma c’è un sacco di roba interessante che ho imparato ad apprezzare davvero solo di recente. Prima ascoltavo parecchio punk. Recentemente mi è capitato di sentire i Led Zeppelin, e non è tanto il suono, che mi ha colpito, ma lo spirito con cui dicevano: facciamo un album».
Ora siete supporter dei Rolling Stones. Cosa significa essere "supporter", per un gruppo che potrebbe girare per conto proprio e avere dei propri supporter?
Rzeznik: «Significa mettersi in condizione di imparare qualche altro trucco. E significa che apri il concerto per un pubblico esigentissimo; gli Stones lo sanno, ed essere chiamati significa che si fidano di noi, sanno che possiamo fare bella figura prima di loro e preparare bene il loro pubblico».
Takac: «Abbiamo già avuto dei supporter, naturalmente. Cerchiamo sempre di avere una piccola band, oppure un gruppo alternativo, ma originario del posto dove andiamo a suonare. Penso che uno dei motivi per cui la scena indipendente sia crollata è il fatto che le band che si sono fatte un nome per prime non hanno tenuto i piedi per terra rimanendo in contatto con i gruppi e le idee venute dopo di loro».
Siete passati da un pubblico di affezionati al "grande giro". Pensavate di avere delle possibilità per gli Mtv Awards?
Rzeznik: «Quel tipo di premio, ancora più che i Grammies, separa chi è ammesso tra le superstar da chi non lo è ancora, ed è invitato a riprovare. Così hanno vinto gli Aerosmith. E’ stato come vedere tuo nonno che ti frega la fidanzata. Dapprima sei stupito, poi arrabbiato, poi pensi: beh, bel colpo, nonno».
Volevo sapere da Mike (Malinin, il nuovo batterista) come è entrato nella band.
Mike Malinin: «Tramite il loro manager. Non molto eccitante, vero?»
Ma che è successo al vecchio batterista, George?
Rzeznik: «E’ tornato a Buffalo. E’ successo che qualche anno fa ci siamo accorti che stavamo andando in direzioni opposte. A un certo punto ho lasciato il gruppo. Poi Robbie mi ha chiamato e mi ha detto: vuoi che ci riproviamo io e te? Con un po’ di sensi di colpa, perché sembrava quasi che avessimo voluto far fuori George, sono contento di avergli detto di sì».
John, su "Rolling Stone" ti ho visto in una foto, vestito di rosa, molto elegante. Sembravi Simon Le Bon...
Rzeznik (irritato): «Me lo hanno detto».
Quello che volevo sapere era se eri tu che volevi proporti in quel modo, con un’immagine di quel tipo...
Rzeznik: «Mi piace vestirmi bene ogni tanto. Ed ecco cosa succede».
Come tu stesso hai detto prima, eri un personaggio più alternativo, qualche anno fa.
Rzeznik «Ero un ragazzino. Sono cresciuto, e anche la cosa di essere punk era moda. Quello che non è cambiato, è che qualunque moda, o immagine, o qualsivoglia giri di donne o droga o denaro non contano quando suoni dal vivo. Ci sono cose che possono divertenti, come l’intera idea di essere famoso. E’ buffo, mi diverte, ma so che non significa un cazzo».
Ora sei famoso e puoi dirlo.
Rzeznik: «Quando avevo sette anni suonavo la air guitar e sognavo di essere Jagger, ogni ragazzino lo fa. Ma sono cresciuto e ora voglio essere considerato un buon autore. Il rock’n’roll è per ragazzini, ho 33 anni e ho una vita sugli scaffali, e una per me».
Pensi che Jagger non sia cresciuto?
Rzeznik: «Ha, ha... lui è un mostro. Lui può permetterselo. E sai perché? Perché è Mick Jagger».
Non volevo farti arrabbiare.
Rzeznik: «Non mi sono arrabbiato; sto solo vedendo come è facile dare un’idea sbagliata...».