Dopo l'esibizione al Festival, il futuro della sua musica.

Due canzoni suonate dal vivo sul palco del Festival di Sanremo: un Fossati inedito, quello visto in televisione, mentre due tra i suoi brani più conosciuti - "Una notte in Italia" e "Mio fratello che guardi il mondo" - arricchivano la serata sanremese del contributo della grande canzone d’autore. Sono diversi anni che Fossati tenta di trovare, nell’ambito della forma canzone, una nuova strada che gli permetta di incorporare al suo interno elementi più strettamente musicali. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci raccontare l’esperienza sanremese e per saperne di più proprio su questo cambio di rotta che promette di condurlo verso formule espressive ‘inedite’.
All’emozionalità, ad esempio, che può vanificare il tuo rapporto espressivo con la musica, può metterti in condizione di non realizzare il tuo obiettivo. Puoi essere preparato quanto vuoi, sicuro di te, ma l’elemento emozionale rischia di inibire il progetto che avevi in mente.

È strano sentir delle affermazioni del genere da un artista che sale sul palco ormai da tantissimi anni...
Credo che dipenda da quello che dicevamo prima, da una serenità conquistata che forse mi deriva dall’essere diventato più anziano. Mi permetto un approccio più rilassato alle cose e mi sento in dovere di ‘tenere’ dal punto di vista della qualità e dell’umanità.

Da un lato, quindi, maggiore serenità, dall’altro un’attenzione quasi sacrale alla performance...
Esatto. Quando parlo di leggerezza non intendo dire superficialità. La preparazione viene comunque prima di tutto: il rapporto con l’arte è qualcosa che si affina con il tempo, e ti fa rimanere esigente anzitutto nei confronti di te stesso. La cosa di cui sono contento è proprio l’aver abbandonato la paura per recuperare tutte le forze disponibili e impiegarle nel rapporto con la musica. Per molti versi sento di avere più energia adesso di qualche anno fa, perché sono riuscito a sottrarre alla paura delle spinte emotive che prima non sentivo, e le ho trasferite nell’attività.

La performance di Sanremo è figlia di questo approccio...
Avrei un consiglio da dare a quanti fanno e faranno il Festival, o dovranno comunque esibirsi su quel palco. Nei giorni precedenti all’esibizione non ho guardato la televisione e non ho letto un giornale, così quando sono salito sul palco mi sembrava di trovarmi in una situazione normale. Credo che questo sia il modo migliore di tenere lontane le tensioni, che sono un sovraccarico indotto, una risultante delle circostanze che alla fine non può non fare breccia anche nell’animo di chi ha un atteggiamento forte.

Hai suonato per il pubblico del Festival "Mio fratello che guardi il mondo", una canzone che ha già qualche anno e affronta il tema del confronto e della tolleranza: come vivi in privato la situazione attuale?
La vivo da cittadino europeo cosciente di un serie di problemi. Comunque non farei un caso di quella canzone, è una riflessione talmente blanda sulle cose... le canzoni difficilmente lanciano messaggi. Mi sono limitato a fare delle considerazioni generali, ispirate più dall’essere sempre in movimento che dal vivere arroccato in Liguria. Il mio pensiero si è formato viaggiando.

Parlando di musica, cosa sta cambiando da qualche anno in Ivano Fossati? Sembra che tu viva una crisi nei confronti della canzone come forma ‘istituzionale’...
È vero. Sto provando a dilatare la forma delle canzoni proprio perché, nella loro dimensione attuale, non mi divertono più. L’intento è quello di trasformare la canzone in un contenitore di musica, capace di metterne più in evidenza anche un’anima strumentale. Non lo faccio con l’ambizione o la presunzione di insegnare agli altri come si scrive, ma anzitutto per continuare a divertirmi.

Da questo punto di vista l’esibizione sanremese ha messo in luce un bell’equilibrio di forma e contenuti: "Mio fratello che guardi il mondo" e "Una notte in Italia" erano arricchite da un lavoro sulle dinamiche degli strumenti che è frutto di un lavoro lungo... mi viene invece in mente una tua esibizione di un paio di anni fa, sempre qui a Sanremo ma per il Premio Tenco, in cui i brani erano talmente diluiti da perdere in forza espressiva...
È possibile, d’altra parte ogni esibizione dal vivo è un esperimento, ed è un lavoro che richiede tempo. Quando abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto io e gli altri musicisti stavamo evidentemente cercando qualcosa. L’aver suonato per un lungo tour insieme ci ha permesso di mettere più a fuoco il nostro obiettivo e quindi anche di condensare in musica il risultato di questa ricerca. Forse è anche per questo che al Festival abbiamo suonato in modo più coinciso.

Come procede il lavoro sul nuovo materiale?
Ho in cantiere due dischi ai quali sto iniziando a lavorare in questi giorni. Le composizioni che stanno venendo fuori hanno dei temi ben pronunciati. D’altra parte penso che quando si lavora a composizioni strumentali non si possa tener presente la lezione offerta dai compositori del ‘900.

Il tuo modo di improvvisare al piano - mormorando qualcosa mentre suoni - ricorda molto Keith Jarrett. È un punto di riferimento per il tuo lavoro?
Credo che quello di Keith Jarrett sia un nome imprescindibile per chiunque scelga di esprimersi con il pianoforte, dal migliore al peggiore - che poi sono io. Credo che la sua sia comunque una grande lezione.

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