A prima vista, portano davvero indietro nel tempo. I Rolling Stones intorno al ’68. Giacche inammissibili, pantaloni a strisce, espressioni beate di pura pop-stardom. Crispian Mills ha un’aria soave e un po’ impunita, che forse lo ha aiutato a sopravvivere a uno degli autogol più clamorosi della storia del rock: una svastica esibita non come provocazione punk, ma come simbolo di gioia secondo la tradizione indiana. Le critiche non lo hanno scosso. Forse nulla può farlo. Il titolo dell’album è piuttosto strano.
Crispian Mills: «E’ stato Dan Abbott, che disegnava la copertina, a scrivere frasi qua e là nell’artwork. "Peasants, pig & astronauts" era una di queste. Lui l’ha scritta, ed è rimasta lì».
Per questo secondo disco, su cosa avete puntato?
Mills: «Soprattutto sulla musica. Sì, parliamo della ricerca della magia della vita e dell’amore. Ma quello che è importante è la musica».
Beh, come descrivereste la vostra musica, allora?
Mills: «E’ come una minestra. Noi impastiamo i nostri ingredienti, e facciamo quello che siamo capaci di fare. Poi è chiaro che il risultato tende ad avere una sua omogeneità, e probabilmente non ci sono grosse differenze rispetto al primo disco. Siamo sempre noi che cuciniamo la minestra».
Di cosa parlano queste canzoni?
Mills: «Oh, le parole non sono così importanti. Devono avere un suono piacevole. Una canzone dovrebbe essere una specie di caramella musicale, che la gente tenga in bocca con piacere. Chissà perché, sto facendo un sacco di paragoni col cibo».
Avete fatto il disco con un produttore mitico, Bob Ezrin.
Mills: «Sì, lui si era un po’ staccato dal mondo della musica - nel senso del business, non della passione... Non è un tipo che si è seduto sul proprio passato. Ha messo su una società che si occupa di servizi internet, che a quanto pare era l’unica cosa che lo ispirava. Ma è rientrato volentieri nella musica quando ha sentito le nostre canzoni».
Cosa vi piaceva di lui come produttore?
Alonza Bevan: «I dischi con Alice Cooper più che "The Wall"».
Come avete gestito il grandissimo successo del disco precedente?
Mills: «Non lo abbiamo gestito. Non c’era tempo di gestirlo. Ce ne siamo accorti dopo».
Dopo di voi, i Cornershop hanno avuto un grande successo, e persino Madonna ha scoperto il sanscrito...
Mills: «Bene. Ma noi eravamo interessati all’India da molto prima. Da prima di incontrarci».
Tutti e quattro?
Mills: «Sì, quando ci siamo incontrati abbiamo scoperto che la musica, la cultura e le atmosfere indiane ci prendevano tutti parecchio. Comunque preferiamo la musica tradizionale indiana a quella moderna. La cultura occidentale prende volentieri da quella orientale, ma anche quella orientale ha delle cose da prendere da noi. Noi occidentali abbiamo perso un po’ le nostre origini, loro se le portano dietro in ogni cosa. Comunque non ci piacciono molto Talvin Singh e i Cornershop. In fondo sono occidentali. Quello che fanno va bene, ma noi per prendere ispirazione preferiamo guardare alle fonti originali. Evidentemente siamo animati dalla stessa spinta, comunque, visto che spesso utilizziamo gli stessi musicisti».
Ma qualcuno di voi c’era mai stato, in India?
Mills: «Prima di mettere su il gruppo, solo io. Molti pensano che io sia andato là e sia rimasto folgorato. E’ un processo che se anche dovesse accadere, sarebbe lungo e profondo. A noi interessa la naturalezza della musica, capire come godere nel modo migliore della musica. Se percepissimo buone vibrazioni dal Polo Nord, le faremmo nostre e le metteremmo in musica».
Che cosa pensate della prima ondata psichedelica che ha investito Londra negli anni ’60? Vi ha influenzato in qualche modo?
Bevan: «Cosa ne pensiamo? Niente: non c’eravamo... E’ una domanda che ci fanno molto spesso, ma non possiamo far altro che tirare a indovinare. La nostra musica è nata attorno a un organo Hammond, e ha preso forma dall’incrocio tra il suono dell’organo e le cadenze dei canti tradizionali indiani, i mantra».
Dal vivo comunque siete molto rock. Più che su disco.
Mills: «La tecnologia sostiene la musica e la musica non deve subire la dittatura della tecnologia. Il che, in parole povere, vuol dire che quello che riusciamo a fare in studio, va bene. Lo abbiamo fatto meglio che potevamo. La stessa canzone, poi, dobbiamo eseguirla dal vivo. La facciamo meglio che possiamo. E va bene».
Vi abbiamo visti in tour con gli Aerosmith, che tra l’altro hanno messo un po’ di riferimenti indiani nel loro ultimo album...
Bevan: «Ah, sì, ricordo il concerto di Milano. C’era un tipo che mi ha gridato "Fuck you!" per tutta la durata del concerto, mostrandomi il dito medio. Comunque gli Aerosmith sono rockstar genuine. Quello che si vede è proprio quello che sono».
Ora cosa ascoltate?
Bevan: «I Gomez».
E quando eravate giovani? C’era stato un breve revival neopsichedelico in Inghilterra...
Mills: «Siamo cresciuti negli anni ’80, e le bands erano Duran Duran e Culture Club. C’era l’heavy metal, ma l’heavy metal non ha interesse per le canzoni. Solo alla fine del decennio qualcosa ha cominciato a muoversi, e alla fine è arrivata un po’ di gente da Manchester, a fare cose importanti... »
Bevan: «Il nostro gruppo preferito comunque sono The Soundtrack of Our Lives, svedesi. Davvero bravi».
Quali altri generi ascoltate?
Bevan: «Hmmm... Il jazz».