Gli appassionati di enigmistica lo avranno già indovinato: Sig. Dapatas è.... bè, scopritelo da soli, magari con l’indicazione che si ricava dalla scheda del disco, secondo cui «Sig. Dapatas è qualcuno talmente legato alle canzoni del disco da rappresentarle tutte». Indovinelli a parte, Daniele Silvestri è già partito in tour per presentare il suo nuovo lavoro, figlio anche del centinaio di concerti che hanno fatto da corredo alla pubblicazione del precedente "Il dado" e che hanno evidenziato, nel cantautore romano, nuove esigenze artistiche. Ecco cos’è successo in questi anni a Daniele...Allora, partiamo da lontano, una volta tanto: cosa è successo dopo l’uscita de "Il dado"?
...Dopo l’uscita de "Il dado"... allora, è caduto Berlusconi, è salito al governo...scherzi a parte, la prima cosa che è successa è che abbiamo suonato tanto. Passare un anno a suonare vuol dire cominciare ad avere stimoli diversi quando si ricomincia a scrivere. Credo di aver fatto in un anno una novantina di concerti, e quando mi sono ritrovato a scrivere mi sono ritrovato a pensare di più a come avrei suonato certe cose sul palco. Ho pensato molto al piacere che mi dava cantare certe cose dal vivo.
Ad esempio?
Mah, non riesco a farti un esempio, è un discorso più generale... mi sono reso conto che quando fai tanti concerti le canzoni a poco a poco si scremano, e quelle che continuano a piacermi sono quelle in cui c’è più anima, che volta dopo volta possono darti emozioni diverse. Laddove invece una canzone contiene meno anima ma è più figlia di certe finezze ritmiche, o tecniche, dopo un po’ finisce per stancarmi. Dovendo affrontare periodi lunghi in concerto ho pensato che era meglio avere a che fare con canzoni che possano offrirti materiale fatto con l’anima, con cui continuare a crescere anche suonando. Così credo che in questo nuovo lavoro ci sia meno ricerca di suoni e frasi inventive e un approccio maggiormente d’ascolto, della serie: "se abbiamo una cosa bella, ascoltiamola e facciamola ascoltare", piuttosto che cambiare sempre e comunque suono ogni due giri.
Si parlava di questo album come di un disco di canzoni: era così che te lo immaginavi?
Francamente no. Credevo al disco di canzoni nell’accezione più melodica del termine, e invece in quel senso, nonostante alcuni episodi, è rimasto il classico disco mio. Però sono più canzoni comunque, nel senso che c’è più musica. Ricordo che avevo in mente un disco come quello dei Radiohead, che per me fanno canzoni, però a modo loro. Pensavo a una semplicità di scrittura e di melodie che qui forse c’è meno, però alla fine "Sig. Dapatas" è un disco in linea con quello che ho sempre fatto.
Se penso all’album dei Radiohead mi viene in mente un suono d’insieme in qualche modo omogeneo, mentre ascoltando "Sig. Dapatas" non si possono non ritrovare i mille mondi musicali che già erano presenti su "Il dado"...
Pensa che considero questo disco il risultato più vicino all’omogeneità che posso ottenere! Per il resto adesso il suono del disco è molto più omogeneo, anche se i pezzi sono ancora molto diversi tra loro. Anche "Amore mio", che era nato come un pezzo fortemente elettronico, riesce a non distaccarsi di tanto dalla linea complessiva dell’album. Pur mantenendo un certo pluralismo, che va di moda anche politicamente, credo che siamo riusciti ad evitare quella ricerca eccessiva del contrasto che c’era negli altri dischi e che era esasperata anche nelle scalette: se avevamo un pezzo elettronico lo mettevamo sicuramente dopo un pezzo chitarra e voce. Qui il tentativo è quello di dare all’ascolto una certa fluidità, di fare soprattutto un album che, se piace, si può ascoltare dall’inizio alla fine. "Il dado" alla fine era un disco estremamente composito soprattutto perché erano due dischi: se tieni soltanto il primo album credo che già lì ci fosse questo tentativo di avere una tinta simile dall’inizio alla fine. Questo disco è l’evoluzione di quel disco lì, e mi sembra essere alquanto riuscito. Te lo saprò dire fra un anno...
Come pensi che ti vedano quelli che ascoltano la tua musica? Ti sei fatto un’idea tanto della critica che del pubblico?
Be’, farsi un’idea di quello che pensa la critica non è poi così difficile, visto che la critica si esprime. Sono diversi anni che scrivono, e mi sembra di poter dire che quello che facciamo gli sia quasi sempre piaciuto, e viene considerato un lavoro importante. La considerazione è buona, e i motivi per cui mi si contatta e mi si chiama mi testimoniano comunque la bontà dell’approccio. Credo che aver dato sempre molta importanza ai testi ha indirizzato su di me una serie di consensi che mi hanno fatto molto piacere. Ho parlato di tutto, di politica, di musica... forse anche in momenti in cui mi potevo stare zitto. Dall’altra parte, musicalmente, mi sembra che ci siano stati anche lì apprezzamenti. Per quello che riguarda il pubblico invece non ho un’idea: sono convinto che quelli che vengono ai concerti sono un popolo a parte, che non necessariamente compra i dischi. Alcuni arrivano per il successo di un singolo, e magari non capiscono bene il resto delle cose che faccio. Forse anche per questo un album come "Sig. Dapatas", che considero completamente rappresentativo della mia personalità, potrà darmi un’idea ancora più precisa di chi mi ascolta, fermo restando il fatto che comunque mi va benissimo come vanno le cose.
A cosa hai dovuto rinunciare per fare questo disco?
Da un certo punto di vista a niente, da un altro punto di vista posso dire a quello che ho scelto di non metterci. Mi sono limitato ad esempio sul lato più scherzoso. Ironia ce n’è, ma forse meno che negli altri dischi, non per essere più seri ma per il discorso che facevo prima. Se in una canzone c’è una battuta ogni quattro righe, poi alla fine il pezzo vivrà di quello, e questa cosa può rivelarsi un limite, alla fine. Ho cercato di rinunciare a questo perché era diventato fin troppo comodo scrivere così, era un modo facile per mettersi al sicuro. Elio e le storie tese, ad esempio, sono un grandissimo gruppo - e spero che continuino sempre così - ma forse non si sono mai tolti lo sfizio di scrivere una canzone senza necessariamente dover far sorridere. Spero che queste canzoni abbiano una tenuta propria, che prescinda dalle frasi ad effetto.
Come sono nate le canzoni del nuovo album?
Fondamentalmente le ho scritte nei periodi di inattività, strimpellando per casa con i musicisti del gruppo. È stato un periodo non troppo breve, a ripensarci adesso. Per questo disco ho scritto molto da solo, ma rispetto agli altri dischi molto del lavoro di rifinitura è stato fatto in studio, con Enzo Miceli e gli altri musicisti. Spesso le canzoni sono cambiate molto rispetto all’idea originale, e anche per quello c’è molta più omogeneità. È stato più complicato realizzare questo disco proprio perché prima lavoravo a casa, e mi presentavo con provini completi, mentre in questo caso ci siamo trovati a lavorare quasi per scommessa, con versioni che spaziavano attraverso vari generi musicali e che magari a volte finiva che non ci piacevano. Non so se lo rifarei così, perché ho faticato molto. Però alcune cose sono dei piccoli miracoli, come ad esempio "Insieme", che fino alla fine sarebbe potuto diventare tutt’altro e che invece è uno dei momenti migliori del disco.
E per quanto riguarda i cantati?
Mi sono rassegnato da tempo all’idea di non essere un grande cantante, e che quindi i mezzi sono quelli che sono, però mentre prima questo lo stemperavo con l’ironia e magari esageravo alcune cose, qui ho deciso di cantare sul serio, magari con qualche sovraincisione in più, però l’ho fatto. Ci sono due o tre cose che per chi mi conosce sono alquanto insolite: poi la voce cambia, anche perché in questi due, tre anni ho iniziato a fumare e ho visto che la voce un po’ si modifica.
Parlando di canzoni, mi sono chiesto spesso come ti è venuta in mente l’idea per un brano come "Aria", che veramente credo non abbia precedenti nella storia della nostra canzone...
Non ti so dare una risposta piacevole... sarebbe bello dirti che ho letto un libro, o ascoltato una storia, e invece no. Mi capita di scrivere una storia prima ancora di sapere quale storia è. Inizio di solito con alcune parole...e in questo caso sono state "alle otto e un quarto di un mercoledì di agosto", oppure "bara", e così iniziavo ad entrare in una storia e a dare vita ad un personaggio. Poi interviene il mio immaginario, che è fatto de Il Conte di Montecristo, di Fuga da Alcatraz e dei concerti fatti in qualche prigione. A questo si aggiungono se vuoi anche i sensi di colpa per una ragion di stato molto dura, per cui una società prende delle decisioni per legge e per legge decide di isolare una sua stessa parte. Che sia giusto o no che stia lì, credo che sia importante ricordarsi di queste persone, che vivono così. Comunque la prima cosa da cui è nato il pezzo è il piacere cinematografico dell’immaginarsi situazioni estreme, vite estreme, personaggi estremi. Quello che dice il personaggio mi affascina, perché attraverso il suo racconto mi permette di usare parole banali che in quella condizione diventano invece fondamentali. Si restituisce un’importanza alle parole - e in definitiva alle cose - che per me è un elemento di grande fascino. Qui la cosa fondamentale per tutti noi, l’aria, diventa tutto per chi vive in una cella, l’unica cosa che si può scegliere di avere.
Si parla di un’evasione...
Sì... in tutti i sensi...
Il testo lavora in modo tale da darti l’idea che questa persona sia viva e morta allo stesso tempo, viva se ascolti lui parlare, morta se guardi alla situazione da fuori. Comunque l’impressione è che lui vinca la sua scommessa, e riesca per davvero a fregare gli altri...
Esatto. Non decidere se lui è vivo o morto, perché io non l’ho deciso. L’importante è che lui la sua libertà l’ha trovata, ed è riuscito ad uscire dal carcere, non è importante che sia vivo o no, anzi forse la cosa migliore è che questa cosa rimanga in sospeso...
Di queste canzoni quante sono nate così, per assonanza?
Te lo dico leggendone alcune: "Pozzo dei desideri" ha visto nascere prima il testo, e infatti è uno dei pochi rap che sono rimasti sul disco. È un brano che sembra scritto proprio per il Superenalotto, mentre in realtà quando l’ho pensato avevo in mente tutt’altro, perché il fenomeno non era ancora nato. È una situazione che mi mette molta tristezza, anche se nella canzone ho cercato di essere non troppo violento, perché poi le canzoni finiscono per esasperare i problemi. Meglio non urlare e spiegare le cose in maniera lucida. La trovo comunque una tara culturale in continua espansione, e dal punto di vista politico lo trovo un modo molto comodo di depistare le aspettative. Per "Insieme" è nato prima il testo, che è diventato sempre più importante e alla fine mi ha costretto a cambiare la musica che avevo scelto di metterci sotto. "Adesso basta" è invece solo assonanza, è nata un’idea di melodia e poi è rimasta solo l’idea! "Tu non torni mai" è un pezzo nato in assonanza, preesistevano la musica e la melodia che hanno poi suggerito la scelta del testo. "Sto benissimo" nasceva dall’idea di dire una frase come quella però urlando, cioè dicendo una cosa per fare capire il suo opposto. "Giro in si" è nata come melodia su un giro d’accordi, ma si è fermata lì per anni. Per due-tre anni non ho neanche provato a farci un testo, l’unica cosa che c’era era il titolo, perché gli accordi sono un giro in si.
Sembra un disco più ‘laico’, rispetto ai precedenti, senza dichiarazioni politiche o sociali come nei precedenti ma più attento al personale: "Sto benissimo" e "Sono io" sono titoli più intimi...
Sì, e il motivo è quello di cui parlavamo prima. Canzoni sociali su determinati argomenti rischiano di avere vita più breve, mentre ci sono parole che vivono più a lungo, meno legate ad argomenti precisi. Volevo dare al disco la possibilità di essere più musicale, e di vivere una vita più lunga, legata alle canzoni. È un disco che parla di emozioni, e le emozioni non hanno tempo. Quello di creare un album capace di non stancare è stato lo sforzo che ho fatto per "Sig. Dapatas" e spero di esserci riuscito...