Quelli di

Karl Hyde dà subito l'aria della persona intelligente. Non succede tanto spesso nella musica. Non tanto che ci siano persone intelligenti (non siamo così maligni), quanto che lo comunichino a pelle, con qualche occhiata, con l'aria rilassata. Ma non dimentichiamo che dietro l'aplomb, c'è un chitarrista che sul palco non lesina energie, e che con "Born slippy" ha catturato, in un'istantanea di dolcezza e furore, l'anima di una generazione di selvaggi ravers.

Stavo ascoltando il vostro disco in metropolitana...
"Ottimo posto per ascoltarlo".

...e mentre ascoltavo "Bruce Lee" ho pensato che nel vostro genere, e credo che tu lo sappia, la linea che separa un grande pezzo da una grande stupidaggine è molto sottile, specie se si osa molto.
"Oh, assolutamente".

Avete un criterio, in proposito, che vi fa dire: "No, questo non lo farebbe neanche il peggior dj di Ibiza?"
"C'è Rick, che noi chiamiamo "The Ultimate Cheesemaster". Lui riesce a capire se un ritornello, un effetto in una canzone è troppo ammiccante e smaccato. "Born slippy" in effetti ci preoccupava da questo punto di vista. Sentivamo che il pezzo c'era, ma sapevamo anche che un riverbero in più, una nota in minore, potevano rendere il tutto fastidioso, meno intenso. Rick ha un orecchio tale da capire quando puoi dire di un pezzo: "No, questo è leccato"".

Parlando di "Born slippy", è nata dal suono dello strumento o da un'idea, magari al piano?
"E' nata da un groove, alla tastiera, anche se non con quel timbro particolare. Quindi da un'idea più che da un suono".

E stata usata come commercial...
"Per una squadra di calcio, mi pare".

In Italia c'era un calciatore, ma stava in una macchina. Voi fate anche jingles per gli spot pubblicitari. Vista la fortuna di "Born slippy" come jingle, diresti che questa attività ha la sua rilevanza nella vostra musica?
"Hmm! Sarebbe impossibile negarlo del tutto, anche se tendiamo a tenere separate le idee il più possibile. Certe cose sono Underworld, certe cose sono... automobili, o orologi. Sai, qualche tempo fa eravamo sul lastrico. Quell'attività ci ha aiutato prima a mangiare, poi a fare musica per gli Underworld. Continuano a chiedercene parecchia. Comunque siamo molto cauti, perché in certi casi non vogliamo che una nostra idea, nata per comunicare qualcosa, venga associata a un cibo per gatti".

Pensi che sia stato "Trainspotting" a fare gli Underworld o il contrario?
"Certo i film sono più accessibili che non i club, come mezzo per lanciare la musica a un pubblico vasto, e lo stiamo vedendo per un sacco di canzoni in classifica. Penso che il film abbia avvicinato un sacco di gente alla nostra musica. Un abbinamento indovinato come pochi, comunque, quello tra la canzone e quella scena".

Da sempre torturi la tua voce. Ma ora che ti sento parlare, mi rendo conto che hai un bel timbro... Cos'è, non ti piace cantare?
"Lo ammetto, non molto. Quindi ricorro a qualche trucco".

Mai pensato a prendere un vocalist?
"No, perché? Ci sono qua io. Voglio essere io a dire le cose che dicono gli Underworld. Anche se so che non sono un cantante classico, il canto mi viene fuori così... In realtà i cantanti hanno un ego enorme, non lo sopporterei mai!... Ma le voci hanno il loro valore anche quando non cantano. Ad esempio, nel disco abbiamo messo dei recitati e altre cose interessanti".

Il primo brano di "Beacoup fish", "Cups" dura 11 minuti e 45 e ha una evoluzione interna, una struttura che non si trovano spesso nella house. Non è che sotto la vernice dance state facendo del progressive-rock?
"Oh! Sono sconvolto. E' una possibilità a cui non avevo mai pensato. Stasera la riascolto e ci penso. Nel frattempo, non azzardarti a scrivere che ho detto di sì".

Negli anni '80 i Freur sono stati un nobile fallimento. Gli Underworld hanno rischiato la stessa sorte, e infatti vi eravate sciolti. Cosa ti ha insegnato questo successo tardivo?
"Sono contento che sia arrivato tardi, perché ora mettiamo più distanza tra noi e i fattori che determinano la popolarità di una band. Non ce ne facciamo condizionare perché negli anni abbiamo acquisito un senso della prospettiva e un metodo, un approccio. Vale a dire, elementi che chi ottiene la fama immediatamente, raramente riesce ad avere. Sappiamo più cose, abbiamo frequentato questo ambiente più a lungo. E abbiamo detto no a un po' di cose, in nome della musica".

Ad esempio?
"Abbiamo sempre curato l'aspetto live della nostra musica. Non riusciamo a considerarlo un aspetto separato, non potremmo fare musica che non potremmo poi proporre dal vivo".

Pensi che i Freur fossero troppo avanti?
"Freur e Underworld prima versione avevano lo stesso problema: davamo ascolto a troppa gente. Come tanti gruppi, non tenevamo conto di quello che volevamo fare, ma piuttosto di quello che volevamo essere: musicisti famosi. "Vuoi che il tuo disco esca e vuoi farci dei soldi?", ci dicevano. "Allora fai così, fai il video in questo modo e il singolo in questo. Oggi, è una grande soddisfazione vedere che quello che facciamo a modo nostro ha finito col trovare consensi. Penso che allora fossimo troppo sedotti dal miraggio di diventare pop star, emergendo da una scena zeppa di altre band che, come noi, erano affascinate dall'elettronica. Comunque, sia "Doot doot" che altri brani - in particolare quelli che la casa discografica liquidava sulle B-sides...- ancor oggi mantengono una loro integrità. Altre cose avevano grandi intenzioni, ma... puah!"

Hai mai pensato di rinfrescare quel materiale con gli Underworld?
"No. E' il passato. Ora ci interessa la dance scene, che abbiamo scoperto grazie a Darren".

Negli anni 80 non vi interessava?
"Allora era un altro tipo di musica. Un altro ambiente, e altre possibilità sperimentali. Non pensavamo di riuscire a fare le cose che facciamo oggi, e che ci piacciono molto di più".

Non temi che nella dance le cose invecchino troppo in fretta?
"Ma è il suo bello. Sei costretto ad essere più innovativo. E' in continuo movimento, guarda continuamente avanti: una filosofia vitale diversa da quella del rock, dove sei quasi sempre costretto a rimanere aggrappato a uno stile, e i fans si arrabbiano se cambi".

Sì, ma difficilmente la gente troverà attuale un tuo disco di tre anni fa.
"Vedi, nessun disco è attuale, anche solo se è di tre mesi fa. Anche solo per il fatto che lo hai inciso tre mesi fa e ora sei un'altra persona. Intendiamoci, ho capito il senso della tua domanda; ma penso che andare in avanti non significhi passare sopra alle emozioni che si provano ascoltando musica. Perché da una parte quando ascolto Toots & the Maytals o Kraftwerk o Aerosmith posso provare delle emozioni incredibili, interi momenti o luoghi evocati nella mia mente. Ma d'altro canto, come possiamo dire che non è il prodotto di un particolare momento? Così, il nostro tentativo è di fare della musica che regali adesso, qui e ora, delle emozioni così forti che le consentano di essere messa tra i bei ricordi".

Domanda di routine: il rock è morto?
"Certo non si muove velocemente come quando era giovane. Come il jazz. C'è un po di vitalità, sorprendentemente, nella musica classica. Detto questo, non posso negare che la stessa dance sia vitale come qualche anno fa. Credo che il desiderio di diventare popstar sia diventato forte anche nella dance, facendo fare alla gente delle cose di qualità inferiore. Finché si ricordano chi siamo, facciamo subito un altro disco; e se va bene, siamo popstar. Lo stesso vale per l'hip-hop: i discografici pensano che sia la gallina dalle uova d'oro, e spremono il fenomeno".

Avete lavorato con molti artisti famosi che vogliono un piccolo Underground touch.
"Siamo solo un nome tra i tanti chiamati per i remix. I discografici vedono il nome nelle charts quindi pensano: "Devono essere fighi". E ci chiamano per far sembrare fighi anche i loro artisti".

Avete mai rifiutato collaborazioni?
"Sì. Vuoi sapere a chi? Non è importante. Cioè, a volte è successo per motivi artistici, ma altre volte per antipatie personali... Non mi va di dirlo. Quando l'ho fatto in passato, ho riletto le interviste e sembravo supponente..."

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