Da Cara Valentina a Una musica può fare, un anno vissuto pericolosamente...

A Sanremo ha incarnato la vena più surreale della nostra musica leggera, come non si vedeva dai tempi di Rino Gaetano, Enzo Carella, Franco Fanigliulo: Max Gazzè ha riportato al Festival una dimensione musicale diversa da quella - più ortodossa - propria agli altri artisti. In perfetta coerenza con il suo modo di essere e la sua musica, libera dagli schemi sin dal primo album "Contro un’onda del mare", che già nel 1996 lo aveva segnalato agli addetti ai lavori. Ecco il resoconto di un incontro sanremese in cui si è parlato di musica, cucina e bambini...

Come ti è sembrata in generale la proposta fornita a Sanremo dalla categoria giovani?
Ho notato che nella sessione sanremese giovani ci sono state delle cose armonicamente più interessanti che nella categoria campioni.

È vero, però ci sono anche dei big più coraggiosi dei giovani...
Sì, ad esempio Daniele Silvestri si è presentato con una canzone molto ostica, però credo anche che ogni tanto sia giusto rompere la consuetudine sanremese con brani non proprio appropriati...

In molti faranno il classico repackaging del disco: tu come te la caverai....?
Mi sembrava ingiusto fare il repackaging senza mettere almeno il singolo in vendita: così per quanto mi riguarda dell’album è stato fatto un repackaging con il pezzo di Sanremo e in più una traccia CD-rom, nella quale ci sarà un gioco: bisogna indovinare delle ricette e chi vince potrà ascoltare delle poesie che recito e il provino fatto in casa de "Una musica può fare". Inoltre il singolo verà messo in vendita con un brano inedito intitolato "Etereo" e "O Caroline", e verrà tenuto in vendita per un mese.

Le ricette sono vere?
No, sono inventate, cose come "pomodori alla tosse", "orso bruno alla rucola", "stivale ai quattro formaggi"... sono cose deliranti ma divertenti...

"Una musica può fare" potrebbe essere il prossimo tormentone estivo...
Be’, se lo fosse, ben venga, ma non credo che arriverà all’estate, anche perché per allora ce ne sarà un altro, ancora più tormentone...

Che si intitola?
"Colloquim vitae", che è già sul disco... però non lo so, spero che un pezzo come questo possa avere lunga vita perché al primo ascolto può essere capito fino a un certo punto, ma se poi si entra nell’ironia del pezzo lo si riesce a canticchiare così com’è. E’ una canzone semplice, immediata, ma nasconde tante cose da individuare in vari ascolti...

Come è nata?
Quando sono in giro a suonare mi porto spesso in giro una tastierina per memorizzare idee; l’ho fatta tutta così, e poi quando sono tornato a casa l’ho registrata, ma la versione originale è per sola tastierina...

Quando ti hanno proposto Sanremo ti sei spaventato o hai accettato di buon grado?
No, non mi sono affatto spaventato, diciamo che ho accettato. Non ho mai fatto parte di quella categoria di persone che fanno un certo tipo di musica e disprezzano Sanremo per partito preso. Credo che sia una manifestazione importante soprattutto se ci si presenta con una canzone che ha qualcosa da dire. Nel mio caso questo ‘qualcosa’ è forse un po’ nascosto, però c’è: c’è un elenco un po’ surreale dei luoghi comuni che stanno nelle solite canzoni d’amore. Mi prendo un po’ in giro anch’io, se vuoi...

Adesso hai due brani sanremesi sull’album...penso che tu sia l’unico..
Sì, è vero, perché c’è anche "Cara Valentina", che avevo portato l’anno scorso a Sanremo giovani: in quel caso l’album non era ancora uscito, però, è venuto prima il singolo...

Due Sanremo in un anno e mezzo significa quanto meno che per te tra la fine del ’97 e l’inizio del ’99 devono essere cambiate molte cose: hai lavorato molto...
Sono cambiate tantissime cose, soprattutto dal punto di vista della popolarità. Adesso sono un po’ il ‘cicciobonbo’ della situazione, tutti mi guardano, però nello stesso tempo è una cosa molto gratificante, perché a parte il fatto che mi sono sposato, ho un bambino, Samuele, le cose mi vanno bene, c’è una attenzione esterna notevole, e questo mi fa stare bene. Sempre mantenendomi nei limiti e considerando il fatto che tutto ciò che c’è adesso potrebbe non esserci più domani.

E la responsabilità di essere papà?
C’è, eccome. Chiaramente con il fatto di essere sempre in giro mi manca un po’ la mia paternità. Sono molto apprensivo, e spesso riprendo mia moglie anche solo perché magari lui tiene un cucchiaio in mano. Per fortuna la madre è più cosciente di me di quali sono i reali limiti di pericolosità delle cose, mentre io vedendolo di meno lo ritrovo cambiato e devo riadattarmi alla sua crescita. A sei mesi e mezzo un bambino ha già un carattere ben definito.

Samuele suona?
Sì, suona un djambè (percussione africana, ndr). Gliel’ho fatto vedere diverse volte e ormai ha capito che quello è un oggetto che si suona, così quando glielo do lui inizia a picchiarci sopra.

È il DNA di famiglia...
Eh, sì, d’altra parte mia moglie è pittrice... a dire il vero anch’io sono pittore. Ho iniziato prima a fare pittura e poi musica. I miei primi concerti come bassista mi servivano per comprare tele e colori.

Che colori useresti per dipingere la tua musica
Colori definiti, accostamenti contrastati, una sorta di transavanguardia...

Scusa l’ignoranza...cioè?
Klee, Pollock, Kandinsky...

Prima di venire a Sanremo, ti sei fatto dare dei consigli da Niccolò Fabi?
No, in realtà. All’Ariston ci ho già suonato tre volte. Comunque consigli non me ne ha dati anche perché non ero così preoccupato da chiederne in giro. Piuttosto, visto che Niccolò è un amico, parliamo più spesso e volentieri di altre cose che non c’entrano nulla con la musica, come la letteratura, la filosofia, la poesia. È una persona molto preparata.

Si parla de "Il Locale" di Roma - luogo in cui vi vedete anche per suonare tu, Fabi, Silvestri e gran parte della nuova scena capitolina - come se fosse un nuovo Folkstudio (mitico locale romano degli anni ’70 nel quale si sviluppò la carriera di Venditti, De Gregori, Pietrangeli, Grechi, Cocciante): è un paragone pericolo oppure in qualche modo risponde al vero?
È importante che si sia creato questo nucleo di artisti - Niccolò, Silvestri, Britti, io - che ha suonato per molto tempo insieme. La discografia ha buttato un occhio e un orecchio nel Locale e ha iniziato a vedere che c'era della nuova musica, e mi è sembrato un buon modo per attirare l’attenzione. Ormai ci sono rituali ben consolidati, come la jam session del Primo Maggio, una sorta di concertone dopo il concerto che l’anno scorso ha visto sul palco me, Morgan, Elisa, Daniele, Frankie Hi NRG...un delirio! Speriamo che queste cose non succedano solo a Roma. Comunque è una situazione in cui mi trovo molto bene, perché mi ricorda gli anni in cui vivevo in Belgio e suonavo come bassista in tutte le jam session che potevo trovare. Suonavo con musicisti di etnie diverse, dagli iraniani ai sudafricani...

Chi ti ha influenzato maggiormente, nella musica?
Ho una mia coscienza musicale ben definita a prescindere dalle influenze pop, ho un modo di interpretarlo che dipende dalle mie esperienze musicali al di fuori del pop. Ho sempre ascoltato musica per musicisti, come Wheater Report, Miles Davis, ho familiarizzato i concetti di risonanza e li ho fatti miei, così alla fine le influenze esterne sono minori delle cose che ci metto io. Comunque per fare qualche nome potrei citarti, a livello di armonie, Peter Gabriel e i Police. Per quanto riguarda invece le liriche, mi piace molto la poesia, Mallarmè, Prevert, Montale. Mi piace la poesia dalla grammatica semiautomatica, con l’automatismo espressivo. L’espressione, attraverso l’automatismo, è nel cercare, attraverso il sinonimo, la realtà di quel che si vuole esprimere veramente. Alla fine "Una musica può fare" non è altro che la distruzione di un linguaggio banale, perché solo attraverso la distruzione di può ricostruire qualcosa di innovativo.

Andrai in tour?
Sì, riparto con il tour il prossimo 18 marzo, e poi continuerò a suonare per tutta l’estate.

Sei sempre stato considerato un personaggio molto originale: ti sorprende che adesso questa tua originalità venga ‘cavalcata’ dal maistream, compreso Sanremo? Vuol dire che qualcosa sta cambiando davvero nella musica?
Credo che inserire il cast dei giovani proposto quest’anno a Sanremo sia il segnale di una voglia di diverso. Credo che volessero da me qualcosa di particolare, e sento di non averli delusi. Ora la cosa da fare è portare dei giovani tra i Big, per cercare di avvicinare il più possibile il mondo reale al Festival della Canzone. Sarebbe bello arrivare a una corrispondenza maggiore tra le canzoni e la gente che compra i dischi. E poi è importante che le canzoni che vengono presentate qui siano ascoltate in modo approfondito, piuttosto che essere lanciate allo sbaraglio e poi dimenticate due settimane dopo.

Sembri molto libero nell’approccio artistico...
Sì, è vero, non sono condizionato. Ho scritto il pezzo di Sanremo proprio pensando al Festival, e poi abbiamo scelto insieme con la casa discografica come arrangiarlo.

E per il prossimo disco?
Ho già pronte una cinquantina di canzoni: devo solo decidere su quali lavorare per il prossimo album.

Con chi ti piacerebbe lavorare in futuro a livello italiano e internazionale?
In Italia con Franco Battiato. Credo che "Shock in my town" sia una canzone clamorosa, raramente mi è capitato di ascoltare qualcosa di così bello. All’estero direi Peter Gabriel e Robert Wyatt.

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