Casa, famiglia e rockn'roll: il boss di Bloomington, Indiana, si racconta a Rockol.

25 anni di carriera trascorsi nel rock’n’roll possono essere un bagaglio ingombrante arrivati ad un certo punto della propria storia, quando negli occhi degli altri sei destinato a rimanere sempre e comunque il Cougar che rockava il mondo suonando la sua chitarra acustica sul ciglio di una ‘interstate’, mentre il cartello stradale diceva "Bloomington, Indiana". Quel rock alla ‘knock’em dead’, rurale e vigoroso anche se meno enfatico e potente di quello del collega Springsteen, espresso dai suoi album di maggior successo - che non sono i primi di Mellencamp, salutati al contrario da un insuccesso pressoché unanime - ha da tempo lasciato spazio a una personalità più cupa, quasi dark, rispecchiata da album come "Human Wheels", "Mr.Happy-go-lucky" e - soprattutto - "Dance naked". Mellencamp ha iniziato a dipingere e sembra a tratti di scorgere nei suoi dipinti quella sorta di sfregiata cupezza che anima le tele di Francis Bacon, a dimostrare che il ‘big daddy of’em all’ nasconde dentro di sé una parte più sofferta e oscura. A cambiare per sempre la sua vita è intervenuto qualche tempo fa un infarto, che ha significato un addio a certe costumanze da rockstar che hanno sicuramente meno valore dell’amore che oggi Mellencamp nutre per la sua famiglia. I sogni di rock’n’roll - in gran parte realizzati - lasciano adesso spazio al gusto per la vita, per un presente da assaporare forse con più consapevolezza. Il tempo per l’intervista è poco e le cose da chiedergli molte, quindi: questo è quello che lui e Rockol si sono detti al telefono, sotto l’attento controllo dell’addetta stampa americana della sua casa discografica...

John, anzitutto facciamo un salto indietro: come mai si è concluso il tuo rapporto con la Mercury e perché sei passato alla Sony?
Beh, anzitutto devo dire che ero alla Mercury da 22 anni e che l’abitudine iniziava a essere uno svantaggio per entrambe le parti. Inoltre ero un grande amico del vecchio Presidente della Mercury Usa, mentre non altrettanto buoni rapporti avevo con chi lo ha sostituito. Da un punto di vista artistico mi è sembrato di assistere ad una sterzata che non mi è piaciuta per niente, per cui all’improvviso l’etichetta sembrava maggiormente interessata a scoprire fenomeni come gli Hanson piuttosto che continuare a lavorare con ‘vecchi artisti’ come me. La Polygram (della quale la Mercury costituisce una divisione, ndr) una volta era una società privata e quindi poteva fare quello che voleva, a livello artistico. Da quando è stata quotata in borsa, invece, all’inizio del 1991, è chiaro che i rendiconti economici hanno iniziato ad avere un’altra importanza, perché alla fine dell’anno, se vuoi che le tue azioni salgano, devi mostrare dei profitti alti. Così è cambiato lo spirito del lavoro, e una serie di cattivi manager non hanno certo migliorato le cose. Così sono andato direttamente alla Sony, dove Tommy Mottola - che è il Presidente - una volta era il mio manager: è stato il passaggio più naturale che potessi fare.

Quello che colpisce del tuo nuovo album è anzitutto la scelta di utilizzare molti strumenti in più rispetto al solito ‘combo rock’...
Credo che sia importante cercare di utilizzare quanti più suoni possibile, senza esagerare non voler attribuire ad un album connotati sin troppo contemporanei. Ad esempio se adesso va di moda il drum’n’bass non è detto che sia il caso di fare un disco così, perché altrimenti tra qualche anno potrebbe suonare datato. C’è una linea molto sottile che separa il vecchio dal nuovo, e parte dell’essere l’una o l’altra cosa dipende proprio da questi piccoli accorgimenti, dalla capacità di non calcare la mano ma di saper intervenire rendendo un album moderno per i suoi tempi.

Ma perché, ti darebbe fastidio il veder invecchiare i tuoi dischi?
Be’, credo che darebbe fastidio a chiunque. Ieri ascoltavo alla radio un pezzo dei Big Country, sai, quel gruppo scozzese degli anni ’80, e mi rendevo conto che il loro suono era fortemente caratterizzato da quello che andava in quel momento. Loro sono dei grandi autori di canzoni, ma i loro dischi non sono invecchiati altrettanto bene. Per quanto mi riguarda "Desire" di Bob Dylan suona esattamente come se fosse stato registrato una settimana fa e lo stesso vorrei poter dire dei miei album.

Mi sembra che "Scarecrow" abbia ancora oggi un suono senza tempo e credo che dipenda dal fatto che quel suono è diventato un classico...
Forse hai ragione, e comunque se è vero, sai perché? Perché è un disco che risale alla metà degli anni ’80 anche se non sembra. In quel periodo andavano di moda Duran Duran, Flock of Seagulls, eppure il mio disco non ha ereditato nulla di quel suono.

Quanto ti ha aiutato a mantenere questa lucidità nell’approccio il vivere in campagna e il registrare i tuoi album a pochi metri da casa?
Sicuramente molto. Credo che questo sia un aspetto che ha a che fare con il migliorarsi la vita. Perché dovrei andare a vivere a New York per sei mesi - lontano dalla mia famiglia, dai miei figli, dai miei amici - per registrare un album quando posso farlo standomene tranquillamente qui? Miami, New York, Los Angeles sono splendide città quando ci vai in vacanza per una settimana, ma viverci per fare un disco è una prospettiva molto diversa.

Tornando al discorso di prima, quali dei tuoi dischi ti sembrano essere diventati dei classici, almeno dal punto di vista del suono?
Per me è molto difficile giudicare, perché quando incido un album tendo a viverlo e a collocarlo in un periodo storico ben preciso. Soltanto il tempo mi dirà se quello che sto facendo è giusto o sbagliato, e in ogni caso, anche a posteriori, per me è molto difficile dare una valutazione serena di quello che faccio. Posso dirti che ogni volta che registro un disco cerco comunque di dare del mio meglio, anche se alcune volte non basta. Comunque, dal punto di vista del mio percorso artistico, posso dire che considero i miei album tutti uguali e tutti diversi.

Oltre ad avere un suono molto diverso dai suoi predecessori, il nuovo album gioca con diversi stili musicali...
È vero. Quando lavori ad un album - soprattutto se ne hai registrati tanti - devi cercare di presentare la musica in un modo diverso da come faresti di solito. I dischi devono essere interessanti per chi li ascolta, altrimenti nessuno perderà tempo per capire quello che stai dicendo. Bisogna saper coinvolgere, sedurre, mantenendo però la propria personalità e la propria visione delle cose. Certo, riuscirci dopo 25 anni di carriera può essere più faticoso, ma la mia curiosità nei confronti della musica non è cambiata.

l’addetta della casa discografica USA ci ricorda che abbiamo ancora 2 minuti di conversazione: dopo qualche secondo di panico (così poco?!?) l’intervista prosegue... Mi sembra che la tua vicenda artistica e personale ti abbia portato ormai da un decennio ad occuparti di più della tua evoluzione come essere umano piuttosto che come ‘semplice’ rockstar: la vita privata, la storia della tua famiglia, la tua salute, alcune considerazioni sul trascorrere del tempo sembrano appannaggio di un uomo che si pone domande piuttosto che di una star tesa a vivere l’eterno presente...
Quello che mi fai è un grande complimento, e ti ringrazio molto. Credo che sia sbagliato guardare alla propria vita, in termini di riuscita o fallimento, solamente con riferimento a quello che si è fatto sul versante lavoro. La vita è un’altra cosa, e chi valuta le persone in base a quello che fanno ha veramente una visione molto limitata del mondo. Per quanto mi riguarda posso dirti che le persone migliori che ho incontrato nella mia vita spesso erano persone che pulivano i pavimenti a casa di qualche rockstar.

la discografica di John, assai zelante, ci ricorda che abbiamo finito il tempo dell’intervista: chiediamo un’ultima domanda, che ci viene pazientemente accordata...
John, questa è l’ultima: come mai il tuo album è denso di riferimenti alla Bibbia?
Semplicissimo; perché sono comprensibili da tutti. Se io parlo di Caino e Abele in una canzone ("Fruit trader", ndr), so che immediatamente tu avrai una visione ben precisa di quello che sto dicendo, perché la tua mente associa troppe cose a quei due nomi. Li uso perché dal punto di vista narrativo sono imbattibili, creano subito una situazione di grande forza evocativa, e portano chi ascolta a immaginare la scena in ogni dettaglio.

ci interrompono per comunicarci che l’intervista è finita...
John, grazie mille, è stato breve ma molto piacevole...speriamo di vederti prima o poi dal vivo...
Lo spero anch’io...vedremo, a presto comunque... Ciao...

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