A 15 anni è rimasto fulminato dalla visione di "Wild Style", il primo film di cultura hiphop. Da allora è diventato un fervido ammiratore dell'hiphop dei primi tempi (l'old skool), oltre che grande manipolatore di turntable (il giradischi) e collezionista di dischi (vinyl junkie). Tutta la musica di DJ Krush, dal 1993 (l'anno d'esordio, con "Krush") ad oggi, passa per questi tre punti fermi. Ma ciò che ha contraddistinto Krush da cento altri DJ è stata la sua fantasia nel mischiare questi tre elementi e dar forma a una miscela di samples, loop rubati qua e là dalla sua infinita collezione di dischi, scratch (una delle tecniche hiphop più dimenticate degli anni 90), jazz e ambient. Tutti elementi che Krush diluisce magicamente da anni dando vita a quel genere che molti chiamano trip hop ma che, rapportato alla musica di Krush, da sempre, può essere definito soltanto come "scienza musicale astratta", una scienza che oggi viene riproposta in "Kakusei".Come mai hai deciso di intitolare questo disco "Kakusei", 'risveglio'?
"La gente, i giovani in particolare, oggi più che mai sono letteralmente sovrastati dalle informazioni, da una cascata di parole e informazioni che non ci abbandonano mai e che non ci permettono nemmeno di decidere cosa ci piace e cosa non ci piace. "Kakusei" allora vuole essere un mezzo per allontanarsi da questo mondo che, soprattutto in Giappone, ci sta opprimendo. "Kakusei" è infatti qualcosa di puro, che va oltre le parole e che si rivolge al nostro intimo, al cervello, all'anima e dice loro di svegliarsi. E' per questa ragione che all'inizio non volevo nemmeno titolare né il disco né tanto meno i brani contenuti in esso. Avrei preferito che ogni persona che ascolta la mia musica potesse dare un titolo al disco e ai brani. Io considero i pezzi di "Kakusei" non come pura musica ma come piccoli quadri astratti che ognuno può interpretare a modo suo, risvegliando così la propria fantasia, il proprio senso critico".
Che ruolo ha Tokyo all'interno di questo album? Che risveglio contempla una realtà come quella di Tokyo?
"Se avessi dovuto trasporre in musica Tokyo avrei dovuto pensare a musica robotica. Se te ne vai per le strade della city nelle ore di punta puoi tastare con mano questa schizofrenia, questo modo di essere che è uguale a sé stesso in dieci, cento, mille persone diverse. Ma quello che mi interessa è tradurre in musica un altro mondo. Un mondo che corre parallelo a questo, da dove si ha la capacità di vedere quanto la tecnologia sia un grande buco nero che può inghiottire tutto".
In che modo pensi sia cambiato il tuo lavoro su questo disco rispetto al passato?
"Milight", il mio ultimo album, è stato anche l'ultimo capitolo del mio primo libro, un libro in cui sono contenuti tutti i dischi che ho fatto dai miei esordi ad oggi. "Kakusei" invece è il primo capitolo di un ideale secondo libro. Un libro più introspettivo, dove mi concentro di più su ciò che sono i miei sentimenti, il mio stato mentale, le cose che mi circondano al momento. In "Milight" tutto questo era stato in qualche modo preannunciato. Il disco dello scorso anno era come un avvicinamento alla luce, con la consapevolezza che possiamo tutti risvegliarci e prendere atto della situazione terrificante in cui è il mondo. Tutto questo però ha implicato una maggiore concentrazione da parte mia. Il risultato è che per la realizzazione di "Kakusei" ho fatto molta più fatica che in passato. So che sarà così anche per i prossimi dischi, ma la cosa non mi spaventa perché alla fine, sono sicuro, sarò molto più felice di ciò che farò".
Rispetto ai due album precedenti è sparito l'uso della parola. Non ci sono più collaborazioni con i rapper come in "Milight" e "Meiso". C'è qualche ragione particolare che ti ha indotto ad abbandonare il rap?
"In "Kakusei" non ci sono più le rime rap che ho usato nei due ultimi dischi per due ragioni; la prima è quella espressa in precedenza. Ci sono già abbastanza parole nel mondo. Non c'è bisogno che io ne aggiunga altre. La seconda ragione è dovuto chiaramente al fatto che "Kakusei" abbia più a che fare con il mio essere più intimo che con ciò che con problematiche che attraversano la nostra realtà. E' quindi chiaro che abbia preferito sostituire il silenzio alle parole, cosicché i suoni sono diventati il mio linguaggio, le parole "sonore" attraverso cui esprimere i miei sentimenti, il mondo interiore di DJ Krush. Niente quindi a vedere con un mio allontanamento dal rap. Amo il rap ma ho sempre considerato la mia musica al di là dell'hip hop. Certo, l'hip hop è stato uno dei generi che più mi ha influenzato, che più di tutti mi ha spinto a fare musica, ma tutte le mie produzioni e in particolare "Kakusei" sono frutto di un lavoro che appartiene ai DJ, a produttori che ricercano il suono più che la rima perfetta".
E' per questo che in "Kakusei" ti sei avvalso della collaborazione di moltissimi DJ, diversi fra i quali sono assolutamente sconosciuti……
"Sì, volevo che questo fosse un disco pensato da produttori, da DJ. Ed è stato curioso anche come ho conosciuto alcuni DJ. Infatti ne ho conosciuti alcuni attraverso Internet. Mi hanno mandato alcuni demo tape. Ciò che mi ha avvicinato a loro è che, come me, stanno cercando di reinterpretare l'hip hop con brani strumentali. Era quello che stavo cercando io stesso quando ho iniziato a pensare a "Kakusei". Quindi mi sono messo in contatto con loro e abbiamo lavorato insieme ad alcune tracce dell'album".
Internet per te è una fonte d'ispirazione?
"No, assolutamente. Lo dimostra anche il fatto che non ho un computer a casa. Non ho mai usato un computer per creare i miei brani. Tutti i miei pezzi sono stati creati con un registratore ad otto piste, un sequencer e un synth analogico. Sono assolutamente contro all'uso della tecnologia per la costruzione dei miei brani. Credo che l'aspetto umano vada preservato a tutti i costi. Se non fosse così la musica sarebbe asettica e avrebbe poche chance di evolversi. Quindi questa connessione con altri DJ via Internet non significa che sia uno schiavo del computer. Ho soltanto trovato interessante il materiale che questi DJ mi hanno inviato".
Durante un'intervista, qualche anno fa, raccontasti che non riuscivi quasi ad entrare in bagno da quanto la tua casa era piena di dischi……Mi sembra un racconto curioso che la dice lunga sul tuo attaccamento al vinile, a ciò che "suona" analogico…..
"Oh, direi di sì. Ai tempi comunque la situazione era diventata insostenibile. Tutte le volte che andavo in bagno e facevo dei movimenti sbagliati mi cadeva qualche LP in testa o nella vasca, magari piena d'acqua. Così ho deciso di cambiare casa. Oggi però i dischi sono talmente tanti che nemmeno il mio nuovo appartamento è capace di contenere la mole di dischi che possiedo".
Insomma, sei un vinyl junkie….
"Sicuramente. Non potrebbe essere altrimenti. Per me, così come per tutti i DJ, i dischi che campiono sono come i colori sulla tavolozza di un pittore. Più dischi hai a disposizione più sfumature riuscirai a creare nei tuoi brani".
Quando entri in un negozio di dischi cerchi qualche genere in particolare o compri di tutto?
"Di solito compro qualsiasi cosa che mi ispira o che penso possa servirmi non in base al genere ma secondo una logica che contempla soprattutto i suoni. Per me quindi non è importante comprare un disco di hip hop piuttosto che di jazz o di drum'n'bass o di funk o di chissà cos'altro. Ci sono volte che compro dischi per bambini, altre volte prendo album di soli effetti sonori. Quello che cerco di fare, soprattutto da qualche anno a questa parte, è andare alla ricerca di suoni che nessun altro usa. E' diventato difficile usare suoni inediti. Oggi in Giappone essere un DJ è diventato qualcosa di ambito, di usuale. Io cerco di stare lontano dalla massa di aspiranti DJ "scavando" là dove nessuno pensa di poter trovare sonorità interessanti. Se non facessi così starei solo creando una sequela di frame che appartengono a me così come ad altri dieci DJ. Non è proprio quello che voglio fare".