«ROBA MINIMA (MICA TANTO) - Andrea Pedrinelli» la recensione di Rockol

Andrea Pedrinelli - ROBA MINIMA (MICA TANTO) - la recensione

Recensione del 01 apr 2014 a cura di Franco Zanetti

(Giunti, 225 pagine, 18 euro)

Voto 8/10

La recensione

Metto subito le mani avanti e dico della mia grande stima per il collega Andrea Pedrinelli: uno dei pochi, e probabilmente il migliore su piazza, che sta cercando di raccontare con dignità storica la canzone italiana, e di far passare il concetto che la storia della canzone leggera italiana è materia di insegnamento per le scuole (quando lo capiranno i nostri accademici e i nostri politici sarà sempre troppo tardi). Pedrinelli nelle scuole ci va, a raccontare Giorgio Gaber; e mi è dispiaciuto quando un altro giornalista assai più telegenico e rampante (e infatti è diventato opinionista e tuttologo) gli ha scippato l’idea trasformandola in uno show davvero troppo autoriferito.

Pedrinelli predilige i cantautori, questo si capisce (ha scritto di Gaber, appunto) ma non disdegna la canzone più leggera (Ron, Claudio Baglioni) e nemmeno teme di sporcarsi le mani con il pop commerciale come ha fatto con i Pooh. E, insomma, con Enzo Jannacci è nel suo elemento e ci si trova bene.
Il libro che pubblica per Giunti si inserisce nella linea “tutte le canzoni” che potrebbe diventare una serie: dopo il fortunato esempio del mio “Libro Bianco dei Beatles” e l’imminente “Libro Nero dei Rolling Stones” sembra ragionevole allargare il campo d’azione anche ai protagonisti della canzone italiana.
Certo, è più difficile. Quando, con il curatore della collana “Bizarre” nella quale esce questo volume (Riccardo Bertoncelli) preparammo “Avant Pop”, un libro sulle canzoni del 1968 edito da Rizzoli, fu molto difficile e faticoso allestire delle schede esaustive delle canzoni italiane. La bibliografia consultabile è scarna e poco attendibile; Internet è una miniera di informazioni sì, ma vanno tutte verificate a scanso di sfondoni; e i testimoni della nascita, della registrazione e della pubblicazione delle canzoni italiane muoion come le mosche, oltre ad essere spesso difficilmente rintracciabili, a volte poco inclini a raccontare, frequentemente confusi nei ricordi (del resto, l’età si fa sentire).

Ecco, il primo pregio di Pedrinelli e del suo libro è che è andato a raccogliere le testimonianze di chi era presente e di chi ha fatto delle cose, rispetto alle 233 canzoni analizzate e schedate nel suo libro. Sicché – anche facendo la tara agli scherzi della memoria e alle postume rivendicazioni di meriti – la lettura di “Roba minima” beneficia dell’effetto “io c’ero”. E anche chi, come me, di Enzo Jannacci pensava di saperne abbastanza capisce che non si finisce mai di imparare, e che di cose da sapere ce n’erano molte di più. Il volume è ben organizzato, segue la cronologia discografica e (naturalmente) esamina anche dischi di difficile o pressoché impossibile reperibilità. Il che mi fa pensare che, forse, visto che i tempi son cambiati e lo streaming è diventato il principale modo di fruizione della musica, non sarebbe insensato realizzare prossimi volumi in accordo e partnership con qualche servizio di ascolto di musica; ad esempio, aggiungendo la possibilità per chi acquista il libro di ascoltare le canzoni di cui sta leggendo (e sarebbe un arricchimento inestimabile).
Pedrinelli scrive bene e ha uno stile – lo si nota da certe sue parole-chiave, come “faccenda” e “abbrivio”. Sa organizzare la materia, e fa bene a non appesantire le sue schede con divagazioni eccessive, rimandando invece a succosi capitoletti di approfondimento tematico su fondino grigio (avrei dovuto pensarci anch’io per il libro sulle canzoni dei Beatles, mi pento e mi dolgo di non averlo fatto). Pedrinelli ha anche, ed è ovvio, un suo giudizio critico su Jannacci. Ed è qui che, se posso permettermi, non condivido totalmente l’impostazione di “Roba minima”.

Ovvio che Pedrinelli stimi e apprezzi l’opera di Jannacci; meno ovvio, ma assai onesto intellettualmente - e traspare da quanto scrive - che l’apprezzamento non gli faccia velo quando si tratta di esprimere riserve su certe canzoni. Però, insomma, a dirla tutta, il mio punto di vista è che da opere del genere ogni considerazione critica andrebbe esclusa. Bisognerebbe raccontare le canzoni per quel che sono: come sono nate, come si sono sviluppate, come sono state registrate e pubblicate ed eventualmente riprese (e tutto questo Pedrinelli lo fa, e bene), e basta; l’autore dovrebbe fermarsi qui, senza spiegare al lettore perché quella canzone è bella o meno bella, o cosa presumibilmente l’autore-interprete intendeva esprimervi (oppure facendolo dire ad altri, se è il caso e se ce n’è l’occasione). E senza certi commenti a latere (vedi le ultime tre righe della scheda di “La mia morosa la va alla fonte”) che, secondo me, sono superflui, o quantomeno non aggiungono né tolgono niente all’interesse della lettura. Altrimenti il rischio è che un libro storico diventi un libro “a tesi”, il che è rispettabilissimo, certo, ma mi interessa poco, o punto.
Questo, almeno, è il mio pensiero, che non è necessariamente da condividere, ma che ci tenevo a farvi sapere, sennò queste recensioni che le scrivo a fare?
Dopodiché, saluto con grande soddisfazione la pubblicazione di “Roba minima (Mica tanto)” e mi auguro di poter leggere in futuro altri lavori così onesti e così faticati. Di Pedrinelli o di altri, non importa: la costruzione di una biblioteca storica sulla canzone italiana è ancora al primo ripiano del primo scaffale, c’è tanto posto libero.

(Franco Zanetti)

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