«CAVALCADE - Black Midi» la recensione di Rockol

Il secondo album dei Black Midi è una cavalcata rock che lascia senza fiato

La band inglese sperimenta e gioca con i suoni, sfondando nel free jazz e nel progressive.

Recensione del 01 giu 2021 a cura di Claudio Cabona

Voto 7/10

La recensione

È come una corsa senza sosta da 42 minuti consecutivi. Va affrontata dall’inizio alla fine, senza pause o frenate, solo così se ne capisce l’intensità. A due anni di distanza da “Schlagenheim” tornano sulle scene gli inglesi Black Midi con un secondo album intitolato “Cavalcade”: un progetto complesso con un’ambizione sperimentale che non sfocia in un semplice “suono libero” figlio di varie jam session, proprio come avveniva nel primo capitolo discografico, ma che si fonda su costruzioni calibrate e studiate nei minimi dettagli. C’è libertà, ma anche abnegazione, c’è voglia di rompere i limiti, ma anche profondo amore per la musica.

“Free jazz punk inglese”

Franco Battiato lo avrebbe chiamato “free jazz punk inglese”. Ed è così: proprio come i colleghi Squid, i Black Midi, partono dalle radici della scena post punk inglese dei blasonati Idles e Fontaines DC, basta ascoltare “John L” per capirlo, per poi sfociare in uno stile personale in cui convivono free jazz e rock progressivo, richiami evidenti in pezzi come “Chondromalacia Patella” e “Slow”. Con Matt Kwasniewski-Kelvin lontano dal gruppo per motivi di salute, i restanti Black Midi, cioè Geordie Greep, Cameron Picton e Morgan Simpson, hanno reso ancora più schizofrenico il loro suono, coadiuvati dal sassofonista Kaidi Akinnibi e dal tastierista Seth Evans. Non è un caso che la band venga fatta rientrare nel “math rock” britannico: un genere musicale derivato dal rock sperimentale, emerso verso la fine degli anni ottanta. È caratterizzato da una struttura ritmica complessa e insolita, sonorità fuori dagli schemi del rock tradizionale, da accordi dissonanti e da una grande sperimentazione tecnica.

“Cavalcade” è un progetto coraggioso, non semplice all’ascolto, ma che un amante della musica più densa saprà apprezzare al meglio. Sono un pugno di canzoni spiazzanti e mai accomodanti, ma ricche di sfumature. Fiati, archi e chitarre si fondono in modo quasi folle in “Hogwash and Balderdash” e “Ascending Forth”, un pezzo da quasi dieci minuti, regalando all’ascoltare la sensazione di spaesamento in un caos sonoro lavorato nel dettaglio.

I personaggi delle canzoni

Registrato sotto la guida di John “Spud” Murphy, il disco è immaginato come lo scorrere di vari personaggi, da un leader di un culto decaduto a un antico cadavere ritrovato in una miniera di diamanti, alla leggendaria cantante di cabaret Marlene Dietrich: “Quando ascolti – spiega il gruppo - puoi immaginarti tutti i personaggi effettuare una sorta di cavalcata. Ognuno racconta la propria storia e al termine di ogni traccia ti sorpassa, sostituito dal successivo. Volevamo un ritmo naturale e aperto, combinato con suoni in grado di rompere la quarta dimensione. Hai presente quando su un disco senti lo stridore del nastro, quelle cose che ti fanno capire che stai ascoltando una registrazione? In molti album o ascolti un suono straordinario o pieno di effetti folli. E abbiamo pensato: perché non realizzare un progetto che combini i due elementi?”.

TRACKLIST

01. John L (05:13)
02. Marlene Dietrich (02:53)
03. Chondromalacia Patella (04:49)
04. Slow (05:37)
05. Diamond Stuff (06:20)
06. Dethroned (05:02)
07. Hogwash and Balderdash (02:32)
08. Ascending Forth (09:53)
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