«SEMPLICE - Motta» la recensione di Rockol

Motta, un album tutt’altro che “semplice”

Il cantautore, con il suo terzo disco, attraverso un suono stratificato, fra riferimenti a De Gregori, Tenco e ai Velvet Underground, traccia una strada in cui celebra una nuova libertà espressiva.

Recensione del 05 mag 2021 a cura di Claudio Cabona

Voto 7,5/10

La recensione

Canzoni che fluttuano, ma allo stesso tempo incisive, scolpite nel suono. Francesco Motta, dopo due album di spessore che hanno raccolto due Targhe Tenco, si affaccia su questa terza fatica, “Semplice”, in modo nuovo. Lo fa ricercando un’evoluzione nella musica e nella voce, recuperando una spontaneità che mette al centro l’essenzialità dell’esistenza.

“A te”, in apertura, ricorda per atmosfere un brano dei Velvet underground e si percepisce subito la cura degli arrangiamenti, in cui spiccano gli archi, uno dei tratti distintivi del progetto. “A me che ormai non me ne frega quasi niente”, canta Motta, palesando subito la sua voglia di crescere, umanamente e artisticamente, e di prendere le distanze dal mondo esterno, che potrebbe condizionarlo.

Un suono stratificato

L’album, benché sul fronte testuale metta al centro i sentimenti in modo schietto e diretto, è tutt’altro che semplice: il suono è stratificato con protagonisti gli archi curati da Carmine Iuvone. Violini, viola e violoncello non si limitano ad aprire melodie, ma si muovono anche come un tornado in un disco energico, in bilico fra cantautorato puro e rock, in cui non mancano anche chitarre e punte di psichedelia come nel brano di chiusura “Quando guardiamo una rosa”, scritta con Dario Brunori. Il finale elettronico-percussivo è una sorta di rito liberatorio.

Prodotto dallo stesso Motta nel suo studio romano con il supporto di Taketo Gohara, che aveva partecipato anche alla produzione di “Vivere o morire”, l’album rispecchia la volontà di avvicinare sound e arrangiamenti alla dimensione live intesa come fondante, un proposito messo in chiaro anche dal video “E poi finisco per amarti”.

I riferimenti sono tanti, fra questi Radiohead, Lou Reed, The Cure e Francesco De Gregori, percepibile in “Qualcosa di normale”: è stato proprio il cantautore romano a consigliare a Motta un duetto femminile. La scelta dell’artista è poi ricaduta sulla sorella, Alice. C’è anche Luigi Tenco fra le fonti di ispirazione, per le liriche di “L’estate d’autunno” ha preso spunto dalla sua “Una brava ragazza”. Non mancano pezzi vibranti come “Quello che non so di te”, ideali per una dimensione live, e canzoni che squarciano, un raggio di sole fra le nubi, come “Dall’altra parte del tempo” fino ad arrivare alle atmosfere eteree di “Le regole del gioco”.

La squadra

La band che lo ha affiancato nelle registrazioni è di altissimo livello, capace di creare ottimi arrangiamenti: Giorgio Maria Condemi (chitarra), Matteo Scannicchio (tastiere), Cesare Petulicchio (batteria, già nei Bud Spencer Blues Explosion), il percussionista brasiliano Mauro Refosco, già negli Atoms for Peace di Thom Yorke e al lavoro con David Byrne e Red Hot Chili Peppers, e il bassista Bobby Wooten, tra i protagonisti del tour “American Utopia” dello stesso Byrne. Quest’ultimi hanno lavorato da remoto da New York.

Semplice come la paura di conoscersi

Nel brano che regala il titolo al progetto c’è una frase chiave per capire il significato che avvolge l’album: “Semplice come la paura di conoscere me stesso”.

Motta fa un passo indietro, scompare dalla copertina del disco, non ricerca una precisa lucidità compositiva come in passato, ma lascia che le canzoni si muovano libere e dirette. E lo fa soprattutto per conoscere una nuova parte di sé, quella che oggi sente essere importante, composta da cose semplici, ma mai banali. Scava, fra amore e inquietudini, dentro il profondo. E lo fa con parole e testi mai esagerati, lunghi o complicati, ma carichi di verità personali. Il disco, in definitiva, come un percorso conoscitivo, richiede più ascolti, in certi frangenti è spiazzante, in altri mostra Motta sotto una nuova luce che, viaggiando fra passato e presente, in realtà sta disegnando già il suo futuro.

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