«GENERATIONS - Will Butler» la recensione di Rockol

Il blues esistenziale dei quartieri alti di Will Butler

Complesso, ma non schizofrenico. Elegante e colto, ma non snob. 'Generations' assomiglia terribilmente a chi l'ha registrato

Recensione del 01 ott 2020 a cura di Davide Poliani

Voto 8/10

La recensione

Avere un grande bagaglio tecnico e culturale può essere un problema, se non si è capaci di governarlo. Will Butler si era segnalato come musicista molto dotato già dai tempi di "Funeral": eclettico, curioso, dotato di grande gusto e ispirazione, insieme al fratello Win - negli Arcade Fire - ha sempre avuto il limite, e allo stesso tempo il vantaggio, di mettersi al servizio di un progetto corale, dove le teste pensanti erano (e sono) tante e i pesi sono ben distribuiti. Le briglie sciolte, per artisti così, sono da sempre un pericolo, perché passare dal collettivo alla libertà completa, talvolta, può dare alla testa. "Policy", il suo debutto in proprio del 2015 - seguito dallo spin-off "Friday Night", l'anno successivo - per come è stato registrato (di corsa, in una pausa del tour di "Reflektor") e per i presupposti con i quali è stato registrato (i riferimenti alla tradizione americana), non poteva essere considerato un vero e proprio precedente. Almeno, non in questo caso.

Eppure "Generations", musicalmente parlando, riesce a mettere in ordine tutte le (tante) tessere del mosaico immaginato da Butler con rigore e sobrietà. E, soprattutto, con gusto. Perché il registro, lui, lo mette in chiaro senza fare complimenti, passando dai richiami gospel / soul di "Surrender" all'electro tendente al minimalismo di "Hard Times" e "I Don’t Know What I Don’t Know", dal synth pop di "Anna" a "Close My Eyes", ballata che nella sua semplicità va dritta al segno. La new wave di "Bethlehem" e il pop - sbilenco, ma tutto sommato convenzionale - di "Not Gonna Die" e i synth alla Carpenter di "Outta Here": Butler, con il suo secondo disco, aveva in testa una destinazione ben precisa ma anche molte strade per raggiungerla, e ha scelto di farci fare un giro panoramico, non un tour de force. Noi passeggeri non possiamo che ringraziarlo: "Generations" poteva diventare una carrellata di esercizi di stile, una sequenza di cliché impacchettati da mani esperte. Invece sorprende, incusiosisce, e appassiona.

Ed è attuale. Estremamente attuale. Il filo rosso che lega i dieci testi dell'album è la condizione di chi l'ha scritto e registrato. Butler avrà quarant'anni nel 2023, vive a New York, è bianco e di buona famiglia, ha studiato ad Harvard e a fine mese, lui, sua moglie e i suoi figli, ci arrivano comodi. Vive negli Stati Uniti del 2020, quelli dilaniati dalle tensioni sociali, razziali e ambientali, martoriati da un'economia logorata dalla pandemia. Ne è cosciente, e di conseguenza introietta il dramma a livello personale, con il corollario di sensi di colpa e domande destinate a restare senza risposta del caso. "I was born rich / Three-quarters Protestant / Connections at Harvard, and a wonderful work ethic, but...", canta Butler in "Fine", la traccia conclusiva che tira le fila del discorso iniziato con i versi di "Outta Here" "Had enough of bad news / Had enough of your generation / Got enough things on my plate / Without you talking about my salvation". Sono problemi che negli USA, e non solo lì, si stanno ponendo un po' tutti. Almeno, tutti quelli che possono permettersi di porseli.

TRACKLIST

01. Outta Here (04:44)
02. Bethlehem (03:31)
03. Close My Eyes (04:30)
05. Surrender (03:49)
06. Hide It Away (03:46)
07. Hard Times (03:53)
08. Promised (04:25)
09. Not Gonna Die (05:07)
10. Fine (06:50)
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