«WHOOSH! - Deep Purple» la recensione di Rockol

"Whoosh!", il sibilo del tempo secondo i Deep Purple

Per la veterana formazione britannica è arrivato il momento di fare i conti con un presente complicato e preoccupante, consapevoli che del futuro non c'è certezza

Recensione del 06 ago 2020 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Ancora una volta è il tempo a raccontare il presente dei Deep Purple. All’indomani del precedente “Infinite”, nel 2017, erano stati gli stessi componenti della leggendaria rock band britannica a far intendere che quella poteva essere con buona probabilità la loro ultima uscita, ben consapevoli che l’età ormai iniziava a farsi sentire con una certa insistenza. Eppure, tre anni dopo, arriva quasi inaspettato un nuovo capitolo discografico di un’avventura cominciata oltre cinquant’anni fa, che richiama fin dal nome quel senso di inafferrabile transitorietà al quale si connette: “Whoosh!”, ovvero il sibilo di un vento capace di spazzare via i ricordi, ma anche di sedimentarli nella memoria.

Assecondando un impulso di rilassata creatività, il quintetto, stabile nella formazione composta da Ian Gillan, Roger Glover, Ian Paice, Steve Morse e Don Airey, ha dato forma ai dubbi che accompagnano quest'epoca bizzarra, con lo sguardo di chi di acqua sotto i ponti ne ha vista scorrere davvero moltissima. Senza alcun tipo di retorica, il gruppo si chiede cosa ne sarà del nostro domani, tra le mille incertezze di una quotidianità, mai come ora, sempre più complicata. Affrontando, tra questioni sociali e ambientali, il tema della precarietà del passaggio dell’uomo sul pianeta Terra, i Deep Purple si confermano musicisti dotati di una tenacia - e di una passione - pressoché inesauribile. In “Whoosh!” non mancano quindi suggestioni lisergiche, incursioni progressive, tocchi di elettronica e anche una certa venatura dark, mostrando una composita solidità hard rock fatta di vecchie e nuove intuizioni.

Se in “What the what” la band sembra omaggiare Little Richard e con lui una generazione di pionieri musicali che hanno ispirato gli stessi Deep Purple, nei passaggi di “No need to shout”, “Drop the weapon” o “Man alive” ecco riprendere una traiettoria che rievoca sì i vecchi fasti, ma che cerca di smarcarsi dalla semplice auto-celebrazione, sperimentando liberamente una sana creatività che sposta in parte il baricentro di un sound cristallizzato da mezzo secolo di (quasi) ininterrotta attività. Non giocano affatto a fare gli eterni ragazzini, quanto piuttosto, nella loro ritrovata armonia compositiva i cinque riescono a trasmettere una carica e un’energia dura a esaurirsi. I vocalizzi esagerati ormai sono fuori portata per Ian Gillan, ma il cantante, all’alba delle sue settantacinque primavere, non sente troppo il bisogno di guardarsi indietro, portando, pur con un’estensione ridotta, un’inedita profondità in brani dai toni fumosi come “Step by step” e “The power of the moon”, così come un bisogno di intimismo trasmesso nelle liriche del roccioso singolo “Throw my bones”. Ancora, Don Airey e Steve Morse si confermano autori capaci di tecnica e dinamismo da fuoriclasse, benché non certo degli avanguardisti, alternando con intrecci di organi Hammond e chitarre elettriche atmosfere rarefatte a una struttura decisamente più sostenuta, come pure a un certo piacere per il funambolismo barocco espresso in “Nothing at all”. In ultimo, in scaletta compare anche una nuova versione dello strumentale in salsa funky “And the address”, composto nel lontano 1968 per il debutto “Shades Of Deep Purple” dal tastierista Jon Lord e dal chitarrista Ritchie Blackmore: una presenza che omaggia il talento di due personaggi che hanno contribuito a consegnare i Deep Purple direttamente al mito e che, di fatto, crea un corto circuito temporale tra il passato e il presente della band.

È innegabile che “Whoosh!” pur non essendo portatore di eccezionali innovazioni - e non potrebbe essere altrimenti, vista la storia e il peso del nome che si porta dietro - sia per i vecchi Deep Purple una prova tanto di resistenza quanto di credibilità. I decibel impazziti e gli inni stellari sono da ricercarsi con più coerenza altrove, mentre al nuovo album spetta il compito, insieme ingrato e coraggioso, di mostrare un cuore desideroso di andare avanti per sempre, nonostante tutto. Avviati senza troppe possibilità di appello verso la fase finale della loro carriera, questi navigati musicisti hanno deciso dunque di fare i conti proprio con quel tempo che sembra correre a una velocità troppo elevata per stargli dietro. Raggiungendolo per un soffio.

TRACKLIST

01. Throw My Bones (03:39)
02. Drop The Weapon (04:23)
04. Nothing At All (04:43)
05. No Need To Shout (03:31)
06. Step By Step (03:34)
07. What The What (03:33)
08. The Long Way Round (05:40)
10. Remission Possible (01:39)
11. Man Alive (05:36)
12. And The Address (03:35)
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