«KIWANUKA - Michael Kiwanuka» la recensione di Rockol

KIWANUKA: il capolavoro identitario di Michael Kiwanuka

Giunto al terzo disco Michael Kiwanuka compone il suo lavoro più completo, maturo e sincero. Grazie alla sua abilità compositiva, alla sua voce e al pregevole lavoro produttivo di Danger Mouse e Inflo.

Recensione del 04 nov 2019 a cura di Michele Boroni

La recensione

Se è vero che tre è il numero perfetto, il terzo disco di Michael Kiwanuka è il disco della compiutezza che rafforza la sua identità artistica (ma anche di uomo). Per chi non conoscesse la sua storia, Kiwanuka – cresciuto nel nord di Londra, figlio di genitori ugandesi – ha esordito nel 2012 con il pesante fardello di next big thing, segnalato come nome di punta della BBC Sound of, lista del network britannico in cui si segnalano i nuovi talenti. “Home again” era quindi un buon disco tra il folk e il soul, ma Michael Kiwanuka si dimostrava qui un talento ancora un po' acerbo, con un'identità ancora non ben definita.

Il successivo “Love & Hate” del 2016 era decisamente un disco importante e maestoso grazie alla produzione magniloquente di Danger Mouse e Inflo con imponenti orchestrazioni alla Van Morrison, echi floydiani e la sua solida voce sicura e soul stile Bill Withers. Un disco che ha convinto sia critica e pubblico – grazie anche al singolo "Cold little heart", sigla della serie tv HBO “Big Little Lies” - ma che forse lo stava allontanando musicalmente dalla sua vera identità musicale black. Quando poi è uscito il singolo estivo sbarazzino “Money” insieme a Tom Misch, i fans hanno pensato che avesse perso la rotta. Poi però sono arrivati i primi singoli e infine questo KIWANUKA a rassicurare gli animi.

Questo è proprio un disco sulla conquista della propria identità, e lo dimostra fin dal titolo quel KIWANUKA scritto a caratteri cubitali (“I won't change my name / No  matter what they call me” canta nella intro di Hero) e dall'immagine di copertina. La canzone iniziale “You Ain’t The Problem" è un inno all'amore per sé stessi (“Get back in line / I can't deny myself”) sotto un irresistibile cocktail di influenze soul, funk e afrobeat, mentre nella successiva “Rolling” si sente chiara l'influenza della produzione di Danger Mouse e Inflo (la squadra è la stessa del precedente disco) in totale sintonia con Kiwanuka, tra Beck e Curtis Mayfield. In “I've been Dazed” ripercorre il suo percorso di perdita della propria identità (di uomo e di artista) ma con la forza di andare avanti. Ogni canzone meriterebbe una citazione: “Hero”, “Piano joint”, “Living in Denial” e “Light” sono degli instant classic che ci porteremo nella testa e nelle orecchie per parecchi anni per scrittura, forza interpretativa e confezionamento. Una menzione speciale va a “Hard to say goodbye” con orchestrazioni alla David Axelroad che ricordano le cose migliori del soul funk di Terry Callier e a “Hero” il cui testo dedicato all’attivista americano Fred Hampton ucciso dalla polizia nel 1969.

KIWANUKA è uno dei dischi più belli e intensi di quest'anno, sinceramente artigianale e folk - ma a suo modo anche profondamente pop, grazie a un Danger Mouse mai così centrato - che eleva Michael Kiwanuka, uomo contemporaneo umile e modesto, a pari livello di grandi del passato come Gil Scott-Heron, Bobby Womack e Otis Redding.

 

TRACKLIST

02. Rolling (02:51)
03. I've Been Dazed (04:25)
07. Living In Denial (03:31)
08. Hero - Intro (01:20)
09. Hero (03:19)
11. Final Days (04:10)
13. Solid Ground (03:53)
14. Light (05:48)
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