«GHOSTEEN - Nick Cave» la recensione di Rockol

Nick Cave affronta (ancora) i suoi demoni e fantasmi in "Ghosteen"

Il nuovo album: continua l'elaborazione del lutto per la perdita del figlio iniziata con "Skeleton tree", con una lunga e minimale elegia, in cui i Bad Seeds giocano per sottrazione

Recensione del 04 ott 2019 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

La cosa più fenomenale e potente che ha fatto Nick Cave negli ultimi tempi sono i "Red hand files", un dialogo con i suoi fan su un sito apposito e una newsletter, in cui affronta qualsiasi domanda, dalla musica alla filosofia alla vita privata, sempre in maniera originale e disarmante. 
Non è un caso che Cave abbia scelto i Red Hand Files per annunciare a sorpresa questo disco: non c'erano informazioni sulla sua esistenza, se non qualche generica notizia sul fatto che aveva scritto canzoni nuove.  Cave sembrava impegnato nel tour "solo" - basato anche quello sulle domande del pubblico -  i concerti orchestrali con Warren Ellis. Poi l'annuncio. Qualcuno ha pensato ad uno scherzo, vista la copertina bucolica, e un po' kitsch, lontana mille miglia da "Skeleton tree". E invece, eccolo qua, il nuovo disco con i Bad Seeds: nessun singolo, nessuna anticipazione, se non una frase rivelatoria: "Le canzoni del primo album sono i bambini. Le canzoni del secondo album sono i genitori. Ghosteen è uno spirito migrante". Il "Ragazzo fantasma" ha avuto solo un'anteprima su YouTube un'ora prima dell'uscita sulle piattaforme digitali. 

Per comprendere queste canzoni in profondità ci vuole tempo, è un disco da ascoltare (e da studiare) con calma e attenzione. Ma fin da subito ci sono parole e melodie ti restano attaccate. Le parole che mi tornano in mente di più non sono solo quelle delle canzoni, sono quelle scritte sui Red Hand Files e diffuse tra l'annuncio del disco e la sua pubblicazione. "Come facciamo a dire addio"?, gli chiede un fan. Cave risponde: "Molti dei miei rimpianti girano attorno alla mia passata incapacità di dire addio: per molti anni il mio metodo era tagliare i ponti, scappare, e non guardarmi indietro. (...) La fuga sembrava una forza creativa e motivazionale, ma era senza nessun tipo di riflessione anche se non aveva l'impedimento del rimpianto. Pensavo che se mi fossi fermato quel canre rabbioso del caos mi avrebbe mangiato vivo. Ci ho messo anni prima di affrontare il mostro immaginato del mio passato. E quando finalmente mi sono guardato indietro, ho capito che molte delle mie antiche ferite si sarebbe guarite con un sentito addio".

E così eccoci al secondo capitolo del più doloroso addio di Nick Cave: "Skeleton tree" parlava del dolore della perdita del figlio adolescente, scomparso nel 2015, ma in maniera più laterale, anche perché diverse canzoni erano state scritte prima; la perdita, più che nella musica, era affrontata nel film ad esso collegato “One more time with feeling”.
“Ghosteen” affronta un dolore inimmaginabile in maniera più diretta, fin dal titolo, dal racconto neanche troppo metaforico costruito attorno alla figura del ragazzo fantasma che torna, e a cui dire addio attrraverso le canzoni, e per poterlo contemporaneamente portare sempre con sé. 

Musicalmente, "Ghosteen" è un disco ancora più scarno di “Skeleton tree”: musiche rarefatte, niente batteria ed elementi ritmici quasi inesistenti, c’è decisamente più piano, ci sono molte tastiere a fare da tappeto. È sostanzialmente un album di ballate minimali: senti l’attacco di “Bright horses”, e per un attimo pensi ad “Into my arms”. Dimenticatevi la furia dei suoi concerti: qua c’è una diversa intensità, basata sulla sottrazione. È il compimento del percorso musicale iniziato con di “Skeleton tree”.

Buona parte dell’intensità arriva dai racconti e dalla ricerca: “Ghosteen” non è solo un album che parla dell’elaborazione del dolore. E’ un percorso di ricerca della pace interiore: si apre con la storia di Elvis in “The spinning song”, a dirci che la musica è la chiave per capire che “Peace will come”;  si chiude con la lunga “Hollywood”, che termina su una storia buddista di una madre che perde un figlio e rischia di impazzire, finché il Buddha non le fa capire che bisogna lasciar andare e dire addio, appunto: “Everybody's losing someone/It's a long way to find peace of mind, peace of mind/And I'm just waiting now, for my time to come/ And I'm just waiting now, for peace to come, for peace to come”.

“Ghosteen” è un disco che unisce due opposti: da un lato è straziante, dall’altro lato lascia un senso di pace, o almeno del senso della sua ricerca, anche nei momenti peggiori. Certo è che Nick Cave, con i Red Hand Files e con questo disco, si conferma come uno dei più grandi narratori e autori della cultura di questo tempo.

TRACKLIST

#1
01. Spinning Song (04:43)
02. Bright Horses (04:52)
03. Waiting for You (03:54)
04. Night Raid (05:07)
05. Sun Forest (06:46)
06. Galleon Ship (04:14)
07. Ghosteen Speaks (04:02)
08. Leviathan (04:47)

#2
01. Ghosteen (12:10)
02. Fireflies (03:23)
03. Hollywood (14:12)
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