«CLANDESTINO/BLOODY BORDER - LTD EDITION - Manu Chao» la recensione di Rockol

'Clandestino', vent'anni e non sentirli

Né instant classic né modello da clonare, ma un vero e proprio standard che ha portato la canzone politica nel pop - nel senso più lato possibile - del nuovo millennio

Recensione del 02 set 2019 a cura di Davide Poliani

La recensione

Non sono tanto i tre inediti a stupire nella riedizione celebrativa per il ventennale (in ritardo di un anno) del debutto da solista di Manu Chao. La nuova versione della hit "Clandestino" è piuttosto rispettosa dell'originale, con il solo intervento di Calypso Rose a spostare il baricentro musicale del brano, mentre "Roadies Rules" pare né più né meno quello che è, cioè una outtake (giustamente) esclusa dalla tracklist originale rielaborata ex post e tirata a lucido in vista della ripubblicazione: "Bloody Bloody Border" - scritta nel 2011, quindi a tredici anni dall'uscita di "Clandestino" - ha effettivamente la verve e la freschezza necessarie per dare un valore aggiunto alla nuova versione dell'album, ma, anche a volerla ascoltare in reverse, non aggiunge nulla alla scrittura, allo stile e alla poetica di Chao. Ed è proprio questo, il punto.

A stupire, risentendo il primo album registrato dal cantautore dopo la chiusura del capitolo scritto con i Mano Negra, è la straordinaria capacità di invecchiare bene, o - meglio ancora - di non invecchiare: benché "Clandestino", musicalmente parlando, abbia fissato degli standard mainstream talmente assodati da essere dati ormai per scontati - dai Negrita di "Rotolando verso sud" a la "La camisa negra" di Juanes, e di esempi se ne potrebbero fare mille altri - l'esordio solista di Chao non si porta sulle spalle il peso degli anni passati. Del resto, l'eredità della patchanka e del punk che hanno fatto da fondamenta alla carriera del gruppo di "Puta's Fever" e la sensibilità di Chao nel mescolare - non a casaccio, ma con metodica applicazione - sonorità e stili rappresentavano già all'epoca una formula troppo particolare e personale per diventare un filone, ma altrettanto inadatta a fare del disco un classico istantaneo. E questa, probabilmente, è stata la sua fortuna: silenziosamente e con discrezione, "Clandestino" ha venduto cinque milioni di copie, diventando una pietra miliare e uscendo dal ghetto riservato ad adepti di sonorità militanti e iniziati all'alternative.

Appunto: tra gli anni Novanta e l'inizio degli anni Duemila la canzone politica e socialmente impegnata non se la passava poi così male. L'ex leader dei Clash Joe Strummer nel 2001 pubblicava coi suoi Mescaleros "Global a Go-Go" (album tematicamente molto connesso a "Clandestino"), e i Rage Against the Machine, tra il '92 e il '99, riuscivano a piazzare la fortunata tripletta composta dall'eponimo debutto, "Evil Empire" e "The Battle of Los Angeles". Eppure nemmeno la band di Zack de la Rocha e Tom Morello, nonostante i 16 milioni di dischi venduti in tutto il mondo e il successo riscosso presso il pubblico di settore europeo, è riuscita ad avere lo stesso impatto sul pubblico generalista di casa nostra esercitato da Chao con la sua prima prova solista: mentre "Killing in the Name" e "Bulls on Parade" restavano appannaggio delle radio di settore e dei dj set nei rock club, "Clandestino" veniva sparata dagli speaker di stabilimenti balneari, centri commerciali e locali da happy hour, facendo canticchiare col sorriso "Sono una linea nel mare / un fantasma di città / La mia vita va proibita / Dice l'autorità" a un pubblico che, sul tema, molto probabilmente avrebbe potuto avere opinioni sensibilmente diverse. E questa - al netto della scarsa attenzione abitualmente prestata ai testi in ambito popular, ma evitiamo divagazioni - è la vera potenza dell'opera e dell'artista che l'ha scritta.

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