«KING'S MOUTH - Flaming Lips» la recensione di Rockol

"King’s mouth", la favola naïf dei Flaming Lips

C’era una volta un re: la band di Wayne Coyne racconta con l’aiuto di Mick Jones dei Clash una favola psichedelica piena di stupore e buone canzoni

Recensione del 01 ago 2019 a cura di Claudio Todesco

La recensione

C’era una volta un re con una testa talmente grande da contenere una galassia. C’erano una valanga da fermare a tutti costi, una città di sudditi devoti, un narratore speciale e l’accompagnamento musicale di un gruppo di coloratissimo pop psichedelico. C’era insomma “King’s mouth”, il concept dei Flaming Lips che a dispetto della trama bizzarra è una favola psichedelica piuttosto semplice che mostra il lato piacevolmente naïf del gruppo che in passato si è misurato con progetti ben più strani e complessi.

Già pubblicato in edizione limitata su vinile per il Record Store Day 2019 e ora disponibile ovunque, “King’s mouth” nasce da un’installazione artistica – è stato annunciato anche un libro illustrato intitolato “King’s mouth: Immerse heap trip fantasy experience” – che riproduce la testa gigante del re. Quest’ultimo è il protagonista della storia raccontata dalle brevi narrazioni di Mick Jones dei Clash e soprattutto dalle canzoni morbide e colorate dei Lips, piene di sentori psichedelici, ammiccamenti pop e stupori infantili.

“The sparrow” stabilisce il tono dell’album. Che è sì freak e favolistico, ma anche malinconico: la regina muore dando alla luce il figlio e futuro re. Un’ombra è gettata sul resto della storia. Il ragazzo cresce in grandezza, a dismisura, pieno di gioia di vita e col pensiero della morte, mentre la band produce suoni-giocattolo e Wayne Coyne intona una nenia psichedelica (“Giant baby”). Melodie dei sintetizzatori s’impiantano su accordi di chitarra acustica e beat elettronici, intermezzi strumentali cupi annunciano filastrocche, coretti anni ’60 s’abbinano a squarci di psichedelia.

E poi, una sera, come racconta una minacciosa micro-sinfonia elettrica, lo spazio, l’aurora boreale e i “grandi temporali del sud” entrano magicamente nella testa del re (“Electric fire”) che usa la sua mole per fermare una valanga che minaccia il villaggio (“All for the life of the city”). Il re muore, ma la testa che ancora contiene mondi è preservata dalla neve. Gli abitanti del villaggio la tagliano dal corpo (“Feedaloodum beedle dot”) e la coprono con una colata d’acciaio, con la bocca ancora spalancata impegnata in un urlo estremo prima della morte o forse in una risata infinita (“Dipped in steel”). E così, sebbene morto, il re diventa promemoria di generosità e pulsione di vita (“Mouth of the king”).

Pur non contenendo canzoni memorabili, ma buone intuizioni corredate da grandi e piccoli effetti sonori, i 41 minuti di “King’s mouth” sono un piccolo trip in cui ci s’immerge con piacere. È possibile ascoltarlo senza leggere i testi e seguire la narrazione degli eventi che sono messi in fila con grande semplicità, uno dopo l’altro, come raramente accade nei concept. L’aspetto favolistico emerge ugualmente dalle musiche piene di tocchi descrittivi e dall’atmosfera a metà fra la celebrazione gioiosa e la contemplazione malinconica, fra aperture melodiche e pulsioni digitali scure.

“King’s mouth” parla volutamente un linguaggio diretto e bambino. Ed è proprio ai bambini che si rivolge il narratore nella canzone finale “How can a head”, un abbraccio cosmico che vorrebbe contenere tutto, la vita e la morte, con la voce di Coyne che cerca le note più alte, la musica che s’intensifica, un tema di tastiera che s’innalza in modo suggestivo. In fin dei conti, questo dice “King’s mouth”. Dice che la vita è una cosa meravigliosa perché tutto contiene, la gioia e il dolore.

TRACKLIST
We Don’t Know How And We Don’t Know Why
The Sparrow
Giant Baby
Mother Universe
How Many Times?
Electric Fire
All For The Life Of The City
Feedaloodum Beedle Dot
Funeral Parade
Dipped In Steel
Mouth Of The King
How Can A Head

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