Recensioni / 01 feb 2019

Tre Allegri Ragazzi Morti - SINDACATO DEI SOGNI - la recensione

Il "Sindacato dei sogni" dei Tre Allegri Ragazzi Morti

In un periodo di pop nostalgico e trap, un disco dei TARM è una certezza.

Voto Rockol: 4.0 / 5
SINDACATO DEI SOGNI
La Tempesta Dischi (Digital Media)

di Daniela Calvi

Tornano i Tre Allegri Ragazzi Morti e lo fanno con un disco che ha niente e tutto in comune con i lavori precedenti. Cambiano gli arrangiamenti e lo stile musicale, che strizza l’occhio a sonorità più rock anni Settanta e al garage, ma non cambiano le ambientazioni e l’immaginario fantastico di un mondo alla rovescia tipico della band. “Sindacato dei sogni”, titolo omaggio ai Dream Syndicate (che a loro volta omaggiarono i Velvet Underground= è un album da ascoltare e riascoltare, così che brani all’apparenza lontani dal genere bacini e rock’n roll trovino l’armonia perfetta con canzoni più vicine allo stile classico del power trio di Pordenone. 

Il disco - registrato dall’ex Mojomatics Matt Bordin nel suo Outside Inside Studio di Montello (TV) -  si apre con “Caramella” e “Calamita”, due dei tre singoli estratti dall’album. La prima, un noise psichedelico con un bel crescendo, vede la partecipazione di Nicola Manzan (Bologna Violenta), mentre la seconda, dal ritmo incalzante e immediato, è dedicata alla città di Pordenone (la frase “Operai del Ghana che da una settimana li hanno mandati a casa, ma dimmi quale casa” è un riferimento alla popolazione ghanese che nella provincia friulana trova la massima concentrazione).

“C’era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno” è invece un brano che esce un po’ dal registro classico dei Tre Allegri, con il sassofono di Francesco Bearzatti che la fa da padrone e richiami agli Smiths. Nel brano, come in tutto il disco, è importante l’impiego delle chitarre e l’uso dei sintetizzatori così come la voglia di ritorno alle origini, non solo della band, ma anche personali. Toffolo e compagni si lasciano infatti ispirare dalla loro giovinezza provinciale in una Pordenone underground (dove non c’era nessuno che somigliasse a loro, appunto) influenzata da movimenti artistici di fine anni Settanta come il Gran Complotto. Da qui sono uscite infatti realtà musicali - per di più rimaste locali - come gli Andy Warhol Banana Technicolor (i preferiti di Toffolo), i Tampax, i Mess (ascoltatevi la loro “Paraguay” sul genere Violent Femmes) e i Futuritmi con nell’organico l’allora diciottenne Toffolo e Gian Maria Accusani (Prozac+, Sick Tamburo).

“AAA Cercasi” è un brano corale e ripetitivo dalla perfetta cadenza melodica e accattivate che avvicina l’ascoltatore a un altro brano fuori misura, “Accovacciata gigante” - altro pezzo ispirato a Great Complotto -, che vede la collaborazione al testo di Mattia Cominotto (Meganoidi) e rimane già dopo i primissimi ascolti una bomba sonora meravigliosa con una vena poetica e romantica e un’altra più cruda, viscerale e psichedelica.
Arriva subito dopo “Bengala”, una boccata d’aria fresca in puro stile TARM, bella, facile, che già te la canti dopo averla sentita una sola volta ma capace comunque di stupire grazie agli arrangiamenti e agli archi di Davide Rossi che caratterizzano tutto il brano (archi così ben riusciti da essere protagonisti della bonus track “Con i bengala in cielo”). “Mi capirai solo da morto” arriva come fosse un mantra, come fosse l’inno di una tribù da cantare, ripetere e ballare ed è perfetto lo stacco con la successiva “Difendere i mostri dalle persone” scritta sempre da Cominotto ma in perfetta sintonia con il sound dei Tre Allegri.La parte finale del disco è lasciata a due brani potenti sia per intenzione sia per il loro sound. “Non ci provare”  (“a mettermi in catene”) e “Una ceramica italiana persa in California” - dodici minuti di elettro funk dal sapore poliziesco - mettono il punto a momenti ironici e innamorati con una fermezza improvvisa, come a dire “siamo quel che siamo, non chiedeteci di essere un’altra cosa, siamo una rarità made in Italy, se non ci volete lasciateci in pace”. 

In conclusione avere tra le mani il nuovo, ben riuscito album dei Tre Allegri Ragazzi Morti, è una consolazione vera e propria. Lo è in un periodo di rivoluzione musicale come quello che stiamo attraversando, dove trap e pop nostalgico all’italiana stanno - in alcuni casi anche con merito - mettendo in ginocchio una grande fetta di artisti nostrani. Si salvano in pochi, e quei pochi sono cantautori di spessore o band consolidate e con alle spalle anni di gavetta prima e carriera poi, e quasi tutti, lo dico con orgoglio, provenienti dalla scena indie. 

Una frase su tutte chiude bene il disco: “Io amo te, fai pure quel che vuoi che a me va bene”, parole che sarebbe buona cosa rivolgere direttamente ai Tarm. Perché non solo “ancora fanno dischi i Tre Allegri”, ma li fanno anche bene, li fanno a prescindere, li fanno perché gli piace, li fanno perché hanno qualcosa da dire, ed è per questo e molto altro che continueranno a fare la musica che vogliono, al di là delle mode, con la consapevolezza che l’hype musicale cambia e sposta masse, certo, ma dopo oltre vent’anni di carriera in cui non si è mai sbagliato un disco, un gruppo come il loro può permettersi anche di tirare il freno a mano e cambiare direzione all’improvviso, tornare alle origini e stare a guardare il resto del mondo dallo specchietto retrovisore. 

TRACKLIST

01. Caramella - (04:06)
02. Calamita - (03:22)
03. C'era un ragazzo che come me non assomigliava a nessuno - (04:36)
04. AAA Cercasi - (04:09)
05. Accovacciata gigante - (05:24)
06. Bengala - (03:39)
07. Mi capirai (solo da morto) - (05:12)
08. Difendere i mostri dalle persone - (03:36)
09. Non ci provare - (03:00)
10. Una ceramica italiana persa in California - (12:03)