GALLIPOLI

Bb (4 a D ) (CD)

Voto Rockol: 3.0 / 5
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di Daria Croce

Beirut e Gallipoli potrebbero essere due personaggi de “La casa di carta”, insieme a Berlino, Tokyo, Nairobi, Mosca, Helsinki.
Molto probabilmente il copione li vorrebbe solari, bizzarri e, come cantava De Gregori, con “un principio di tristezza in fondo all’anima”.
Questo perché “Gallipoli”, quinto album in studio dei Beirut, ha un’anima molto simile che, a sua volta, rispecchia quella del gruppo e del suo fondatore, Zach Condon.

La band americana, nel tempo, ha saputo creare uno stile che abbraccia l’indie rock e la world music, mescolando elementi che vanno dal folk più classico alla musica balcanica.
“Gallipoli” non fa eccezione, a partire dagli strumenti con cui è stato registrato. Come racconta Condon sul sito del gruppo, a proposito della nascita del disco: “è stato concepito, nella mia mente, quando finalmente sono riuscito a portare il mio vecchio organo Farfisa a New York, dalla casa di Santa Fe dei miei genitori. Acquistai l’organo con il mio primo lavoro al Center of Contemporay Arts, il teatro del posto che proiettava film stranieri e faceva da galleria per le esposizioni. L’organista di un circo itinerante (non è uno scherzo) lo aveva lasciato nel magazzino, dato che certe parti dello strumento si erano rotte e non funzionava più. Quasi tutto il primo disco (“Gulag Orkestar” del 2006) e gran parte del secondo (“The Flying Club Cup” del 2007) sono stati scritti su quell’organo [...] e, proprio su quello strumento, ho iniziato a comporre le prime canzoni di ‘Gallipoli’, verso la fine del 2016”.

Registrato in gran parte in Puglia, presso il Sudestudio, e terminato a Berlino, in questo quinto album dei Beirut si respira l’atmosfera di una fotografia vintage. Ci si ritrova in una giornata al mare, come nelle diapositive tendenti all’ocra di qualche tempo fa.
L’immagine è calda e mista a un velo di malinconia che, però, non sfocia mai in tristezza. Le tinte cupe sono bandite da questo album dalle sonorità stravaganti e gioiose che oscillano tra il minimalismo e la ricchezza della strumentazione.
Tastiere, fiati e ukulele si fondono con i sintetizzatori, nel brano di apertura ("When I Die") come nella title track, nell’organo ostinato di “Landslide” e negli elementi ripetitivi che danno la cadenza a "Family Curse".

“Gallipoli” non è certamente un disco di rottura: i Beirut hanno mantenuto il loro stile, ma hanno saputo affinarlo ulteriormente, mostrandosi più maturi rispetto ai lavori precedenti.
Zach Condon e compagni hanno confezionato 12 brani che alleviano la fatica dell’inverno e ci proiettano direttamente sulle spiagge assolate del Salento.

TRACKLIST

01. When I Die - (03:16)
02. Gallipoli - (04:06)
03. Varieties of Exile - (05:27)
04. On Mainau Island - (02:13)
05. I Giardini - (03:43)
06. Gauze für Zah - (06:04)
07. Corfu - (02:35)
08. Landslide - (03:30)
09. Family Curse - (03:23)
10. Light in the Atoll - (03:59)
11. We Never Lived Here - (04:12)
12. Fin - (02:03)