Recensioni / 05 feb 2019

Sharon Van Etten - REMIND ME TOMORROW - la recensione

Voto Rockol: 3.5 / 5
Recensione di Francesco Locane
REMIND ME TOMORROW
Jagjaguwar (Digital Media)

“Remind Me Tomorrow” è stato salutato come l'inizio del nuovo corso di Sharon Van Etten: per averne la conferma bisognerà aspettare quanto meno il prossimo lavoro, ma di certo il successore di “Are We There” (2014) vede la musicista statunitense abitare contesti produttivi e sonori per lei inediti. Se ne prende carico uno dei produttori chiave degli ultimi anni, John Congleton, un trasformista (la sua firma appare in lavori lontanissimi tra loro, come possono esserlo quelli di Erykah Badu e Marilyn Manson.) che ha considerato questo non solo come un disco di svolta, ma come una vera e propria sfida. Basato su demo al pianoforte, e non più germinato da appunti per chitarra, il quinto album di Sharon Van Etten nasce oltretutto in un periodo complesso per la sua autrice, che vive non solo la fine di una storia d'amore, l'inizio di un'altra e l'arrivo del suo primo figlio, ma anche la ripresa degli studi universitari e il debutto sul set (in OA e nel nuovo Twin Peaks). 

Questo (per lo più) gioioso turbinio, che ha un correlativo oggettivo perfetto nella stanza raffigurata in copertina, si riflette nelle tracce di un disco nettamente orientato alle tastiere più che agli strumenti a corda, caratterizzato da produzioni dense e decise, che tendono a riempire, e a volte saturare, lo spettro sonoro. Ci sono le dovute eccezioni, come per esempio le canzoni di apertura (“I Told You Everything”) e chiusura (“Stay”): le loro forme, i loro spazi ed equilibri richiamano più di altre la “vecchia” Sharon Van Etten, che tingeva di vaghi richiami country una scrittura ariosa e confessionale, sinonimo del songwriting alternativo più interessante del terzo millennio.

Qui l'urgenza comunicativa passa dagli inquieti tappeti sintetici di “Memorial Day” all'imponenza massiccia di “Comeback Kid”, e sono i synth a farla da padrone: una canzone, “Jupiter 4”, prende addirittura il titolo da uno storico modello analogico Roland uscito a cavallo tra fine '70 e primi '80. Ecco, questo periodo storico è un riferimento importante per l'album: frammenti di Suicide, Bauhaus e Cure si accompagnano a spunti trip-hop e deviazioni no wave, mentre la cantautrice immerge la sua voce in echi e multitracking, giocando spesso con le contrapposizioni tra melodia e caos sonoro. Sharon Van Etten ha meno tempo per le sciocchezze (tanto da procrastinare ad libitum l'aggiornamento del suo computer, da cui il titolo del disco) e soprattutto meno voglia di prima di rimuginare su patemi d'animo e tira-e-molla emotivi. Tutta questa concreta ricchezza espressiva trova un ottimo bilanciamento in “Hands”, punteggiata dai rumorismi di un Congleton mai domo. A volte le sue intuizioni sono decisamente azzeccate (vedi “You Shadow”), ma alcuni dettagli non necessari ingolfano canzoni che quasi sempre, hanno nelle melodie e nei testi luce a sufficienza per poter brillare “da sole”.

TRACKLIST

01. I Told You Everything - (04:45)
02. No One's Easy to Love - (04:34)
03. Memorial Day - (04:27)
04. Comeback Kid - (03:02)
05. Jupiter 4 - (05:14)
06. Seventeen - (04:25)
07. Malibu - (03:23)
08. You Shadow - (03:14)
09. Hands - (04:08)
10. Stay - (04:00)