«LILLYWHITE SESSIONS - Ryley Walker» la recensione di Rockol

Lo storico bootleg della Dave Matthews Band rivisitato dal chitarrista americano

Ryley Walker, il suo omaggio a Dave Matthews nella rilettura di "The Lillywhite Sessions"

Recensione del 04 gen 2019 a cura di Marco Di Milia

Voto 7/10

La recensione

Era poco più che un ragazzino Ryley Walker quando gli capitò tra le mani “The Lillywhite Session”.

Tra il 1999 e il 2000 Dave Matthews e soci erano al lavoro con Steve Lillywhite, storico produttore di superstar come U2, Rolling Stones, Talking Heads, Morrissey, Peter Gabriel e tantissimi altri ancora, ma quanto prodotto fu bocciato dalla casa discografica e destinato senza possibilità di appello al dimenticatoio. Nessuno, o quasi, però aveva ancora fatto i conti con la potenza, all’epoca sul punto di esplodere, delle piattaforme di file sharing. Napster e affini furono infatti gli artefici della condivisione su scala globale di queste registrazioni, rese disponibili da un fan -  a suo dire con il benestare dello stesso Lillywhite - che era riuscito in qualche modo a venirne in possesso, portando un disco di fatto inesistente a godere di una certa notorietà in tempi in cui Internet iniziava a scombinare dinamiche ormai consolidate dell’industria musicale.

Il desiderio di Walker di rendere omaggio a delle tracce - che Dave Matthews in persona aveva definito “tristi bastarde” - ha portato il musicista di Rockford a inciderne una sua personale rilettura, in trio, con la complicità del bassista Andrew Scott Young e del batterista Ryan Jewell. Le canzoni di “The Lillywhite Session” acquisiscono così una nuova veste, acuendo e a tratti smorzando il carattere interlocutorio di quelle session, che Ryley Walker si diverte a trasformare in qualcosa di differente. Sono territori di svisate jazz quelli che si fanno largo in questa trasposizione che lascia ampio spazio all’improvvisazione e alla libertà compositiva. Partendo dalle versioni presenti in rete, il gruppo ne arricchisce le trame in intrecci dall'andatura sempre sfuggente. Se l’iniziale “Busted stuff” conserva la sua eterea natura malinconica, “Grey Street” si riempie delle sfumature di un suk orientale prima di perdersi in toni oscuri, mentre altrove si oscilla tra i riverberi di un certo folk americano e atmosfere freak.

Fiati, sprazzi di melodie acustiche, fitti arpeggi e trovate spesso dissonanti riuniti secondo la logica liquida di Walker che passa dall’elettrica di “Diggin’ a ditch” alle delicate ballate di “Grace is gone” e “Captain” che restano invece in qualche modo legate alla loro resa originale, rispettandone il carattere incerto anche attraverso il cantato borbottante, che a tratti sembra voler riprendere le stesse dinamiche della voce di Matthews. Ancora, in “Sweet up and down” e “JTR” il terzetto offre libero sfogo alla fantasia creativa, lasciandosi trasportare senza confini precisi dalla propria vena avanguardistica, spingendosi fino al cortocircuito sonoro di “Monkey Man”, che lo stesso interprete ha qualificato come un esperimento in cui si è fatto prendere troppo la mano.

Ryley Walker rilegge così con ingegno e affetto un disco - e un artista -  che ha rappresentato una tappa fondamentale per la propria formazione musicale. Non è un esperimento isolato il suo, basti pensare alla pubblicazione provocatoria e divertita del nuovo “1989” di Taylor Swift ad opera di Ryan Adams appena un anno dopo la sua uscita, o al “Record Club” di Beck che onorava, a beneficio del web, opere come “The Velvet Underground & Nico” e “Songs Of Leonard Cohen”, anche se il paragone con l’originale è pressoché inevitabile, nel bene e nel male. Ma qui il chitarrista preferisce muoversi da fan impudente, facendo suoi quei provini sbucati un po’ a caso dalla sterminata produzione della Dave Matthews Band.

Registrato in soli quattro giorni, “The Lillywhite Session” asseconda così la volontà di Walker di mettere ora sottosopra e ora in ordine composizioni che tanto lo hanno entusiasmato, in una sorta di gioco tra amici capace di spostare gli equilibri di questo curioso remake verso una nicchia completamente diversa da quella di partenza. Comparso in rete per una fortuita circostanza, quel vecchio lavoro in studio è qui reinterpretato come materiale proprio, in un disco che fa da ponte tra passato e presente e che, senza grandi clamori, ricongiunge Ryley Walker alla sua adolescenza.

TRACKLIST

01. Busted Stuff (05:54)
02. Grey Street (08:07)
03. Diggin' a Ditch (03:17)
04. Sweet Up and Down (04:24)
05. JTR (10:50)
06. Big Eyed Fish (03:49)
07. Grace Is Gone (06:14)
08. Captain (05:56)
09. Bartender (07:05)
10. Monkey Man (04:26)
11. Kit Kat Jam (03:45)
12. Raven (04:42)
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