«MIA MADRE ODIA TUTTI GLI UOMINI - Maldestro» la recensione di Rockol

La recensione di "Mia madre odia tutti gli uomini" di Maldestro

Recensione del 09 nov 2018 a cura di Redazione

La recensione

Partiamo dalla fine. Da quel “Lasciami qui con questo disagio, con un bagaglio leggero e l’intenzione del viaggio” con il quale Antonio Prestieri, in arte Maldestro, chiude il suo terzo album, con le ultime parole della traccia finale, “Lasciami qui”. Il cantautore napoletano ci aveva già avvertiti presentando l’album, spiegando che “Mia madre odia tutti gli uomini” è il disco che gli toglie l’armatura e il suo epilogo svela il contenuto di una corazza che brano dopo brano viene smantellata: il dolore c’è, nessuno scampo all’orizzonte, dunque tanto vale provare a cooperarci. “Il fiume fa il suo corso e a noi tocca nuotare”: potremmo anche riassumerla così, citando uno dei pezzi del disco, “Joe”. Se questa è la più immediata chiave di lettura di Maldestro è vero anche che una piccola luce in fondo al tunnel non manca, raccolta dentro a quel bagaglio leggero e al pensiero di un viaggio che porta con sé. Sempre che la capacità di venire a patti con gli aspetti più spiacevoli della vita non sia già di per sé una piccola luce in fondo al tunnel. 

È spesso difficile decidersi se siano più importanti i testi o la musica di album come questo, pieno di parole ma anche costruito con una grande attenzione per l’arrangiamento. Quasi tutti i brani si reggono su un’ampia varietà di stratificazioni di suoni, con numerosi strumenti – sempre molto ben collocati, ad esempio, i fiati – che si vanno ad aggiungere con gradualità ai pezzi. Dietro al sipario, ha messo del suo il sound designer Taketo Gohara, già produttore artistico di, tra gli altri, Vinicio Capossela, Brunori Sas, Motta e dell’ex PFM Mauro Pagani. Con una voce roca e profonda, il musicista classe 1985, ricorda a tratti nel modo di cantare i colleghi Daniele Silvestri e Alessandro Mannarino, al quale è accomunato anche dall’utilizzo dei suoni e dei ritmi della musica popolare – citiamo, su tutti, il singolo “Spine”. A brani più tradizionali - “La felicità”, “Come una canzone” e “Fermi tutta la vita” - Maldestro alterna materiale dallo stampo più indie, come “I poeti” o il rock blues della traccia d’apertura, “Il seme di Adamo”, che unisce le trombe ai canti tribali. “Fino a qui tutto bene”, poi, riporta la mente a “Ti fa stare bene” (“Prisoner 709”, 2017) di Caparezza, con tanto di coro di bambini sul ritornello.

La strada tracciata dall’album d’esordio “Non trovo le parole” (2015) e proseguita poi con tappe come “Canzone per Federica”, brano con il quale Maldestro si è aggiudicato il secondo posto tra le Nuove Proposte e il premio della critica Mia Martini al Festival di Sanremo di due anni fa, prosegue con un disco dal sapore forte, che deve molto sia alla tradizione cantautorale e sia alla grande canzone italiana. Il cantautore campano ha il pregio di saper affrontare argomenti importanti pur mantenendosi sempre aperto al gioco e alla leggerezza, nei testi – “I poeti sono piccoli cialtroni che girano nel mondo”, canta in “I poeti” – e nei suoni. Una dote preziosa, che merita orecchio.

 

TRACKLIST
"Il seme di Adamo"
"Spine"
"La felicità"
"I poeti"
"Fino a qui tutto bene"
"Joe"
"Come una canzone"
"Fermati tutta la vita"
"Come due pugili"
"Lasciami qui"

TRACKLIST

01. Il seme di Adamo (03:31)
02. Spine (03:03)
03. La felicità (03:39)
04. I poeti (03:28)
06. Joe (03:37)
07. Come una canzone (03:50)
08. Fermati tutta la vita (03:58)
09. Come due pugili (03:32)
10. Lasciami qui (03:15)
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