«MASSEDUCATION - St. Vincent» la recensione di Rockol

St. Vincent reimmagina “Masseduction”

Prendi un disco pop, elimina la strumentazione, rivestilo solo con voce e pianoforte. È quel che ha fatto St. Vincent trasformando Masseduction” in “MassEducation”.

Recensione del 12 ott 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Che stupidi siamo stati. Distratti dagli arrangiamenti coloriti del disco, dall’immagine eccessiva e fluo di St. Vincent, dal discorso su sesso e potere, distratti da tutte queste cose abbiamo sottovalutato la profondità del dolore espresso in “Masseduction”. Ce ne siamo accorti ora che la musicista americana ha pubblicato una versione di quelle stesse canzoni per voce, pianoforte e poco altro. Ci si immerge per 45 minuti in un mondo di riverberi, accordi fantasmatici, cambi armonici brillanti. Se “Masseduction” è stato uno degli album pop del 2017, “MassEducation” ne è l’appendice anti-pop. Ha tutto: la scrittura, le esecuzioni, le interpretazioni, il carisma.

Nell’agosto 2017, subito dopo aver consegnato il master di “Masseduction”, Annie Clark si è chiusa in uno studio di Manhattan con il fonico Patrick Dillett e il pianista Thomas Bartlett. Nel giro di due giorni hanno scarnificato e inciso nuove versioni delle 12 canzoni dell’album. Prima ancora che il mondo le conoscesse, St. Vincent le stava già reimmaginando. Messa alle spalle la grande operazione di camuffamento sonoro di “Masseduction”, la cantante e il pianista hanno ridisegnato il profilo di queste canzoni e in alcuni casi anche il carattere, per poi rimescolarle inventandosi una nuova track list e un’altra narrazione con al centro desiderio e fragilità.

Se “Masseduction” iniziava con l’inno all’alterità “Hang on me”, “MassEducation” prende il via dalla scena di “Slow disco” e da quell’immagine – lui che balla con un fantasma – che diventa paradigmatica dell’intero album. Ogni dettaglio sonoro emerge in modo nitido. È possibile sentire lo scricchiolio dello sgabello su cui siede Bartlett, il meccanismo dei pedali del piano a coda, si possono immaginare facilmente i martelletti che colpiscono le corde. Le interpretazioni vocali sono centrate, mai noiose, mai inutilmente melodrammatiche. Gli arrangiamenti pianistici di Bartlett sono vari e dinamici e non imboccano la scorciatoia della spettacolarizzazione. L’uso della chitarra – lo strumento di Clark – è limitato a poche, singole note. Le canzoni fluiscono senza pausa una nell’altra e si capisce che queste esecuzioni non sono state pensate troppo a lungo, né rimaneggiate, ma sono frutto di poche di take ognuna. Si ha la sensazione di assistere a un’esecuzione dal vivo che abbina naturalezza e intensità. Non è un disco difficile, però esige attenzione e silenzio.

Dopo le armi di seduzione di massa di “Masseduction”, St. Vincent ha deciso di conquistarci uno alla volta. La copertina in cui St. Vincent posa nuda parrebbe suggerire una chiave di lettura facile – queste sono le versioni “naked” delle canzoni dell’anno scorso – e la strumentazione essenziale, con arrangiamenti che basano il fascino tutto su melodia, armonia e ritmo (ah, la canzone vecchio stile), incoraggia a dare a queste canzoni la lettura diaristica che Clark vorrebbe evitare. La grandezza di St. Vincent sta anche nella sua capacità di essere sincera portando una maschera, ma di certo questo è il disco in cui suona più vulnerabile e in cui lei, aliena, sembra quasi umana. “MassEducation” è spudorato tanto quanto “Masseduction”, solo in modo diverso.

 

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