«MILLION DOLLAR HOTEL - SOUNDTRACK - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - MILLION DOLLAR HOTEL - SOUNDTRACK - la recensione

Recensione del 20 mar 2000

La recensione

100mila copie vendute in tre giorni, tanta e tale è la voglia di U2 che c’è in Italia. E d’altra parte, ormai si sa che una colonna sonora di Wim Wenders è qualcosa di più che un semplice accompagnamento a effetto per una pur bella pellicola, basta ripensare a “Fino alla fine del mondo”, “Lisbon story”, per non parlare di “Buena Vista Social Club”. Nel caso di “Million dollar hotel”, poi, questa consapevolezza si arricchisce di un ulteriore elemento di spinta, che sta nel fatto di essere film creatura della mente di Bono, il salvifico cantante degli U2, l’unico uomo sulla terra capace di dare magia anche a due parole tristi e spente come D’Alema e Berlusconi, ma soprattutto un artista di calibro decisamente rock. Nell’hotel dei perdenti che fa da set al film, la musica degli U2 e della Million Dollar Hotel band ci sta da Dio, notturna e bluette come sono i colori dominanti del film: tre i brani cantati da Bono con la band (“Never let me go”, “Falling at your feet”, “Dancin’ shoes”), due gli inediti assoluti degli U2 (“The ground beneath her feet”, attuale singolo, e “Stateless”) più un ripescaggio da Zooropa (“The first time”), in totale quasi un album in proprio, per giunta prodotto da Brian Eno e Daniel Lanois, il duo imbattibile di “Unforgettable fire” e “Joshua tree”. Arrivano indicazioni precise per il nuovo lavoro degli U2? Qualcosa, se si crede a quello che si ascolta qui e se si sposa questo Cd con l’esibizione sanremese di Bono e The Edge: di sicuro un ritorno ad atmosfere più rurali, elettriche ma non elettroniche, un perfetto connubio tra i loop e i mille suoni di Eno e le sane chitarre rupestri di Lanois, con canzoni semplici-quasi-elementari e la voglia di puntare molto sull’interpretazione piuttosto che sugli effetti speciali. Un ritorno agli U2 animisti, insomma, come visto a Sanremo con l’esecuzione di “All I want is you”, e come confermato da questa colonna sonora che oltre ai due inediti offre un brano già uscito su Zooropa, “The first time”, che di “All I want is you” sembra un prolungamento naturale. Musica fatta di spazzole alle batteria, di poco basso ma grosso, di grandi atmosfere: esattamente la dimensione da cui gli U2 provenivano e alla quale sentono probabilmente di appartenere ancora. C’è da giurare che il gruppo irlandese avrà ancora molti assi nella manica da giocare per il suo album solista, sicuramente più ufficiale: per intanto questo album potrà riavvicinarli a quanti pensavano di averli persi sulla china di “Achtung baby”, prima e di “Pop”, poi, anche se non si può far finta di non vedere che quello che gli U2 ci regalano in questa colonna sonora non è un passo avanti in nessuna direzione, ma solo uno splendido deja vu. A completare il soundtrack una versione di “Satellite of love” di Milla Jovovich che fa piacere definire inutile, soprattutto quando nella testa risuona ancora quella di Reed o quella degli U2 con Reed virtuale, e diverse esperienze complementari targate MDH band, un coacervo di grandi musicisti come Eno, Lanois, Jon Hassell, Bill Frisell, Brad Meldhau, Greg Cohen. Unico e ultimo sprazzo di energia, nella solenne poetica wendersiana rispecchiata in pieno dalla tracklist, è la cover di Tito Larriva di “Anarchy in the UK”, che cambia ubicazione geografica e diventa “in the USA”. Un invito alla rivoluzione dal più americano dei registi europei, alle prese in questo film con i danni irreversibili del reaganismo anni ’80.
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