«LAMP LIT PROSE - Dirty Projectors» la recensione di Rockol

L’amore cosmico dei Dirty Projectors

Dave Longstreth non è più disperato. Il nuovo album dei suoi Dirty Projectors è giocoso, solare e tratti frenetico, a metà strada fra lo stile classico del gruppo e le elaborazioni digitali dell’album del 2017. È l’album di uomo innamorato.

Recensione del 13 lug 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

E chi se l’aspettava quest’euforia? E questi arrangiamenti coloriti, queste serenate, queste canzoni che paiono scritte e suonate in preda a una strana frenesia? Uno entra in “Lamp lit prose” e nel giro di poche canzoni capisce che è l’esatto opposto di “Dirty Projectors”, il breakup album pubblicato un anno e mezzo fa da Dave Longstreth. Quello era un’immersione verticale nei pensieri di un uomo in crisi, una parabola che andava dall’angoscia alla riconciliazione. Questo è breve, giocoso, solare e ci ricorda che ovunque c’è speranza. È l’album di un uomo che canta l’epifania dell’amore. E, se può esser detto d’un disco dei Dirty Projectors, è di facile ascolto. È una piccola meraviglia ed è ciò che più conta.

Non ce n’è un altro come Dave Longstreth, musicista inquieto che ridefinisce l’identità del suo gruppo album dopo album. Emerso dalla scena indipendente di Brooklyn d’inizio anni Duemila, s’è fatto la fama di genietto folle e inclassificabile con una serie di progetti matti e amatissimi, seppur da pochi: una specie di opera rock ambientalista basata sul personaggio di Don Henley; il rifacimento a memoria d’un vecchio album dei Black Flag; un concept in cui Björk interpretava una balena e lui un uomo che l’avvistava dalla terraferma. E poi le raccolte di canzoni più classiche che hanno definito il sound di Dirty Projectors, l’album del (relativo) boom “Bitte orca” e il brillante “Swing lo Magellan”, pieni di canzoni sghembe e parti corali appariscenti e instabili. Non esattamente il curriculum d’una pop star, ma di uno che fa pop in modo libero e creativo sì.

Alla luce di “Lamp lit prose”, l’album dell’anno scorso sembra ancor più un felice incidente di percorso, quasi un disco solista, un deragliamento. Longstreth l’aveva assemblato usando le tecniche produttive digitali tipiche di hip-hop e R&B. Le canzoni di “Lamp lit prose” rappresentano, invece, un bel compromesso fra il mondo dei vecchi e dei nuovi Dirty Projectors, con una miscela di strumenti acustici ed elaborazioni digitali. Si basano per lo più sul ritrovato stile chitarristico nervoso, contorto e imprevedibile di Longstreth, sulle armonie vocali (meno spettacolari del solito) offerte dagli ospiti, sull’impasto di fiati e occasionalmente archi. È un territorio che gli amanti della band troveranno eccitante e famigliare.

C’è ad esempio la voce di Syd (The Internet), che s’ascolta in “Right now” assieme a quelle di Lorely Rodriguez (Empress Of) e Teresa Eggers e che fa sobbalzare: il colore, il registro, il disegno della parte affidatale da Longstreth evocano i cori di Amber Coffman, per lungo tempo partner non solo artistica del bandleader. Non è l’unico momento in cui “Lamp lit prose” rassicura chi ha amato i vecchi Dirty Projectors. È facile essere conquistati dalla dolcezza della ballata “That’s a lifestyle”, con le voci delle Haim, una canzone di protesta aliena e stranamente confortante. O godersi le performance del bel cast di musicisti aggiunti, fra cui una sezione fiati, Tyondai Braxton, il percussionista Mauro Refosco. Ci sono repentini cambi d’atmosfera e canzoni che sembrano destrutturate, ma anche cose leggere come “Blue bird”, col suo testo ai limiti del kitsch, e un pezzo intitolato “What is the time” che ricorda certe cose sexy e trascinate di Prince.

Se “Dirty Projectors” colpiva per l’ambizione, l’originalità delle soluzioni sonore, l’atmosfera complessiva, “Lamp lit prose” ammalia subito per il tono leggero e ottimista, per le forze elementari che mette in campo, per la carica ritmica. È come rivedere il mondo con nuovi occhi, come ritrovare incanto ed euforia. Non che manchino, nei testi, riferimenti alla follia del mondo in cui viviamo, ma quest’album sembra la celebrazione di un uomo nuovamente innamorato, di una donna e della vita. È un amore cosmico, con osanna intonati da Prince e dai Nirvana che piovono dal cielo. Ad ogni ascolto le canzoni rivelano nuovi particolari e significati e un gusto per gli arrangiamenti raffinato e originale. Quasi un ritorno a casa, senza però il lato tenebroso e conturbante che da sempre caratterizza la musica dei Projectors e con un uso meno marcato delle armonie vocali – e questo è un peccato.

Si finisce per commuoversi almeno un po’. Accade in “You’re the one” con ospiti Robin Pecknold (Fleet Foxes) e Rostam Batmanglij (Vampire Weekend). Longstreth e l’amico Nat Baldwin suonano una serenata con chitarra acustica e basso, mentre i due amici li avvolgono con le voci in un leggero abbraccio confortante. E ci si commuove, volendo, anche nello strepitoso finale “(I wanna) Feel it all”, che come molti finali di Longstreth è musicalmente indefinibile e sfuggente con la sua melodia d’altri tempi e il suo incrocio lunare e jazzato di tastiere elettriche, flauti, ottoni, archi. Il testo nasconde, forse, il senso ultimo dell’album: la volontà di vivere fino in fondo ogni esperienza umana, felicità compresa. E insomma non c’è bisogno d’esser depressi o disperati per fare grande musica.

TRACKLIST
Right Now (feat. Syd)
Break-Thru
That’s A Lifestyle
I Feel Energy (feat. Amber Mark)
Zombie Conqueror (feat. Empress Of)
Blue Bird
I Found It In U
What Is The Time
You’re The One (feat. Robin Pecknold & Rostam)
(I Wanna) Feel It All (feat. Dear Nora)

TRACKLIST

01. Right Now (feat. Syd) (03:38)
02. Break-Thru (03:47)
04. I Feel Energy (feat. Amber Mark) (04:36)
05. Zombie Conqueror (feat. Empress Of) (03:45)
06. Blue Bird (03:49)
07. I Found It In U (03:27)
08. What Is The Time (03:15)
09. You're The One (feat. Robin Pecknold & Rostam) (02:18)
10. (I Wanna) Feel It All (feat. Dear Nora) (04:22)
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