«THE PRODIGAL SON - Ry Cooder» la recensione di Rockol

Il gospel secondo Ry Cooder

Nel nuovo album “The prodigal son”, il chitarrista americano recupera vecchi gospel, e ne scrive qualcuno nuovo, per raccontare l’America oggi. Semplice e brillante.

Recensione del 11 mag 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

È un suono soffiato e lievemente metallico, una pulsazione scura e misteriosa su cui poggia il canto. E non dovrebbe stare lì. La canzone è “Nobody’s fault but mine”, un gospel attribuito a Blind Willie Johnson entrato nel repertorio rock grazie ai Led Zeppelin. Quello strano suono è alieno a entrambe le tradizioni, ma nel nuovo album “The prodigal son” Ry Cooder ha deciso di prendere alcuni pezzi gospel e blues e rifarli in chiave lievemente diversa. Non sono canzoni particolarmente celebri e non sono scelte a caso: ridando voce a vecchi testi che parlano di integrità, tentazione, stranieri, amore e morte, il chitarrista californiano offre una bussola morale per questo tempo travagliato. “The prodigal son” è gospel per l’uomo moderno.

Dice Ry Cooder che è tutto iniziato durante il tour che ha fatto tre anni fa con Ricky Skaggs, quando ha ripreso vecchie canzoni imparate da ragazzo, pezzi che a volte è persino difficile trovare su YouTube o sui servizi di streaming. È stato il figlio Joachim a invitarlo a riprendere in mano quel repertorio e fare un disco semplice ma efficace, basato sulla sua voce e sulla sua chitarra, ovvero quel che la gente vuol sentire. È venuto fuori un lavoro delizioso che abbina traditional e inediti. In fondo, Cooder fa quello che ha sempre fatto negli ultimi anni: prende un patrimonio che il pubblico di massa considera irrilevante, lo rilegge con rispetto ma senza alcun intento filologico, lo usa per dire cose importanti sul nostro tempo.

Cooder canta di Satana e rigore morale rifacendo con grande dolcezza “Straight street” dei Pilgrim Travelers. Scrive una canzone sulla “Gentrification” dove descrive lo scempio creato dal flusso di danaro dell’hi-tech (“The Googlemen are coming downtown”). Riprende “Everybody ought to treat a stranger right” per cantare di migranti. Immagina, poi, un dialogo fra Gesù e Woody Guthrie in cui il primo chiede al secondo di raccontargli le sue storie sui fascisti e gli spiega che loro due si somigliano giacché sono entrambi sognatori. Cantare il gospel significa anche cantare di morte. Ecco allora Cooder intonare testi da giorno del giudizio. “Non voglio vivere da peccatore e ti spiego perché: temo di non essere pronto a morire il giorno in cui il Signore mi chiamerà”.

Per essere un disco suonato in buona sostanza da due sole persone, ovvero papà Cooder e il figlio Joachim a batteria e percussioni, ma anche co-autore di canzoni e arrangiamenti, “The prodigal son” è brillante e tutto fuorché noioso. Merito di piccoli accorgimenti, come il campionamento della tromba di “Nobody’s fault but mine” o il mandolino elettrico di “Shrinking man”, ma soprattutto della capacità di padre e figlio di creare groove quasi funk, del loro modo dinamico e divertente di suonare, delle performance vivaci e a volte giocose, delle interpretazioni vocali colorite. Con gente che suona così, anche la prospettiva della morte (“I’ll be rested when the roll is called”, “In his care”) diventa una festa.

L’album è stato registrato piuttosto velocemente, con performance catturate alla prima o alla seconda take. Trattandosi di Ry Cooder, ne è uscito un disco ben prodotto che dà l’idea di ascoltare un band che suona dal vivo. Il tocco del chitarrista (anche a banjo, mandolino, basso, tastiere) è sempre magnificamente espressivo, il suo stile è al tempo stesso semplice ed efficace, una virtù dei grandi. È delicato e nostalgico in “You must unload” e “Harbor of love”, è brillante in “Everybody ought to treat a stranger right” e “Shrinking man”, è trascinante e cupo in “The prodigal son”. E quando suona la slide è come se lasciasse sulla musica un’impronta digitale unica. In una sola traccia, “You must unload”, ci sono altri musicisti oltre ai due Cooder, ovvero Robert Francis al basso e Aubrey Haynie al violino. La grande tradizione vocale del gospel è rappresentata dai cori di Bobby King, Arnold McCuller e del compianto Terry Evans. I loro interventi arricchiscono un album cui bastano pochi elementi per affascinare.

Rendendo omaggio a canzoni sparite dall’orizzonte della musica popolare, Ry Cooder dà seguito al suo progetto di dare voce a comunità, luoghi, suoni spazzati via dalla modernità. Nelle note di copertina firmate dallo scrittore Tom Piazza, il musicista dice di non essere una persona religiosa, ma di essersi sempre sentito attratto da queste canzoni. “Quando le suoni e le canti, si manifesta una sorta di riverenza”. Cooder riesce a manifestare la riverenza verso il passato, il patrimonio della musica americana e i grandi temi del gospel senza trasformarla nella predica di un settantunenne nostalgico. Non sta raccontando storie di cent’anni fa, sta cantando la mancanza di empatia di oggi. Il suo dialogo con i morti è un monito ai vivi.

TRACKLIST
Straight Street
Shrinking man
Gentrification
Everybody ought to treat a stranger right
The prodigal son
Nobody’s fault but mine
You must unload
I’ll be rested when the roll is called
Harbor of love
Jesus and Woody
In his care

TRACKLIST

01. Straight Street (04:00)
02. Shrinking Man (04:07)
03. Gentrification (03:13)
04. Everybody Ought To Treat A Stranger Right (03:46)
05. The Prodigal Son (04:38)
06. Nobody's Fault But Mine (06:07)
07. You Must Unload (05:26)
08. I'll Be Rested When The Roll Is Called (03:11)
09. Harbor Of Love (05:46)
10. Jesus And Woody (05:57)
11. In His Care (03:39)
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