«THINGS HAVE CHANGED - Bettye LaVette» la recensione di Rockol

Bettye strapazza Bob

Bettye Lavette canta Bob Dylan, ma a modo suo. Se ne frega del folksinger impegnato e del rocker visionario e interpreta per lo più canzoni pubblicate dagli anni ’80 in poi. E ci lascia con un dubbio: e se Dylan forse (anche) un autore soul?

Recensione del 30 mar 2018 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Sul petto delle t-shirt ufficiali di Bettye Lavette c’è il viso della cantante, sulla schiena la scritta “She will fuck you up”. La interprete soul di Detroit, scoperta dal grande pubblico quando ormai aveva 60 anni, non è una che s’impressiona facilmente, nemmeno dal songbook monumentale di una leggenda vivente. In “Things have changed”, Lavette prende possesso di dodici canzoni di Bob Dylan senza alcun timore reverenziale, anzi prendendosi molte libertà. Pur essendo priva di una cultura dylaniana, Lavette mette assieme un disco curioso e pieno di soul, in cui il canzoniere di Dylan è sottoposto a un trattamento di riscrittura concettualmente non dissimile a quello che l’autore riserva ai pezzi in concerto. Lavette se ne frega del folksinger impegnato e del rocker visionario e finisce per interpretare ben due canzoni da “Empire burlesque”.

Non è la prima volta che Bettye Lavette affronta il canzoniere di Dylan, in passato ha inciso almeno tre sue canzoni fra cui “Unbelievable”, ma nelle interviste ammette candidamente di non averlo mai ascoltato con attenzione. “Non mi ha mai particolarmente attratto”. Ha semplicemente accolto l’idea lanciata dalla produttrice esecutiva Carol Friedman intravedendo, parole sue, una grande opportunità di business in un disco su un grande autore pubblicato da una grande etichetta, la Verve con distribuzione Universal. Alla fine ha compiuto scelte intelligenti: ha evitato gran parte dei classici stranoti, si è fatta accompagnare da un band di veterani guidata da Steve Jordan, si è giocata il nome di Keith Richards.

Ci sono solo due pezzi da greatest hits, a quanto pare una richiesta dell’etichetta discografica, e non somigliano per niente agli originali. “The times they are a-changin’” è funkizzata e quasi irriconoscibile, mentre “It ain’t me babe” è trasformata in una conversazione amara, con un mezzo ritornello musicalmente reinventato. Lavette canta con passione e autorevolezza, ottenendo il meglio dal suo timbro rotto, ruvido e granuloso. I musicisti che l’accompagnano – il chitarrista Larry Campbell, celebre soprattutto per aver fatto parte della band di Dylan, il super bassista Pino Palladino, il tastierista Leon Pendarvis dalla band del Saturday Night Live, lo stesso Steve Jordan – imbastiscono un suono denso e al tempo stesso dinamico grazie a disegni ritmici leggeri e incisivi. “Things have changed” non è particolarmente vario, però ha una sua personalità musicale.

È un sound classico, bassato su ritmi misurati, suoni d’organo e chitarra elettrica, un suono che s’irrobustisce giusto in “Do right to me baby (Do unto others)”, canzone post conversione trasformata in un rockettone vagamente alla Led Zeppelin, non particolarmente brillante. “Political world” è ridisegnata come un ibrido funk-reggae e non è certamente il picco dell’album, né la presenza della chitarra di Keith Richards fa granché. Molto meglio “What was it you wanted”, che diventa un soul urbano alla Marvin Gaye e ospita Trombone Shorty. In “Don’t fall apart on me tonight” ed “Emotionally yours” Lavette mette a nudo il lato vulnerabile dell’autore, forse il meno noto. Ecco, il Dylan di questo disco è un autore di canzoni che raccontano l’animo umano. È un compositore soul.

Bettye Lavette dice che le canzoni di Dylan non sono poesie, ma vignette, prosa, soliloqui. Dice, anche, che queste non sono cover, né tributi. Dice che non può interpretare pezzi di altri senza raccontare qualcosa di sé. E così, sopraffatta dall’emozione derivante dal ricordo della madre scomparsa, Lavette dedica a lei a una sentita “Mama, you been on my mind” cambiando qua e là qualche parola. In “Seeing the real you at last” compaiono i versi “You could sing like Otis Redding / You could dance like Bruno Mars”, mentre in “Don’t fall apart on me tonight” St. James Street diventa 14th Street e Clark Gable si trasforma in Tina Turner. Lavette canta “Ain’t talkin’” con un accompagnamento d’archi drammatico e taglia molte strofe dell’interminabile originale perché “se dici che non stai parlando, allora chiudi la bocca. Ma come si fa a ripetere ‘Non sto dicendo niente’ 84 volte?”.

“Nobody sings Dylan like Dylan”, dice il refrain di chi è convinto che come canta Bob Dylan le sue canzoni, nessuno mai. Ed è vero, perché nel Dna di quei pezzi ci sono lo stile canoro, il fraseggio, le sfumature della voce dell’autore. Eppure Lavette riesce a far sue queste canzoni alterandone quando necessario le melodie. Basandovi sul ricordo delle incisioni originali, difficilmente riuscirete a cantare alcuni di questi pezzi mentre li ascoltate. Vale anche per “Going going gone”, bella e misteriosa traccia di “Planet waves” scelta come ultimo brano. Lavette elimina un po’ del mistero dell’originale, né può far replicare la performance chitarristica lunare di Robbie Robertson. E così calca la mano sul lato drammatico della canzone, con una chitarra suonata con lo slide che geme in lontananza. È bel finale per una canzone che, quasi segretamente, è passata di mano in mano, da Bob Dylan a Richard Hell ai Son Volt a Steve Howe a Gregg Allman.

TRACKLIST
Things Have Changed
It Ain't Me Babe
Political World
Don't Fall Apart On Me Tonight
Seeing The Real You At Last
Mama, You Been On My Mind
Ain't Talkin'
The Times They Are A-Changin'
What Was It You Wanted
Emotionally Yours
Do Right To Me Baby (Do Unto Others)
Going, Going, Gone

TRACKLIST

02. It Ain’t Me Babe (05:29)
03. Political World (04:03)
04. Don’t Fall Apart On Me Tonight (05:06)
05. Seeing The Real You At Last (05:06)
07. Ain’t Talkin’ (05:39)
09. What Was It You Wanted (04:42)
10. Emotionally Yours (05:24)
12. Going, Going, Gone (04:05)
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