«THE GREATEST GIFT - Sufjan Stevens» la recensione di Rockol

Un mixtape simile a un flusso di coscienza, tra acustica ed elettronica

Sufjan Stevens, una raccolta di inediti, demo e remix per raccontare ancora una volta tutto il dolore di "Carrie & Lowell"

Recensione del 04 gen 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Non capita poi così spesso che le raccolte di materiale extra siano di primissima scelta, eppure l’ideale appendice che Sufjan Stevens ha pensato per il suo epocale “Carrie & Lowell” si muove in una direzione completamente opposta. “The Greatest Gift” è una selezione di pezzi provenienti qua e là dalle sessioni di registrazione dello struggente album che il cantautore di Detroit ha dedicato alla madre, tra inediti, remix e versioni demo.

Il materiale incluso è per sua stessa natura vario, ma riesce a mantenere per l'intera durata un filo conduttore unitario ben ordinato, la medesima di “Carrie & Lowell”, per l’appunto. Quel legame con la sua terra, con il ricordo della famiglia e con un vissuto sempre scricchiolante è ancora una volta al centro dei quattro brani nuovi, in cui Stevens riprende il racconto del complesso rapporto avuto con la madre e il profondo dolore subito per la sua perdita. Un ritorno a quel lutto che Sufjan ha voluto condividere con il pubblico, reso attraverso i fermo immagine di una vita tutt’altro che ordinaria nei luoghi dove il musicista americano ha trascorso la sua infanzia.

Con “The Greatest Gift” si incontrano ancora una volta quelle memorie sparse nella terra dell’Oregon, fatte di emozioni, simboli e sentimenti che ne hanno scandito i ricordi, letali nella loro semplice umanità, dove credenze popolari, fede e reminiscenze di infanzia si mescolano tra loro in un flusso di coscienza intenso e poetico. Nella acustica dolente di “The hidden river of my life”, Sujfan fa ritorno a Tillamook, già evocata in “Fourth of July”, dedicata proprio alla scomparsa della mamma Carrie. Una speranza inattesa è invece offerta da “City of roses”, incentrata su Portland e sulle suggestioni felici che questa città ha infuso nell'artista, come una sorta di nuova speranza, perché, in fondo, gli anni che inevitabilmente passano ne hanno curato in parte le ferite. Ancora, la storia ancestrale di “Wallowa lake monster”, brano d’apertura e portavoce dell’intero progetto, che riporta le lancette del racconto indietro fino all’esperienza disarmante di un bambino, lasciato solo in compagnia del fratello, sotto la pioggia. Un nuovo capitolo di una vicenda intima e personale che mescola leggende del folklore locale, come quella del grande capo indiano Hinmaton Yalaktit, il “Tuono che rotola dalla montagna”, che si dice essere stato divorato dal mostro che abita il lago Wallowa a cui il brano è dedicato, con la vita sempre troppo complicata di una donna in preda all’alcolismo e alla follia.

Il resto del programma alterna remix e provini ancora grezzi di brani già noti. Helado Negro riveste di leggera elettronica la tensione di “All of me wants all of you” e “Death with dignity”, mentre le atmosfere oniriche di “Exploding whale” si caricano di nuova forza evocativa nella versione proposta dal producer Doverman. Poco più che semplici bozzetti, infine, gli iPhone demo di “John my beloved” e “Carrie & Lowell”, spogliati dei propri arrangiamenti e qui restituiti nella loro forma originaria, ma già ben rappresentativi di una scrittura semplice e raffinata al tempo stesso.

Nonostante la sua composizione eterogenea, il disco offre, così come già fatto sulla scia di “The Avalanche” (il mixtape degli extra dell’album “Illinois”), una visione differente della capacità espressiva di Stevens, in grado di rendere leggero e quasi confortevole con il suo timbro delicato un tema complesso come quello del dolore. Probabilmente se si fosse trattato di un EP limitato ai soli inediti “The Greatest Gift” avrebbe avuto una portata comunicativa differente, che una raccolta di outtakes e remix difficilmente trasmette. Eppure, pur nella sua variegata sostanza, “The Greatest Gift” conserva intatta quella stessa scintilla emotiva che solamente un vuoto troppo grande può generare.

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