«IN SPADES - Afghan Whigs» la recensione di Rockol

I demoni di Greg Dulli mordono ancora

Il nuovo disco degli Afghan Whigs: una discesa in un mondo conradiano, fra inquietudini e atmosfere scure, all'insegna del ricordo e della memoria

Recensione del 01 mag 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Voglio sperare che nel 2017 non ci sia più nessuno – nessuno – che abbia il coraggio di definire gli Afghan Whigs “un gruppo grunge su Sub Pop”. Eppure è accaduto, a lungo e clamorosamente, in passato (in particolare negli anni Novanta), a dimostrazione di quanto stampa mainstream, mode e hype possano essere ciechi e accecanti. Ad ogni modo, quello che abbiamo in mano ora è l’ottavo disco in studio della band capitanata da Greg Dulli e (come poteva essere diversamente, del resto?) marchiata da una storia non esattamente lineare, sia a livello di dinamiche che di proposta musicale.

Gli Afghan Whigs contemporanei sono senza ombra di dubbio un’entità conradiana (nel senso di Joseph Conrad), capace di portare l’ascoltatore lungo percorsi interiori degni di “Cuore di tenebra”, a caccia di un Kurtz da far fuori o da abbracciare fraternamente – quale sarebbe la differenza poi? – in una sarabanda di musica per anime a tempo determinato, attanagliate da problematiche e dilemmi non necessariamente nitidi, ma inesorabilmente mortali.

La copertina comunica subito il mood: un demone/diavolo in mezzo a delle piramidi, per una commistione fra vita profana e aura mistico-religiosa in salsa malvagia ed esoterica che non può non affascinare. E come tutte le cose affascinanti è anche – almeno un pochino – pericolosa. Dulli in questi 10 pezzi scava ed esplora un concetto ampio, sfuggente per definizione e inafferrabile, come la memoria, nel senso di percezione e ricordo. Una specie di stanzone pieno di specchi deformanti che a ognuno restituisce immagini diverse nello stesso istante.

Il risultato è un album in stile Afghan Whigs, anche se per certi versi più vicino alle suggestioni dei Twilight Singers: anger and soul ci sono ancora, ma l’anger è diventata più introspettiva e, a tratti, curiosa analisi del sé. Come dire… si soffre, ma il mood è meno rabbioso ed energico – il che potrebbe non essere gradito a tutti i fan del materiale di vecchia data.

Maneggiare con cura è l’avvertenza che viene subito in mente: Dulli è comunque in forma e non risparmia colpi, neppure quelli più bassi, per comunicarci le proprie inquietudini, in un disco che non segnerà il rock, ma si farà ascoltare e riascoltare con piacere.

TRACKLIST

01. Birdland (02:49)
02. Arabian Heights (05:07)
03. Demon in Profile (03:24)
04. Toy Automatic (02:56)
05. Oriole (04:05)
06. Copernicus (03:29)
07. The Spell (03:45)
08. Light as a Feather (03:08)
09. I Got Lost (03:20)
10. Into the Floor (04:17)
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