«LET THE DANCERS INHERIT THE PARTY - British Sea Power» la recensione di Rockol

Il lato pop dei British Sea Power, ecco "Let the dancers inherit the party"

I British Sea Power, diretti e colorati come non mai. La nostra recensione di "Let the dancers inherit the party"

Recensione del 14 apr 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Arrivare a una carriera che conta dieci album è una sorta di record per una band nata negli anni Duemila. Un traguardo che i British Sea Power hanno raggiunto quasi in sordina, senza il clamore delle classifiche e nemmeno attendere che il pubblico generalista si accorgesse troppo di loro. Eppure il collettivo originario del Cumbria, nel nord dell’Inghilterra, ha una storia ormai composita, di quelle iniziate come sempre da un’amicizia di lunga durata e una comune passione per la musica e la voglia di uscire dai piccoli confini territoriali attraverso la spinta della propria creatività.

L’avventura di Yan, Hamilton, Noble e Wood - formatasi in via embrionale già tra i banchi della scuola di Kendal e poi all’Università di Reading - è partita con quella contagiosa vitalità della gioventù e la classica gavetta nei piccoli e piccolissimi locali della loro zona con un nome leggermente diverso, quello di “British Air Power” che però si è dimostrato poco propiziatore alle fortune del neonato complesso. Così, dopo il primo iniziale buco nell’acqua i quattro decidono di puntare più al mare che al cielo, modificando la propria ragione sociale in favore dell’elemento marinoe di spostarsi nella più vivace Brighton in cerca di miglior sorte.

Diciassette anni dopo, archiviato un contratto con la Rough Trade Records, che si è occupata della produzione del gruppo fino al 2013, ecco che i British Sea Power - ormai consolidati in una formazione a sei elementi con l’ingresso di Sumner e Abi Fry - sono a oggi una delle band di riferimento del circuito indipendente inglese orientato al punk rock e a un certo decadentismo new wave. Coordinate artistiche che si trovano felicemente collocate anche nell’ultimo lavoro, “Let the dancers inherit party”, ennesimo distillato delle sonorità tipiche dei BSP, a cavallo tra chitarre stratificate e una chiara attitudine colta, con in più un efficace gusto per la melodia.

 

Mantenendo una certa distanza dalle spigolosità degli esordi i British Sea Power combinano nel loro disco le suggestioni musicali di sempre, puntando però con prepotenza su un sound maggiormente accessibile. Mettendo da parte la componente energica della loro indole, la compagine lascia scoperto il suo lato “facile”, fatto di ammiccamenti pop e un’aria shoegaze dagli arrangiamenti scaldacuore. Consapevoli di una maturità più che decennale ecco che l’accolita non ha timori nel presentarsi ripulita con la contagiosa piacioneria di “Bad bohemian”, già singolo apripista, caratterizzato da una prepotente orecchiabilità e una fruibilità in odore di successo radiofonico. I punti di riferimento sono quelli delle origini, New Order e The Cure su tutti, che, mai come in questo album - il cui titolo sembra essere mutuato apertamente dalla raccolta di poesie “The dancers inherit the party” dello scrittore scozzese Ian Finley Hamilton - si fanno più diretti e, a ben vedere, anche un po’ troppo rassicuranti. D’altronde diffidando quasi completamente di soluzioni sbalorditive il gruppo preferisce tutto sommato un approccio più sereno e pacato alla propria musica, con una conseguente perdita di quella eccentricità che ne ha caratterizzato da subito l’immaginario.

 

Ad ogni modo il nuovo album - di cui esiste anche un’edizione tirata in mille copie da quattro cd in esclusiva per i sostenitori del progetto tramite crowdfunding - è ancora una volta ricco di quegli intrecci di chitarre, archi e tastiere che ne hanno fatto la fortuna, trattati come da copione con un tocco fuori dal comune in una cromìa di soluzioni già ben collaudata dagli Arcade Fire. Non potrebbe essere altrimenti con brani luminosi come “Don’t let the sun get in the way” e “Keep on trying” o “Saint Jerome” o in quegli episodi segnati da un’uggia più marcata, come l’eterea “Praise più whatever” o “Electrical kittens”. Pur mancando di quella spontaneità impetuosa degli inizi, i British Sea Power riescono bene nel trovare un’efficace soluzione tra ricerca e comodità. Un’equazione che gli inglesi riescono a risolvere con comprovato mestiere, senza ricorrere a particolari artifici.

TRACKLIST

01. Intro (00:29)
02. Bad Bohemian (03:16)
04. What You're Doing (03:58)
06. Keep On Trying (Sechs Freunde) (04:15)
07. Electrical Kittens (05:07)
08. Saint Jerome (04:35)
10. Want To Be Free (03:47)
12. Alone Piano (05:11)
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