«L'AMORE E LA VIOLENZA - Baustelle» la recensione di Rockol

La contemporaneità oscenamente pop dei Baustelle

Il presente raccontato attraverso il citazionismo, in un disco immediato, “oscenamente pop”, zeppo di riferimenti alla seconda metà degli anni ’70 e ai primi ’80. La recensione di "L'amore e la violenza"

Recensione del 13 gen 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Una quindicina d’anni fa cominciò a circolare con insistenza una parola affascinante che era stata coniata a metà anni ’70: metamodernismo. In un mondo post moderno che ci aveva insegnato a diffidare dai sentimenti esposti in modo spudorato e a leggere la realtà attraverso le lenti del cinismo, il metamodernismo proponeva una nuova forma di narrazione in grado di ricomporre la distanza fra sincerità e ironia. Metamodernismo è la parola che mi è venuta in mente ascoltando il nuovo album dei Baustelle “L’amore e la violenza”. È un disco che racconta la contemporaneità attraverso una pluralità di momenti meta-, superando sentimentalismo e disillusione. Lo fa usando un linguaggio frammentato che trasforma il citazionismo in metodo. Suoni, atmosfere, ricordi, suggestioni sono stati selezionati con cura, prelevati dalla memoria collettiva degli anni ’70 e in parte ’80, rimescolati nelle musiche e nei testi. Non per suonare vintage, ma per creare una sorta di meta-pop che ridà senso e sostanza alla canzone.

Nato in reazione al ponderoso e ingombrante “Fantasma”, “L’amore e la violenza” è un lavoro spudoratamente pop che ci getta nella complessità del presente e trasforma il caos in energia creativa. I Baustelle fanno cose per certi versi contrarie ai trend del pop contemporaneo. La prima è rivalutare ritornelli e melodie. È evidente che la band di Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini ha lavorato duramente su questo aspetto facendosi ispirare, e abbondantemente, dal pop anni ’70-80, l’epoca in cui “cadevano i governi e noi ci sentivamo eterni”. È un disco che vive in un non-tempo in cui, come nella canzone “Eurofestival”, passato e presente si confondono. Usa qua e là l’idea di musica sinfonica da discoteca — altra materia in voga una quarantina d’anni fa — e la porta alle estreme conseguenze, fino a imitare il sound kitsch dei Rondò Veneziano. Utilizza il passato come materia da plasmare e lo fa senza remore, un atteggiamento che potrebbe indispettire qualcuno. Bianconi lo dichiara apertamente: “Ci si aggancia senza timori alle melodie - di qualsiasi genere - già scritte, rimodellandole e reimpastandole secondo la propria sensibilità”. Azzardo: se “Buonanotte fiorellino” di Francesco De Gregori non ha perso fascino anche dopo avere ascoltato “Winterlude” di Bob Dylan, “L’amore e la violenza” resterà tale anche dopo averne decifrato tutti i riferimenti. Avanza per giustapposizioni spiazzanti e quindi eccitanti: alto e basso assieme, D’Annunzio sta nella stessa canzone con Facebook, Viola Valentino in un “trattatello di filosofia”, la lettura contemporanea del pop elettronico fatta dai Daft Punk a fianco della sigla di “Sandokan”. Vien fuori un disco di folgoranti canzoni pop, di quelle che non si sentivano da tempo, colorato e cantabile senza essere kitsch, né banale.

Pop, per i Baustelle, è musica dotata di vitalità melodica e armonica. Nel descriverne gli ispiratori, Bianconi fa una bella ammucchiata di nomi: Abba, Beatles, Burt Bacharach, Brian Wilson, Oliver Onions, Franco Battiato. Molti altri potrebbero essere aggiunti come De Gregori che emerge in “Ragazzina”, finale che ha l’eleganza quasi aristocratica tipica di Bianconi. In questo gioco citazionista — cui hanno partecipato anche Diego Palazzo in varie musiche e, per il testo di “Eurofestival”, Simone Lenzi dei Virginiana Miller — le canzoni rivelano la loro famigliarità al primo ascolto. È come se fossero sempre state lì. Quelle interpretate da e con Rachele Bastreghi sono fra le più immediate: non solo i ritornelli di “Betty” e “Amanda Lear”, ma soprattutto “La musica sinfonica” e la magnifica confusione di piani di “Eurofestival”. Le canzoni sono costruite in modo ingegnoso, vi è un’abbondanza di tastiere e sintetizzatori, però analogici. Su “Fantasma” c’era un’orchestra vera, qui è mimata dal suono del Mellotron, come usava un tempo. Il ritmo è dettato da una non-batteria costruita su micro-campionamenti di cose suonate oggi da Sebstiano De Gennaro oppure tratte da dischi del 1975-82. È musica sincera pur essendo piena di rimandi spudorati ai repertori altrui? Gli strumenti sono autentici rifacendosi all’era pre-digitale oppure sono artefatti? I concetti di ciò che in musica è “vero” e “falso” si mescolano fino a confondersi.

Questo disco è qui per raccontarci il collasso a cui stiamo assistendo, per cercare di descrivere lo smarrimento che viviamo, per fare una fotografia mossa e confusa dell’Occidente in guerra. Non lo racconta con cinismo. Il senso di caducità che impregna l’album non si trasforma in rassegnazione o rabbia. Anzi, queste canzoni invitano a non avere paura. L’amore e la violenza sono raccontate con un po’ di ironia, come accade in “Eurofestival”, e con l’empatia del narratore che osserva questa vita “bellissima essendo inutile”, che guarda con compassione gioie e miserie altrui, che si tratti di immigrazione, vite on line, disgrazie sentimentali, Primavera Araba. Melodie azzeccate rendono plausibili passaggi altrimenti grossolani come “la vita è super”. Si canticchia una mezza citazione di Michel Houellebecq come “Ci si abitua a tutto, al dolore, alle stagioni, alla storia, al calendario” (“L’era dell’acquario”) e frasi come “Scendi dalle stelle, scendi Re del Cielo, vieni in questa grotta al freddo e al gelo, tra Gesù Bambino e l’Uomo Nero”. Il linguaggio è volutamente frammentato, dà l’idea del cut-up, abbondano le citazioni come le “spiagge deturpate” che rimandano a Le Luci della Centrale Elettrica. La scrittura è volte automatica, piena di assonanze, e così “Il vangelo di Giovanni” finisce nell’omonimo pezzo battiatesco per far rima con “l’idiozia di questi anni”. Amanda Lear dà il titolo a una canzone in cui non si parla di lei, ma della fine misera di una storia d’amore, il nome Enola Gay, piazzato dopo le parole “amore atomico”, evoca sia l’aereo che sganciò la bomba su Hiroshima, sia il gruppo pop anni ’80 inglese, per via del sound della canzone dove si ritrovano anche certe fragranze anni ’60, via Pulp. È un disco di cortocircuiti.

I Baustelle ci dicono che oggi l’originalità, perlomeno nella canzone pop, sembra sempre più una montagna impossibile da scalare. L’idea che qualcuno riesca a inventare uno stile assieme popolare e rivoluzionario appare remota. “L’amore e la violenza” ci dice che è possibile creare una narrazione sincera rimescolando in modo sfacciato e sorprendente elementi del passato. Ci dice che un altro pop è possibile. Pur essendo un disco immediato, si presta a più livelli di lettura. È “oscenamente pop”, dice Bianconi. È fatto da artisti pronti a rischiare lo sbadiglio, il compatimento, il sorrisetto cool, la gomitata d’intesa, la parodia del bravo ironista, l’oh-che-banalità. Non sono parole mie. Le usava nel 1993 David Foster Wallace, proprio lui, l’autore citato nel testo di “Basso e batteria”. Tu pensa: è considerato il primo scrittore americano metamoderno.

TRACKLIST

01. Love (00:53)
03. Amanda Lear (04:24)
04. Betty (03:44)
05. Eurofestival (03:48)
06. Basso e batteria (03:31)
08. Lepidoptera (03:30)
09. La vita (04:48)
10. Continental stomp (00:52)
12. Ragazzina (04:12)
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