«PEACE TRAIL - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young torna all'acustico, o quasi: "Peace trail"

Il secondo disco del 2016 è un album quasi normale, inciso in trio, senza i Promise of The Real. Ma con Neil Young nulla è ordinario: abbiamo ascoltato "Peace Trail".

Recensione del 09 dic 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Un disco quasi normale di Neil Young? Quasi.

La normalità non è una delle regole, del rock, anzi. La musica dovrebbe uscire dall'ordinario e dalle regole, essere eccezionale. Neil Young ha fatto dell'eccezionalità non solo una ragione di vita, ma ha spesso esagerato. Dopo "Psychedelic pill" (il suo ultimo - letteralmente - album con i Crazy Horse del 2012) ha inciso un disco di cover dentro una cabina del telefono, un disco orchestrale, un disco di protesta contro le multinazionali, un disco dal vivo con sovraincise voci di animali. Non ci si annoia mai, con lui. Ma spesso i risultati non sono all'altezza della sua fama - come peraltro è capitato spesso in molte fasi della sua carriera, con album come "Trans" o "Everybody's rockin".

"Peace trail" arriva a pochi mesi da "Earth". In studio con lui non ci sono i Promise Of The Real, da tempo la sua (ottima) band dal vivo e quella con cui ha inciso "The Monsanto years". C'è invece Jim Keltner alla batteria, uno dei più grandi sessionmen del rock, e Paul Bushnell al basso, conosciuto di recente.

Il risultato è un disco quasi acustico, dalla strumentazione spesso minimale. La title-track è puro Young, con l'acustica e l'elettrica (e il suo tocco inconfondibile) che si sovrappongono. Una gran canzone, con l'unica stranezza di un tocco di auto-tune sulla sua voce ai cori. "Terrorist Suicide Hang Gliders" e "John Oaks" e "Can't stop workin'" hanno accordi iniziali che sembrano uscire da "Harvest" e dintorni, anche se poi prendono spesso un'altra piega. "Can't stop workin'" è una delle poche canzoni non politiche dell'album - quanto una riflessione su cosa lo spinge a fare musica oggi. E la motiviazione è spesso l'incazzatura, che traspare spesso da molte canzoni dell'album, anche se in maniera meno diretta rispetto a "The Monsanto years".

Non tutto l'album ha il fuoco e la compattezza della title-track, putroppo. Soprattutto, Young non rinuncia alle stranezze. Tutto sommato il ritmo irregolare di "Texas rangers" è quasi normale, rispetto al massiccio uso dell'auto-tune in "My pledge", quasi recitata su una bella base acustica. E poi si arriva al finale di "My new robot". Che parte come una classica canzone neilyounghiana, con chitarra acustica e armonica. Ma poi diventa dominata dalla voce robotica (appunto) di Alexa, l'assistente virtuale di Amazon. Uno scherzo finale, come la conclusione repentina della canzone (e del disco): "Powering off".

"Bring back the days when good was good", canta Young in "Indian givers". Ecco, forse dovrebbe essere il primo lui a farlo. "Peace trail" contiene una grande canzone, un po' di canzoni medie, e uno scherzo finale. Perché se no non sarebbe Neil Young...

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