«HEAD CARRIER - Pixies» la recensione di Rockol

Pixies - HEAD CARRIER - la recensione

Recensione del 30 set 2016 a cura di Davide Poliani/Gianni

La recensione

Farsi dimenticare non è facile, specie se si è titolari di una carriera grandiosa. La maledizione dei Pixies è proprio questa: essere una band di culto. Titolo, questo, che è perfetto quando si decide di tirare i remi in barca, ma che è una iattura se vissuto sulla propria pelle, giorno dopo giorno, mentre si decide di ricominciare a fare dischi senza uno degli elementi - Kim Deal - che aveva dato un contributo essenziale all'elaborazione del marchio di fabbrica che tanti consensi ha mietuto, da fine anni Ottanta a questa parte.

Se "Indie Cindy" mostrava una band paradossalmente in piena fase di trasformazione, dopo 23 anni di assenza dalle scene discografiche e in pieno riassetto di organico, "Head carrier" fotografa un gruppo orgoglioso, che ha fatto la pace col proprio passato e che si mostra pronto, in una fase della carriera teoricamente più consona al ritiro dalle scene e agli onori postumi che al ritorno in pista, a mettersi in discussione.

Un gruppo coraggioso, perché ci vuole coraggio a far ruggire le chitarre come in "Baal's Back" a quasi trent'anni da "Sufer Rosa", o a reintrecciare le armonie vocali con, al posto della Deal, la pur bravissima Paz Lenchantin, talmente rispettosa della collega da dedicarle - idealmente - “All I Think About Now”, parente nemmeno troppo lontana di "Where is my mind?" dove i versi d'apertura "I try to think about tomorrow/ But I always think about the past" dicono di più di mille dichiarazioni d'intenti.

Lo scatto che era mancato ai Pixies nel registrare "Indie Cindy" si è verificato prima di "Head carrier", prima nella testa del gruppo che in sala prove. Essendo di fatto impossibile chiedere alle platee di simulare un'amnesia per concedere un fittizio nuovo inizio, Frank Black e soci hanno semplicemente deciso di fare quello che da sempre gli riesce meglio: scrivere canzoni folgoranti da tre minuti o poco più, dove le melodie - sempre efficaci - del frontman vengano lacerate dai fendenti di chitarra di Joey Santiago. L'obiezione che si potrebbe porre è che già lo facevano trent'anni fa, e pure bene. La contro obiezione è che lo fanno ancora benissimo, e che - a nostra memoria - quelli bravi come loro a farlo, pur tre decenni dopo, si possono contare sulle dita di una mano.

Fare la tara temporale è inevitabile, perché sono i tempi ad essere cambiati, non i Pixies: "Head carrier" non avrà mai la valenza di "Doolittle", per motivi che trascendono la bravura del gruppo e la bellezza delle canzoni. Però fa impressione vedere - sentire - come un discorso interrotto così tanti anni fa possa suonare ancora talmente bene, se ripreso nel modo giusto. Bentornati, Pixies: accidenti, se ci mancavate...

TRACKLIST

01. Head Carrier (03:36)
02. Classic Masher (02:37)
03. Baal’s Back (01:53)
05. Oona (03:37)
06. Talent (02:11)
07. Tenement Song (02:57)
08. Bel Esprit (03:12)
10. Um Chagga Lagga (03:00)
11. Plaster of Paris (02:06)
12. All the Saints (02:41)
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