«PAURA DI TUTTO - Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere» la recensione di Rockol

Le Sacerdotesse dell'Isola del Piacere - PAURA DI TUTTO - la recensione

Recensione del 16 ago 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Il nome della band suppongo sia stato preso da “Le dodici fatiche di Asterix”. Lo so perché da bambino questo cartone animato l’ho letteralmente tritato e quando mi sono trovato per le mani l’Ep, il primo pensiero è volato a tutti quei pomeriggi passati davanti alla tv. E, amarcord a parte, non è stato tempo completamente buttato perché, per una volta, riflettere sul nome di una band mi ha sinceramente facilitato il percorso di avvicinamento alla sua musica. Le Sacerdotesse dell’isola del piacere... un’isola dove tutti i desideri diventano realtà, o quasi.

Un posto sospeso nel tempo, caratterizzato un’atmosfera lisergica, surreale, che i tre ragazzi di piacenza hanno prima incanalato in un indie rock altrettanto sospeso nel tempo (gli anni Ottanta e Novanta statunitensi), poi tradotto in nove pezzi ai tempi del disco d’esordio, “Tutto” (2014), e che ora stanno rielaborando per il secondo capitolo, previsto per il 2016. Non ho ancora potuto ascoltarlo ma spero di farlo presto; nel frattempo, per ingannare l’attesa, la band ha pubblicato un Ep di soli due pezzi. Due pezzi molto brevi tra l’altro, ma che, al contrario di quello che si può pensare, ci possono già dire tante cose. In primis l’Ep s’intitola “Paura di tutto” e, se facciamo due più due, capiamo che qualcosa già in partenza è cambiato rispetto ai tempi di “Tutto”, almeno nell’approccio. Poi ho trovato una certa affinità con gli Afterhours: titolo e copertina mi hanno ricordato non poco “Hai paura del buio?”, e trovo la cosa di ottimo auspicio. Somiglianze a parte, la band ha descritto il disco a venire come “… un concept a tema sogni, ricordi, incubi e visioni, con influenze rock anni '90 e parole rubate ai libri”? Bene, in “Paura di tutto” e “Innamorata di un cavallo” già si percepisce forte la voglia di lasciarsi prendere dai sogni, di cavalcare il lato più letteralmente onirico di quell’indie rock un po’ hardcore che i nostri propongono fin dai tempi degli esordi. Era il 2011 e i ragazzi di strada ne hanno fatta. La mia l’hanno incrociata solo ora, ci conosciamo quindi relativamente da poco, ma se dovessi scommettere due soldi su una band che so per certo potrà darmi soddisfazioni, questa band ha preso il nome da uno dei miei cartoni animati preferiti. L’ascolto di “Paura di tutto” e “Innamorata di un cavallo” ogni non fa che confermare questa mia impressione, ed è il motivo per cui ho scelto di parlarne. Questi sono forti davvero.

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