«HOLLOW BONES - Rival Sons» la recensione di Rockol

Rival Sons - HOLLOW BONES - la recensione

Recensione del 25 ago 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

  Conservatori, fedeli a se stessi e felicemente derivativi, i Rival Sons continuano a testa bassa a battere la strada indicata loro dal grande spirito degli anni Settanta. Percorrendo felici la via dei padri dell’hard rock, i quattro californiani proseguono nella loro personale rivisitazione del passato, esperti e strafottenti quanto basta, perché in questi casi anche l’atteggiamento conta.

    Il quinto album in carriera della band di Long Beach, “Hollow Bones”, arriva dagli LCS Studios di Nashville e in poco più di mezz’ora mette in fila otto inediti a presa rapida e una cover, "Black coffee" degli Humble Pie, già pubblicata su vinile in occasione dell'ultimo Record Store Day.  Il disco è un condensato dello spirito di Jay Buchanan e soci: energico e muscoloso, con il distorsore sempre pronto a dare la sveglia e i testi senza pretese di grandi verità e poi sì, ci sono anche gli acuti selvaggi. Se nei crediti è riportato l’anno 2016, è anche vero che potrebbe benissimo trattarsi del 1972. I Rival Sons, come da copione, non inventano nulla di nuovo, ma hanno dalla loro quel gusto per il citazionismo spinto e il tocco di mestiere adatto che gli ha permesso di allargare il proprio orizzonte tanto da aprire i recenti concerti dei Black Sabbath.

    Hollow Bones suona così, crudo e diretto come ci si aspetta, con tutte le caratteristiche necessarie al caso, dall'intro tagliente e tirato ai torbidi giri di blues elettrico, fino al finale in acustica. Consacrato al verbo dei classici, poco importa se mancano dei veri cavalli di battaglia e che alla lunga tutto risulti già metabolizzato, perché riesce a essere comunque sanguigno e attraente, un po’ come i baffi all’insù di Holiday e il torace di Buchanan ornato da un vistoso teschio di bisonte, le cui corna si estendono fino al collo. A vederli, più che un duo chitarrista e cantante - ossatura portante di una qualsiasi rockband che si rispetti – sembrano infatti un banchiere di frontiera e uno sciamano indiano, insieme per un qualche oscuro motivo.

    Va detto che il disco che ci propongono non aggiunge episodi di prim’ordine al canzoniere universale, ma restando a metà tra la fedele rievocazione storica e la voglia di innovazione in un genere che ha già detto quasi tutto, porta il lavoro del gruppo a un livello successivo, dal tiro più immediato e maggiormente levigato. Perché, pur senza grandi balzi in avanti, il merito di “Hollow Bones” è quello di provare a lanciare schegge di novità nella tradizione, smuovendo le acque quel tanto che basta. Così tra velati echi di psichedelia (“Fade out”) e stilettate di chitarra (“Tied up” e “Thundering voices”), c’è posto per il momento catchy di “Pretty face” e i cori di “Baby boy” - che ricordano da vicino quelli degli ultimi U2 - con il cerchio tra passato e presente che trova, finalmente, la sua quadratura. I Rival Sons non saranno certo dei rivoluzionari ma se il revival zeppeliniano è stato raggiunto, adesso evidentemente c’è ancora un Ovest più lontano da conquistare.
   

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