«GOOD TIMES! - Monkees» la recensione di Rockol

Monkees - GOOD TIMES! - la recensione

Recensione del 12 giu 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

Le chiavi giuste per godersi appieno questo “Good times” senza equivocare il senso dell'intera operazione (no, non è la colonna sonora di un nuovo episodio di Austin Powers) portano il titolo di “Good times” e “Gotta give it time”, esempi scintillanti di quelle pepite beat in odor di garage (“nuggets”, appunto) che ancora oggi una scossa te la danno.

Prodotto da Adam Schlesinger (Fountains Of Wayne, Fastball, They Might Be Giants…) e con una serie di songwriter di lusso che vanno da Rivers Cuomo a Paul Weller (ma ci sono anche Noel Gallagher e Andy Partridge), il primo album dei Monkees negli ultimi 20 anni circa permette al quartetto di Micky Dolenz di festeggiare il mezzo secolo di vita in pieno Sixties-style. La band americana, da sempre inseguita e perseguitata da quell'etichetta di band “finta”, “artificiale”, che mai si scrolleranno di dosso, esplode la sua beffarda energia (parliamo di “nonni rock”, qui, e passatemi l'epiteto un po' triste) con la classe che è lecito attendersi da un gruppo che forse ha anche scaltramente cavalcato la natura enigmatica della propria genesi. Senz'altro non sprovveduti a livello tecnico-compositivo (ok, non erano mostri di originalità, ma neppure banali copioni), i Monkees incapsulano nei 40 minuti scarsi di “Good times” un modo ben preciso di intendere la musica pop. “With a little help from their friends”.

Si balla come fossimo al Cavern, si canta come ci trovassimo a cingere Eros, nel mezzo di Piccadilly, ubriachi della nostra prima volta a Londra, e si vaga, sognanti, come ci trovassimo proprio nel mezzo di quegli infiniti campi di fragole. Tutto perfettino e senza macchia, nel nome di un revival talmente cosciente da non essere tale. Sono i Monkees, punto. Li hanno scongelati e quindi suonano esattamente come suonavano prima di essere protetti, per 20 anni circa, dall'utilizzo improprio che avrebbe potuto farne qualche discografico in vena di deliri.

“I know what I know”, ad esempio, è una canzone d'amore talmente classica nei sentimenti, nel rapporto re-regina dei due innamorati, che se il testo finisse in mano a uno di quei moderni e tanto pacificati pseudo-guru delle psicologie relazionali qualcuno finirebbe per beccarsi una denuncia (senz'altro Michael Nesmith, che l'ha scritta). Ma è giusto così: è giusto che in questo viaggio così breve si possano ritracciare le linee più o meno oscure che collegavano la Londra swingante della seconda metà dei Sixties alle cantine roventi, sponda americana ma non solo, di inizio Seventies. E' giusto assaporare pezzi bucolici, quasi alla Donovan, come “Me & Magdalena”, oppure farsi inebriare da quel tipico venticello da “Magical mystery tour” che spira in “Birth of an accidental hipster”. E' insomma rinfrescante, nonostante tutto, ascoltare una band che, certamente non da sola, ha ispirato musica tanto diversa (dai Dodgy dei primi anni '90 ad alcuni passaggi, geneticamente modificati, di “Love letters” dei Metronomy, anno 2014)
. Nessun doping, nessuna alchimia troppo furbetta per risultare credibile. Solo i Monkees, puri e non diluiti.
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